Gli anni scomparsi dell’Agro Pontino

di Francesco Moriconi

Se affermiamo che la realizzazione definitiva della bonifica integrale in Agro Pontino è dovuta all’azione dell’ONC e degli unificati Consorzi di Bonifica, diciamo certamente la verità. Che tale azione fosse sotto l’egida del regime fascista e dei suoi più importanti protagonisti competenti è altrettanto vero e indiscutibile.
Detto questo, è utile guardare alla complessità. Fare lo sforzo, cioè, di raccontare anche, e per bene, quello che è avvenuto tra la fine dello stato liberale e gli otto anni – dico otto anni – di regime in cui, secondo la vulgata, non ci sarebbe stato nulla in materia di bonifica se non un blando tentativo di un privato a capo di un gruppo di pirati, nel quale il fascismo non era coinvolto.
Non basta parlare di “tentativi” non riusciti o parzialmente riusciti, sciorinando la sequela di popoli pre-romani, di Leonardo da Vinci, di Pio VI, per giungere a Clerici il “faccendiere”. Non basta perché i fatti storici di questo territorio non sono iniziati e finiti ogni volta ricominciando daccapo come se si trattasse di prove di salto in alto.

Horace Vernet (1789 – 1863) – paludi pontine

Sul tema bonifica, come su molto altro, la semplificazione di eventi impedisce di capire fino in fondo alcuni meccanismi innegabilmente avvenuti, che rendono la vicenda quello che semplicemente è: una storia correlata al cambio dei contesti e dei processi.
Per quanto a metà circa del Ventennio vi sia stata un’effettiva “ripartenza”, sotto auspici e indirizzi politici completamente differenti dagli anni immediatamente precedenti,

il dovere della ricerca storica è andare a vedere da quale punto si sia “ripartiti” e, soprattutto, perché. Ignorare quel punto, oppure raccontarlo male o approssimativamente, fa la differenza, a mio avviso, tra manipolare la storia e raccontarla.

Non si tratta, naturalmente, di una distinzione ideologica. Lo sarebbe se, ad esempio, qualcuno approfittasse delle vicende precedenti per dire assurdamente che l’ONC e il Consorzio non hanno fatto niente. Lo sarebbe altrettanto se, per dire, si omettesse l’accertato coinvolgimento del regime fascista negli eventi accaduti tra il 1922 e il 1930.

Scrivendo il libro La sfida del Clerici – La fallita bonifica capitalista in Agro Pontino,

ho cercato di raccontare, per la prima volta in maniera organica, quali eventi abbiamo portato la politica liberale, e poi fascista, a occuparsi dell’Agro Pontino favorendo una rotta capitalista, modernista e speculativa, tornando su passi più ruralisti, assistenziali e statalisti a partire dal 1930.

In questo non c’è minimamente un giudizio su quanto effettivamente compiuto ma solo un addolcimento delle discontinuità storiche sinora, a mio parere, eccessive, ponendo sotto i riflettori anche pezzi completamente omessi e che aiutano a interpretare meglio, accadimenti, testimonianze e persino foto storiche. In un contesto di spinta alla modernizzazione del Mezzogiorno italiano, lo stato liberale post unitario aveva favorito, con una serie di leggi e di politiche, un approccio speculativo, capitalista, alle bonifiche. L’ingresso dei privati, la costruzione di grandi impianti idroelettrici, la lotta alla malaria e la trasformazione agraria erano tutti elementi di questa politica e dei gruppi da essa favoriti, chiamati, nel gergo della ricerca, gruppi “elettrofinanziari”.

Gino Clerici, imprenditore lombardo, fondò la Società Anonima Bonifiche Pontine e ne divenne amministratore delegato nel 1919. Azionista di maggioranza e finanziatore di tale società era il Banco di Roma mentre altri azionisti – inizialmente favorevoli, nell’illusione di mantenere il controllo della situazione in chiave di difesa della proprietà fino alla trasformazione e alla rivendita dei terreni pronti per le coltivazioni – risultano i Caetani e altre famiglie di latifondisti.
Gino Clerici, legato in quel momento al Partito Popolare, con grandi entrature nel partito socialista, era il rappresentante di un vero e proprio ceto dirigente, formatosi in quegli anni con un’idea molto precisa, agrario elettro industriale, di modernizzazione del Paese.
Che tale modernizzazione prevedesse anche un arricchimento degli investitori è un dato di fatto, come lo è che di questa condizione si potesse anche approfittare fino all’inverosimile. Il patto non scritto, però fondamentale, era giungere allo scopo.

Con l’avvento del fascismo, le cose non cambiarono minimamente e la politica sostenne i progetti “elettrofinanziari”, almeno in una prima fase. Era un momento di grande fermento che il regime non ostacolava anzi, a certe condizioni, vi partecipava.
Dopo una lotta senza quartiere con i proprietari latifondisti – tutti usciti dalla società che era ormai un affare Clerici/Banco di Roma –  nonostante l’avvio di lavori di trasformazione agraria e sperimentazione su 400 ettari al Quadrato; altre coltivazioni a Sessano; la messa a regime di un’industria di trasformazione del pomodoro tra Colonia Elena e Terracina; la fondazione dell’Istituto Antimalarico con laboratori radioterapici in vari luoghi tra cui Cisterna, Terracina, Quadrato, Fogliano; l’azione della Bonifiche Pontine subì una battuta di arresto.
Soprattutto perché Clerici e il Banco di Roma intendevano occuparsi sia della trasformazione agraria sia della trasformazione idraulica ponendo sotto controllo anche il Consorzio di Bonifica di Piscinara, ma anche perché il Banco di Roma era entrato in affanno finanziario con una nuova dirigenza “fascistizzata”.

Impianto idrovoro di Mazzocchio

La vicenda è complessa e non posso certo riassumerla qui. Quello che va rilevato è che, nonostante un atteggiamento aggressivamente disinvolto, parzialmente giustificato dalle ovvie resistenze dei latifondisti, alcuni risultati fossero stati raggiunti ma, dal 1924, si entrò in una fase critica in cui da un lato si cercò, da parte del governo, un uomo in grado di gestire la trasformazione idraulica con il Consorzio – individuato poi in Prampolini – dall’altro si scontrarono due grandi tipologie di interessi: quella del proprietario latifondista che accettava la trasformazione solo mantenendo saldamente le proprietà nelle sue mani – cioè Gelasio Caetani con i suoi ventimila ettari – e quella di una società di capitali, la Bonifiche Pontine, che con altrettanta superficie di proprietà, attendeva l’opportunità di mettere mano alla trasformazione agraria per rivendere i terreni e speculare sul surplus di valore. Questo con Clerici – e qui davvero nessuno lo ha mai raccontato – che ancora la rappresentava sul territorio e manovrava per conto di un nuovo consiglio di amministrazione in cui era entrata tanta parte di finanzieri e banchieri legati al fascismo.
Dalle ultime ricerche, anche pezzi grossi, del più alto livello del partito e del governo.
Una parte, almeno, del fascismo sosteneva le società per azioni, un’altra difendeva i latifondisti, la conservazione sotto la forma del ruralismo.

Nel quadro di questa duale tensione nel regime, Clerici mise in grave difficoltà la Bonifiche Pontine e chi stava puntando su di essa: fu costretto a fuggire dall’Italia nel 1930 e a subire numerosi processi. Non perché avesse approfittato o speculato in Agro Pontino, ma perché aveva truffato i propri soci usando la Bonifiche Pontine come banca a proprio vantaggio personale. Su questo, tra l’altro, i nuovi dati a disposizione e in corso di studio chiariranno molte cose, portando elementi illuminanti sulla vicenda.
A questo punto la scommessa di parte della dirigenza fascista sulla trasformazione a trazione capitalista entrò irreversibilmente in crisi, le proprietà della Bonifiche Pontine furono espropriate a prezzo irrisorio e -con la crisi del ’29 a devastare economia e occupazione – destinate al tipo di trasformazione ruralista e statale che è poi avvenuta, parallelamente all’azione di bonifica idraulica del Consorzio.


Vale la pena raccontare questa storia, leggerla, farla crescere – e tante sono le novità in corso di approfondimento e elaborazione –  perché, al di là della macrocontestualizzazione, ci dà spiegazioni di dettaglio sulle motivazioni dell’esistenza delle strutture del cosiddetto “Ospedale Vecchio”, ci spiega perché le costruzioni preesistenti a quelle realizzate dal Consorzio di Bonifica con a capo Prampolini sono dette della “Bonifiche Pontine – Fondi Rustici”. Ci spiega perché il Fogliano sia rimasto fuori dalla conversione ONC e perché il progetto finale di trasformazione idraulica sia basato su quello di un ingegnere che l’aveva ideato nel 1917 – 18.
Permette anche di capire meglio la necessità, in quel momento, di unire i Consorzi della Bonifica di Piscinara e Pontina e come sia stato possibile che l’ONC avesse già in partenza 18000 ettari di proprietà con un solo esproprio. Insomma ci consente di mettere a fuoco una serie di elementi che rimangono sempre appannati sullo sfondo, contestualizzando meglio quella che è stata la scintilla della nascita della nostra comunità: la distruzione del villaggio del Quadrato e la fondazione di Littoria.

Francesco Moriconi è archeologo specializzato e si occupa di studio degli edifici storici, ricerche storico archivistiche, divulgazione storica e storico artistica. È autore di diversi articoli e monografie relativi al suo campo d’indagine e ha insegnato presso l’Università di Siena-polo aretino e di Perugia. Svolge consulenze scientifiche per allestimenti e trasmissioni televisive.

Pensieri per la Città – Un’Agorà per Latina è la nuova rubrica-contenitore della nostra rivista blog, LatinaCittà Aperta.
Abbiamo, infatti, voluto affiancare al nostro settimanale, che come sapete tratta di argomenti che potremmo un po’ pomposamente definire di “cultura generale”, uno spazio, un’agorà di riflessione e di approfondimento intergenerazionale su temi della città che ci ospita, Latina, non limitandoci ad essa.
Ci si propone di istituire qualcosa di vivo, un luogo di confronto e di approfondimento, gestito da giovani, donne e uomini, forze fresche e consolidate intelligenze, persuase che la partecipazione e il confronto siano i cardini della buona politica.


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