Un’emergenza nell’emergenza

di Maria Gabriella Taboga e Stefano Vanzini

“Resistere, durante i mesi di lockdown, è stato fondamentale per far sapere a tutte le donne che c’eravamo”

Violenza di genere, emergenza Covid e indipendenza economica: prosegue la nostra chiacchierata con Francesca Innocenti, presidente del Centro Donna Lilith di Latina.  

Campagna lanciata dal Centro Donna Lilith per dire no alla violenza sulle donne

Quanto incide la mancata indipendenza economica nelle richieste di aiuto?

Notevolmente. Il non essere autonome economicamente incide, e molto, nel percorso di uscita dalla violenza. Spesso, anche se una donna si allontana dal suo maltrattante, rimane a questo legata per un vincolo di tipo economico. Nella maggior parte dei casi infatti, le donne vittime di violenza vivono una condizione di completa dipendenza, economica e non solo: non godendo di alcuna autosufficienza, quindi, le stesse donne difficilmente trovano una via di fuga da questa situazione.                                            
Per tutti questi motivi, il percorso che il Centro Donna offre ha tra gli obiettivi anche quello di “scardinare” ogni concetto di assistenzialismo o di richiesta di assegni che, spesso, si aspettano dallo stesso maltrattante.

Il laboratorio artigianale di pelletteria La.B

I maltrattamenti che le donne subiscono vanno di pari passo con lo svilimento di cui sono vittime: per questo, chi decide di fare un percorso di uscita dalla violenza ha bisogno di possedere e poter gestire in autonomia delle risorse, e perché ciò sia possibile serve un ambiente lavorativo e domestico favorevole. In quest’ottica nasce “La.B – L’altra pelle”, un laboratorio artigianale di pelletteria, un percorso di inclusione lavorativa sviluppato nell’ambito del progetto ILMA (Io Lavoro per la Mia Autonomia).                                                                                                             
Il centro donna offre inoltre sia un’assistenza legale che un’assistenza psicologica: la donna che entra in struttura deve volerlo, deve essere consapevole e convinta, perché non sono mancati i casi in cui, per assuefazione, dopo qualche giorno le donne abbiano voluto lasciare la struttura. È necessario rispettare il tempo, il tempo delle donne, allertandole e spiegando loro i rischi che corrono, ma senza forzarle.

E che conseguenze ha avuto il Covid?

“È cambiato il modo di approcciarsi alle donne. In questi casi serve il contatto, il potersi parlare dal vivo vedendosi, ma non è stato più possibile e gli incontri si sono potuti fare solo da remoto e solo quando le circostanze lo permettevano”

L’emergenza sanitaria, con le misure restrittive che ne sono derivate, ha esposto le donne già vittima di violenza domestica ad ulteriori rischi da cui era impossibile sottrarsi. Il lockdown ha comportato infatti la convivenza incessante con gli autori delle violenze, gli stessi che in altri tempi, per lavoro o svago, passavano fuori casa quel tempo necessario da permettere alle donne vittima di violenza di chiedere aiuto.
Sì, perché gli aggressori non sono quasi mai sconosciuti, o delle eccezioni: sono padri, fratelli, fidanzati, mariti, uomini della stessa famiglia. E così molte donne riuscivano a mettersi in contatto con il Centro antiviolenza in quei pochi secondi in cui erano sole, non sorvegliate o ascoltate, mentre andavano a buttare la spazzatura, oppure sfruttando le infinite code fuori il supermercato.

Le richieste di aiuto sono esplose dopo Pasqua, quando sì è capito che l’emergenza sanitaria sarebbe durata ancora a lungo e con questa anche il lockdown. C’è stato a questo punto, infatti, un vero e proprio boom di richieste d’aiuto: si sono contati circa 90 nuovi accessi alla struttura. L’emergenza sanitaria ha comportato inoltre una riorganizzazione all’interno del Centro, dal garantire il distanziamento sociale alla sanificazione degli ambienti.

Però ce l’abbiamo fatta.

“Resistere, durante i mesi di lockdown, è stato fondamentale per far sapere a tutte le donne che c’eravamo”

Mi chiamo Stefano Vanzini. Ho 23 e sono uno studente universitario. Divido la mia settimana tra Latina e Roma, dove studio scienze politiche. Sono di sinistra, romanista e ferrarista; in poche parole sono un esteta della sconfitta.

Mi chiamo Maria Gabriella Taboga, ho 22 anni e mi sono laureata in scienze politiche e relazioni internazionali. Nella vita leggo, molto; mangio, decisamente; studio, abbastanza; sono gattara, assai; sono femminista, sempre. Una escalation confusionaria di cose.

Pensieri per la Città – Un’Agorà per Latina è la nuova rubrica-contenitore della nostra rivista blog, LatinaCittà Aperta.
Abbiamo, infatti, voluto affiancare al nostro settimanale, che come sapete tratta di argomenti che potremmo un po’ pomposamente definire di “cultura generale”, uno spazio, un’agorà di riflessione e di approfondimento intergenerazionale su temi della città che ci ospita, Latina, non limitandoci ad essa.
Ci si propone di istituire qualcosa di vivo, un luogo di confronto e di approfondimento, gestito da giovani, donne e uomini, forze fresche e consolidate intelligenze, persuase che la partecipazione e il confronto siano i cardini della buona politica.


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