Tarallo e la guerra di trincea al Fogliaccio

Fu il virologo televisivo, il Professor Giangiovargio Bassezza, il primo a salire le scale che portavano al primo piano, dove era ubicata la sede del Fogliaccio Quotidiano.

L’atteggiamento del Professore era in apparenza risoluto, ma nel suo intimo covava un vero e proprio complesso, riferibile al suo nome proprio, qualcosa che si trascinava dalla nascita e che gli aveva garantito sin da piccolo un’infinità di momenti penosi, frutto dei crudeli sfottò dei coetanei.
Mai aveva perdonato suo padre Emilio per essersi fidato di un impiegato dell’anagrafe universalmente noto per il suo etilismo da olimpionico.
Era più che probabile, quindi, che facesse dei casini, e non fece meraviglia che, infatti, ne combinasse uno da non poco.
Il suo vero nome avrebbe dovuto essere sì composito, ma per nulla balzano: Gianni Giovanni Giorgio, ma quell’ubriacone trascinò sulla carta il suo biascicamento orale, fondendo i tre nomi in uno, così quel Giangiovargio, rimase scritto per sempre, irrevocabilmente.
Il virologo era ben conosciuto per via delle apparizioni televisive: un tipo tarchiato, coi sopraccigli da rapace ed una barba coltivata con qualche esagerazione, ben tenuta e vezzosa come il giardinetto di una casa a schiera nelle periferie inglesi.
Quel giorno teneva in mano un gran bouquet di tamponi, disposti con un certo gusto, come se fossero appena usciti dal negozio di un virofioraio del futuro.

Il virologo Giangiovargio Bassezza (sulla sinistra) declama all’infermiera Doris Dorelli una poesia ispirata all’esito dei tamponi appena esaminati.

Lo seguivano da presso Edo e Dado, i due infermieri nerboruti che, mentre facevano le scale, autodenunciavano la propria imbecillità sgranchendosi con inutile violenza le mani, scrocchiando sonoramente le dita e procurandosi così danni futuri, presumibilmente irreparabili.
Il corazziere/crocerossina, un’alta figura ibrida e tentennante, divisa tra marzialità militare e sfacciata femminilità, teneva dietro ai due, silenziosamente.
Nonostante i folti baffi, vestiva un camice piuttosto ridotto, che lasciava intravedere due giarrettiere patriottiche, tricolori ma sexy, come quelle delle infermiere nei film scollacciati degli anni Settanta.
Il reparto della celere, invece, con tutti i suoi militi, aveva scioccamente preferito usare l’ascensore, ma i questurini, nella foga dell’operazione, avevano commesso l’errore di buttarcisi dentro scompostamente e di occupare tutti insieme ogni millimetro di quello spazio ridotto.
Si erano talmente impastati ed incastrati che nessuno di loro era in grado di liberare ed alzare un braccio verso la pulsantiera, premendo il dischetto che indicava il piano desiderato.
Per quel drappello di uomini, storditi dall’eccessivo vagare, la situazione di quei minuti iniziali risultò dunque stagnante.

I primi agenti di polizia mentre cominciano a sistemarsi in ascensore.

Il Direttore Frangiflutti, accostato d’orecchio alla porta d’ingresso, non sentì dunque il rumore delle corde che trascinavano l’ascensore, ma, e fu molto peggiore per lui la sensazione che ne risultava, udì invece il piombo dei passi pesanti della combriccola che lo voleva deportare in quarantena.
Diede allora l’ordine ai preti incursori di schierarsi a difesa del sacro varco, cosa che quei giovani fanatici si sbrigarono a fare, disponendosi lungo il perimetro della porta e toccando nervosamente le cartuccere.
Dallo schermo ancora acceso, intanto, il Senatore Ciccibon che, attento e partecipe, riusciva a vedere quello che stava accadendo in redazione, si mise anche lui in agitazione.
Innervosito, fece un movimento brusco che per un solo attimo sbilanciò il suo ragguardevole peso, facendo fare una piroetta alle rotelline della sedia su cui incrudeliva, così essa, ovviamente, slittò ad una certa distanza.
D’istinto l’opulento uomo politico cercò una presa, ma per farlo dovette lanciare in aria l’amato mortadellone, che dopo un corto volo elicoidale, gli ripiombò in testa con le forze, riunite insieme, e potenti, della gravità e del colesterolo:

“A momenti la va a finir che squasi me masso! – ruggì dolorante, massaggiandosi la zucca ammaccata dall’immenso salume – colpa del peso dea polittica, che vada in mona quel Rapalo e i preti de drio a lù!
Frangiflutti, scoltame: darghe le soe a ‘sti qua, fai de tuto, resisti, magari devi anca andar a gatognao per non farte vèdere, oppure devi andar zo duro e darlglie ‘na smema.
Ma tu comunque ricordate che non sei solo e che presto puoi fare el sindaco, se righi drito.
Se poi te prendono, tu forbissite el culo co la camisa de nantro, ti s’è un zenio a farlo!
Tientene un pocheto alla larga se te toca, ma poi stà certo che nantri te facemo tornar, puteo nostro, organo nostro!”.

Quella rassicurazione politica di grosso peso non ebbe il tempo di placare il direttore perché subito dopo si sentì un bussare perentorio alla porta, poi, una voce secca ed autoritaria parlò:

“Direttore Frangiflutti, è il Virologo Professor Giangiovargio Bassezza che le parla: noi ci conosciamo, ci siamo già incontrati una volta, al vernissage della mostra personale della cognata del Senatore Ciccibon, ricorda?
Lei, mi è rimasto impresso perchè di quel piccolo orrore fece fare un resoconto di circa un chilometro di righe al suo vice, Ortolano, se non erro.
Quella mostra aveva un titolo brillante, “Tanto va la gatta all’arte…”, e il parquet era gremitissimo di leoni da buffet, perché quel rinfresco era monumentale…”.

Una delle opere esposte alla mostra “Tanto va la gatta all’arte…”

Ciccibon, che sentiva tutto, si accigliò dal suo schermo:
“Mo’ che vol ‘sto mona”, borbottò.

Per nulla scoraggiato dal silenzio denso di Frangiflutti, il virologo riprese:

“Dalla App “Penso Positivo”, abbiamo appreso di suoi contatti certi con almeno due persone risultate poi contagiate dal virus, e refrattarie ai sapori. Erano soggetti che già in precedenza stavano un po’ in su coi valori dell’LDL, o almeno, di sicuro uno di loro poteva competere coi migliori colesteroli d’Europa…”.

E Ciccibon, sempre più buio in volto, sibilò incazzato di rimando:

“Ti fate el colesterolo e li cassi tuoi, bestia d’un mona..”

“Per il suo bene e quello di tutti, caro Direttore, – disse ancora il Professor Bassezza – oltre che per ciò che è prescritto dalla legge del buonsenso, lei dovrebbe sottoporsi subito all’esame del tampone molecolare e regolarsi di conseguenza: se risulterà negativo, la riconsegneremo presto e volentieri alle sue importanti faccende lavorative: può star tranquillo, mi capisce? In caso contrario, nel suo stesso interesse e delle persone a lei care..”

“Ma quali persone care – pensò inacidito Frangiflutti – io ho caro solo me stesso!”

“…dovrà invece isolarsi, giusto per il periodo di tempo sufficiente a smaltire quella positività che inopinatamente l’ha colpita….”.

Rapallo e Tarallo, nel frattempo avevano raggiunto il pianerottolo insieme con un esuberante Padre Cienfuegos, avviluppato in una nuvola di fumo da sigaro cubano ed in preda ad vistoso orgasmo da azione.
Sentite le ultime parole del virologo, i due colleghi si guardarono in faccia ghignando, senza bisogno di parlare: affiancare Frangiflutti al concetto stesso di positività, era come pretendere da Marilyn Manson la sobrietà di un monaco stilita.

“Mai mi arrenderò! – ruggì il Direttore a cui era saltata la copertura di facciata – so cosa avete.. so quello che hanno in testa certi strani monsignori e non ci casco!
Mi sono usurato la lingua per arrivare a dirigere questo giornale e non butterò a mare i sacrifici fatti in una vita per compiacere le ambizioni di alcuni alti prelati comunisti!
E poi, io sto benissimo, BE NIS SI MO!!

Che bisogno avrei di farmi tamponare?
Sono in forma, mi sento a meraviglia e, sappiatelo bene, sono attualmente difeso da una eccellente squadra di religiosi da assalto, dei veri mastini da protezione”

A quel punto, mentre Edo E Dado, i due infermieri rincitrulliti, facevano passare il tempo spulciandosi reciprocamente, come degli oranghi imbarazzati, intervenne inaspettatamente nella trattativa l’ibrido da laboratorio, che alzò bene la voce per farsi ascoltare.
Il timbro vocale era sorprendente e un po’ inquietante, una via di mezzo tra quello di Elisa e quello di Adriano Pappalardo:

“Direttore, mi ascolti: perché correre il rischio di sviluppare il virus in solitudine, rifiutando cure indispensabili?
Alcuni suoi contatti sono già stati trovati positivi e c’è quindi una certa probabilità che lei ne sia stato contagiato: si lasci aiutare, quindi, non ci costringa ad usare la forza.
Lei avrà pure dei preti incursori, ma noi abbiamo un intero reparto di polizia pronto, se riusciamo a stapparlo, ad uscire dall’ascensore per entrare in azione: faccia questo dannato tampone e vada via sereno”.


Incapace di star buono, ormai, e masticando il sigaro dal nervoso, Padre Cienfuegos non riuscì a trattenersi e, duro come il miglior Fidel, infilandosi nella conversazione, strillò:

“Hey tú, medio Batista y pedazo de fascista, escúchame bien, se rindió ahora o puse una granada entre mis nalgas y terminare la vispera de Ano Nuevo en belleza!”
(Ehi tu, mezzo Batista e pezzo di fascista, ascoltami bene, arrenditi ora o ti schiaffo una granata nelle chiappe e finiamo il Capodanno in bellezza!”

Padre Cienfuegos

Tarallo e Rapallo bloccarono il prete cubano che stava per decorare la porta della redazione con una effervescente sventagliata di mitra, tentando di tenerlo buono:

“Questa è una guerra di trincea, companero – gli disse serio Rapallo, al quale per la tensione sudavano copiosamente anche le orecchie sono i suoi i nervi da logorare, quelli di Frangiflutti, non i nostri”

Detto questo, l’ex condirettore tornò per un attimo al suo più intimo privato, dandosi a completare il suo messaggino di auguri di compleanno all’amata Greta che, diventando maggiorenne, da quel momento in poi, lo metteva automaticamente al riparo da accuse di pedofilia.

Greta

Dall’interno, in risposta a tutti gli inviti ricevuti, giunse la voce strozzata del Direttore assediato, che ostentava una sicurezza ai limiti della disperazione:

“Mai stato meglio in vita mia! Capito? Respiro a pieni polmoni, al termometro non vado oltre la temperatura di quarantuno gradi e mi sento addosso una forza sconosciuta, che scoprirete a vostro danno se oserete fare un’incursione in casa mia!”

Il Professor Giangiovargio Bassezza, perdendo, insieme con la bussola, anche molto del suo aplomb diplomatico, gli gridò di rimando, forte come un piazzista cocainomane e passando, senza troppe cerimonie, a dargli del tu:
“Storie Frangiflutti, ti dici delle cazzate: quarantuno gradi sono tanti, abbastanza da garantire che ti si possano comodamente cuocere due uova di piccione sulla fronte e poi sappiamo bene cosa hai mangiato.
Abbiamo torchiato Zì Coso, l’oste che ti ha mandato i pasti e sappiamo che hai retto troppo bene l’impatto con le sue ferocissime pappardelle alla zozzona, l’unica pasta al mondo che abbia la fedina penale sporca!

Le famose pappardelle alla zozzona, l’unica pasta al mondo che abbia la fedina penale sporca!

Sappiamo cosa vuol dire: nessuno mai ha addentato quella roba senza sentirsi male da morire: la settimana scorsa un tipo che le aveva assaggiate, uno di Roma, ha fatto poi tutti, dico tutti, i numeri di pronto intervento, dal 118 al Soccorso Alpino, passando per la sede della Caritas di Stroppano sul Mincio.
So perfettamente che tu in quell’intruglio demoniaco non hai sentito alcun sapore e questo, caro mio, NON E’ AFFATTO NORMALE.

Trai tu le conclusioni, io le mie ce l’ho chiare: sei strapositivo.
Riflettici ancora un po’, poi fatti fare il tampone, ti conviene, fattene una ragione.

Ti diamo ancora dieci minuti per deciderti, poi, in un modo e nell’altro, sarai, tuo malgrado prelevato, tamponato e, forse, ferocemene assistito.

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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