Corona vs Redi: idee di città a confronto

di Marcello Ciccarelli

Alla fine degli anni Settanta, e per tutti gli Ottanta, l’egemonia politica fu combattuta a partire da diverse visioni della città. Perfino gli studi storici presero parte allo scontro: penso, in particolare, ai lavori di Tommaso Stabile e di Riccardo Mariani.       
Il primo, nel suo libro più importante, Latina una volta Littoria, punta a dimostrare come la costruzione di Littoria sia la conseguenza di un pensiero “lungo”, teso a costruire l’homo novus, come prevedeva la Mistica del regime: un contadino anti urbano (e quindi antioperaio), legato alla terra e devoto al regime, al quale era debitore di tutto: casa, terra, lavoro.

Secondo Stabile, l’operazione bonifica non è solo il prosciugamento di terreni paludosi, ma una vera e propria riforma politico-sociale, da poter contrapporre alle esperienze coeve dell’Unione Sovietica.

Poi nella seconda parte del libro, il dott. Stabile racconta il percorso urbanistico del dopoguerra per dimostrare che la città del silenzio e della pietra è migliore di quella caotica dell’industrializzazione. Uno studio caro alla destra, che esalta la superiorità della città di fondazione rispetto a quella democratica del dopoguerra. Una città, questa, fra l’altro mai difesa dalla D.C.

R. Mariani in Fascismo e città nuove, subisce una simile distorsione dei suoi studi, anche se sviluppa una doppia analisi sulla fondazione. Da una parte, ritiene riuscito l’esperimento tecnico della bonifica e delle fondazioni delle città; dall’altra, ritiene fallimentare l’esperimento socio-politico. E lo attribuisce al fatto che le terre bonificate furono affidate a coloni “deportati” nell’Agro pontino, e dunque poco propensi ad interpretare il ruolo che la Mistica del regime assegnava loro.
Del suo lavoro è esaltata soprattutto la demitizzazione dell’atto fondativo.   

Letture della città, quelle degli anni ottanta (e spesso anche le successive), distorte dalle lenti del fascismo e dell’antifascismo. Le categorie politiche che hanno reso la visione del passato oggetto più della politica che della storia. 

Sull’idea di demitizzare l’atto fondativo si ritrovarono negli anni settanta, Nino Corona, sindaco democristiano e il PCI, allora succube di una visione semplicistica, che arrivava a chiamare “malefica” la “bonifica”.
L’intento di Corona era quello di contrapporvi la città della cultura, amministrando in questa direzione. Affidò la progettazione di nuove piazze a giovani, brillanti architetti, costruì scuole, il teatro, la casa della cultura. E soprattutto affidò il progetto di una nuova biblioteca all’archistar Stirling. Un’intuizione formidabile, quella di Corona, che, se si fosse realizzata, avrebbe anticipato il percorso che sarà di Bilbao, con il Museum Guggenheim di Frank Gehry.
L’architettura che ha trasformato una declinante economia industriale in un’economia turistico-culturale.
Ma l’idea di Corona non ottenne il necessario consenso. Forse non fu estranea a un tale esito, la già citata sottovalutazione dell’atto fondativo. Comunque sia è certo che il ceto urbano, al quale Corona si riferiva, non ha mai avuto un’idea di città alternativa a quella di fondazione. Era un ceto figlio di una recente industrializzazione, indotta dall’esterno, così come esterni alla città sono gli imprenditori e il management.
Solo qualcuno, nel migliore dei casi, vi aveva la sola domiciliazione. Né Corona poteva contare su una borghesia professionale.
La città, inoltre non aveva ancora (non li avrà mai) servizi ‘avanzati’ quali banche, società di consulenza, centri di ricerca. Fiorivano solo piccoli studi professionali, agenzie immobiliari, commercio di prossimità.
Insomma era una “borghesia” che si accontentava di sfilare, alla fine degli anni Ottanta, nel foyer del costruendo Teatro.

Né il progetto di Corona poteva contare sul sostegno della giovane classe operaia, del ceto impiegatizio o dei docenti. In città erano, ma lo siamo, quasi tutti, di recente immigrazione e l’unico tratto comune era spaesamento, nel significato letterale del termine. Ci assale il ricordo del luogo natio piuttosto che il conforto del futuro. Non aiutava nemmeno la produzione artistica, limitata a qualche esperienza pittorica, più nostalgica che visionaria.  
Ben più solido era invece, il riferimento socio-culturale di Delio Redi, sindaco della città negli anni Ottanta e competitor politico di Corona. Figlio di coloni veneti, è stato il primo sindaco nato a Latina.

Delio Redi

In breve divenne il riferimento politico del ceto sociale dei borghi. Un ceto, una volta di coloni, semplici ‘operai’ del consorzio di bonifica, ma ora, dopo cinquant’anni, classe sociale di piccoli imprenditori autonomi, fieri per aver trasformato con il loro lavoro una terra olim palus in un terreno agricolo con resa economica. Esprimevano dunque una loro egemonica visione culturale. Come in fondo prevedeva l’idea di città prefigurata nel primo PRG di Frezzotti, dove al centro urbano era affidato la sola funzione di sede di servizi, mentre l’anima della città viveva nei borghi rurali. E ora quell’originario colono preferiva chiamarsi ‘pioniere’ rivendicando gli attributi del self-made man. E c’è anche chi si è preoccupato di definirne i contorni psicologici, come il dott. Mattioli in “Pionierismo in Agro Pontino”.

E questo ‘pioniere’ reclamava una città diversa da quella di Corona: un decentramento dei servizi del Comune e del welfare, una manutenzione che migliorasse la vivibilità del proprio borgo. E’ l’idea di città che prevaleva. Così, negli anni Ottanta, mentre l’ex immigrato rurale aveva radici solide nella sua storia ed esprimeva chiare esigenze, l’immigrato urbano era ancora alla ricerca, nella Manhattan pontina, della sua Little Italy.                                               
Redi controllava la DC locale, la perfetta macchina organizzativa con più di ottomila iscritti. Nel 1990, lui sindaco, il consiglio comunale approvò, con i soli voti della D.C., una variante al PRG di Piccinato del 1973. Si cancellava il collegamento lineare mare-pianura-collina, l’asse di una città aperta al territorio. La nuova variante affermava un’idea neo-municipalista che privilegiava l’espansione verso il vasto retroterra costiero. Un’idea premiata dal consenso elettorale, invano conteso dal blando tentativo del PSI di proporre, anch’esso, un’idea di una città territorio, la città pontina.
Nelle elezioni comunali del 1990, la DC prese il 57.7% dei voti e Redi 17000 preferenze personali, il viatico per la sua elezione a senatore.

Marcello Ciccarelli, in pensione, attivo solo cerebralmente. Una volta docente e amministratore. Ancora appassionato di matematica e politica.

Pensieri per la Città – Un’Agorà per Latina è la nuova rubrica-contenitore della nostra rivista blog, LatinaCittà Aperta.
Abbiamo, infatti, voluto affiancare al nostro settimanale, che come sapete tratta di argomenti che potremmo un po’ pomposamente definire di “cultura generale”, uno spazio, un’agorà di riflessione e di approfondimento intergenerazionale su temi della città che ci ospita, Latina, non limitandoci ad essa.
Ci si propone di istituire qualcosa di vivo, un luogo di confronto e di approfondimento, gestito da giovani, donne e uomini, forze fresche e consolidate intelligenze, persuase che la partecipazione e il confronto siano i cardini della buona politica.


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