Il fondo di Tressette

Per dare un’idea dell’originalità, quasi maniacale, del Fogliaccio all’epoca dell’interregno Rapallo-Tarallo, pubblichiamo un articolo della rubrica di Omar Tressette, nella quale il recordman mondiale delle idiosincrasie, riversa una delle sue più violente e conosciute intolleranze.

Da “Vizi e Stravizi”, rubrica del Fogliaccio quotidiano. Pubblicato il 28/02/2021

di Omar Tressette

Omar Tressette

A molti di noi, sin da bambini, viene fatto credere che non ci sia nulla di male nell’ostentare i piedi nudi, e pertanto, già nei primi anni nei quali fruiamo dei vantaggi della stazione eretta, è considerato normalissimo che d’estate i genitori ci facciano indossare dei sandaletti per calmarci i bollori stagionali, per non farci friggere, insomma, le estremità inferiori.
Tutte le madri italiane trovano bellissimi i sandaletti blu coi buchini e la fibbia che, felicissime, rifilavano, e forse ancora rifilano, ai loro pargoli, credendo di fare il loro bene.

A dire il vero, io non vedo proprio cosa ci fosse in essi di particolarmente bello, anche se ammetto che, con quelli li, i piedi non si mostravano impudicamente per intero, al massimo si intravedevano le dita.
Belli? No, affatto, e poi ricordo benissimo, nonostante il troppo tempo trascorso da allora, che ad ogni piè sospinto (è proprio il caso di dirlo) dai buchetti di quelle calzature entravano di continuo tanti piccoli sassolini acuminati, figli del brecciolino che stava nella piazza sotto casa, dei mostriciattoli minerali che ti strappavano qualche strillo, facendo intervenire le mamme ogni quarto d’ora, per svuotarli e rendere alla terra ciò che le apparteneva.

Il famigerato brecciolino

Già da quei tempi li odiavo, ed era un bell’affare per mia madre costringermi ad infilarmeli, ma lei era severissima e non ci si poteva discutere.
Era così anche per il mio amichetto del cuore di allora, Arocle Perottazzi, un bravo bambino che diceva che suo padre non c’era mai perché cacciava tirannosauri per conto di una ditta di pellami.
Di quei sandaletti parlavamo sempre: non capiva nemmeno lui perché sua madre si intestardisse a fargli mettere quei cosi bucherellati, che alla fine di un pomeriggio estivo di corse e giochi, oltre alle ginocchia smerigliate, ci ritrovavamo i piedini distrutti dalle ferite come quelli di Sant’Inciso da Pietracalda.
Conoscete la storia, no?
O forse la conoscono quelli di voi usi ad imperversare nelle chiese battendosi il petto per gli orribili peccati che riprenderanno a fare con gioia non appena detta l’ultima giaculatoria.
Vale la pena in ogni caso, di accennare a quella vicenda, tanto per farvela sapere.
Sant’Inciso era nato nel 1300 a Pietracalda, il suo vero nome era Vitellone di Gaspero, e suo padre gestiva in loco le terme “Bagni di Gaspero”, acque puzzolentissime che si diceva facessero miracoli per le otiti purulente.

Il ragazzo, quindi, fu avvezzo a frequentare sin da bambino quelle fonti poco pulite in cui, indifferentemente, si immergevano nudi sia dei bruti con delle orecchie che parevano cavoli marci, che avvenenti fanciulle appena maritate, convinte da una leggenda che circolava, che quelle terme favorissero la fertilità.
Non è dato sapere nulla di più su questa diceria se non il fatto, storicamente accertato, che Vitellone passò l’intera sua gioventù a dimostrare alle belle signore che quella leggenda era più che fondata.
Un numero imprecisato di donne, in effetti, rientrava ogni mese a casa dalle terme portandosi in grembo un “vitellino”, che successivamente veniva intestato a mariti spesso molto più anziani, rincoglioniti, beati e in piena estasi da paternità.

Anziano, rincoglionito, in piena estasi da paternità.

Con questo tipo di vita, si può ben vedere, cari lettori, che il ragazzo fosse cresciuto troppo disinvoltamente, nel peccato direbbero alcuni, anche se tra i parenti, tutti di basso ceto morale, le sue attività venivano ritenute, non solo lecitissime, ma anche una valida forma di aiuto nella valorizzazione dell’azienda familiare, perchè il passaparola delle fanciulle sulle proprietà miracolose delle “acque della fertilità”, funzionava alla grandissima e gli affari prosperavano.

Vitellone venne redento da un eremita di passaggio, il Beato Bilioso da Salasparuta, un monaco errante vestito d’un saio lurido e mezzo stracciato, un sant’uomo che rifuggiva da ogni vanità, tanto che la sua igiene personale, in pratica azzerata, ricordava molto quella di un mio quasi collega, ma lui è un giornalista vero, di cui, per ovvie ragioni, tacerò il nome.
Il Beato Bilioso usava immergersi nelle acque delle terme solo a notte fonda, un po’ per evitare di pagare il biglietto, e un po’ per evitare promiscuità indecenti con donne svestite.
Durante una di quelle notti di scrocco il sant’uomo venne però pizzicato da Vitellone e tirato fuori malamente dall’acqua.
Stava per subire una dura lezione ma, miracolosamente, non solo trovò il modo di evitare le legnate che in casi simili si comminavano ai bagnanti abusivi, ma riuscì con la forza della sua parola a toccare il cuore del ragazzo, che in un solo quarto d’ora di predicazione di quel monaco sporchissimo, si sentì immediatamente come l’essere più orrendamente sudicio sulla terra.

Il Beato Bilioso da Salasparuta

Sappiamo come finì la storia: Vitellone si convertì, lasciò l’azienda di famiglia e accompagnò il Beato Bilioso da Salasparuta, finchè visse, nelle sue peregrinazioni, vincendolo addiritturà in virtù e superandolo perfino nel suo peculiare e non gradevolissimo aroma, odore di santità, secondo alcuni suoi biografi, una caratteristica che lo costrinse tuttavia ad una vita sempre solitaria e di redenzione.
Una notte, durante un sonno agitato, Vitellone ebbe una visione: lui stesso che in una piazzetta, stipata da gente maleducatissima, reclamizzava e vendeva certi tremendi stivaletti di pelle di serpente verniciata.
Al risveglio, tutto turbato da quell’incubo, invece che i guadagni della vendita delle calzature, si ritrovò le stigmate, sotto forma di un paio di lunghe e profonde incisioni sulla pianta di ciascun piede.
Da quelle ferite dolorose, che mai si rimarginarono, Vitellone prese sia il nome spirituale di Inciso, che la sua celebre andatura saltellante, la stessa che troviamo riprodotta in tante tele di devozione che lo raffigurano.

A Pietracalda, ancora oggi, nel paese affollato per il turismo termale, ogni 4 giugno si tiene la processione di Sant’Inciso, durante la quale una ventina di ragazzini, “i Saltellanti”, convinti a schiaffoni da genitori particolarmente pii, percorrono i due chilometri stabiliti da secoli, con la stessa andatura a balzelloni che aveva il Santo.

Mi rendo conto, cari lettori, di avere per un attimo fatto uno scarto nel discorso, ma l’ho fatto solo per ribadire che quei dannati sandaletti portati da bambini, oltre a far intravedere le dita dei piedi, erano portati a divenire inevitabilmente uno strumento di costanti sofferenze.
Corre ora obbligo, però, di tornare a bomba.
Per una stragrande maggioranza di persone, in Italia e fuori (particolarmente grave è il problema in Germania) l’abitudine a mostrare i piedi, contratta da bimbi, non viene meno per tutta la vita: nessuno del resto, coi tanti problemi che ci affliggono, ha mai creduto importante occuparsi della cosa.
Chi mi conosce bene, sa che, al contrario, da quando sono riuscito a levarmi quei dannati sandaletti, io quel problema l’ho sentito eccome, e con particolare forza perché ero e sono portato a considerarlo pressante soprattutto per via della mia estrema sensibilità estetica.

L’autore dell’articolo Omar Tressette, in costume da bagno, ostenta la sua estrema sensibilità estetica

Tutte queste tremende estremità, larghe e tozze o rattrappite oppure fettoni grandi come navi, non sono roba sostenibile a vedersi in un mondo già gravato da altri, pesantissimi, inestetismi: chiunque abbia un po’ di discernimento sa che lottare contro il brutto, in tutte le sue declinazioni, ci aiuta a vivere meglio.
Sono persuaso che contrastare la bruttezza ci aiuti anche nel formarci una solida coscienza politica, giacché nulla è più antiestetico, brutto e triste, delle ingiustizie sociali.
Ma riprendiamo il discorso: perché dunque non evitare che le abitudini prese nell’infanzia si trascinino in età più mature?
Chi può infatti dire che i piedini di un bimbo siano tutt’uno con quelli di un adulto, e che gli somiglino?
Non si può non vedere l’immane differenza tra le cicciose, paffutelle, innocenti estremità di un neonato, o tra quelle smilze e timide di un bambino, e quelle orride di un adulto, coi piedi segnati dall’età e dai peccati commessi, stravolti dalle vendette del colesterolo o da incaute e reiterate abitudini motorie.

Eppure nessuno, in realtà, sembra minimamente infastidito dal fatto che tanti piedacci ci si mostrino, ci finiscano quasi sotto il naso, quando tuttalpiù, in nome del buon vedere, si potrebbe consentire quella turpe esposizione ai soli monaci.
Non venitemi a dire, già che ci siamo, che non vi siete mai soffermati, sin da piccoli, a guardare i piedi dei frati, non provate a dirmi che non vi ci siete fissati, quando vi imbattevate in uno di quei religiosi, attratti e contemporaneamente inorriditi da quei piedoni insandalati, sempre esibiti, in ogni stagione: congestionati e rossastri d’estate e illividiti in inverno, con unghie vecchie, giallastre e spesse quanto lo strato di cerone sulla faccia dell’ex Cavaliere.
Ora se ne vedono meno in giro, di frati, forse quel mestiere per i tempi di oggi si è fatto troppo duro o, al contrario, troppo comodo.
Io ricordo benissimo, però, che se mi ci imbattevo, proprio come capita con l’attrazione per il vuoto dinanzi al baratro, mi fissavo, disgustato ma senza poterci far nulla, su quei piedoni impudichi.

L’opportunissimo discorso di grave censura all’ostentazione podologica, dato che i piedi delle donne sono quasi sempre più gentili d’aspetto, o addirittura belli, in alcuni casi circoscritti, vale soprattutto per gli adulti maschi, loro sì del tutto inscusabili per il loro attacco brutale ai valori del bello.
Troppa è la gente fratizzata, capace di portare in giro, senza alcun pudore, zampacce da film dell’orrore, magari a completamento delle terribili mise estive italiche, quelle cioè che consistono in laide canottiere dai colori spaccaocchi, risicati calzonetti, e ciabattacce consumate dallo strascinarsi in camminate degne di ciabattanti ectoplasmi notturni.
E dove vanno poi questi esibizionisti, ad infilare quelle estremità invasive? Dove piazzano i piedi quei frati laici che d’estate invadono le nostre strade, o si siedono nel nostro stesso bar?
Se va di lusso, usano dei sandali essenziali, fatti di legno, con una sola striscia di pelle o similpelle dove infilare le vergogne: in questo caso il danno estetico, pur presente, è meno vistoso.
Se va male, e purtroppo l’andazzo generale va sempre più orientandosi in questa direzione, quei piedi si “infrateranno”, ovvero andranno ad imprigionarsi in sandali a liste incrociate di pelle scura, o a doppia e tripla mandata, da monaci, appunto, che ne faranno ancor più riverberare l’impresentabilità.

Insalsicciati in quel modo, questi signori impudichi, si presenteranno al cospetto di un mondo ormai anestetizzato, purtroppo, che essendo avvezzo a commercializzare il brutto in ogni sua minima piega, gliela farà far franca!
Per assurdo poi, non è che manchino in questi soggetti, delle pretese di aver ragione, dei presupposti immaginari che, alle strette, si riducono tutti ad una sola, debolissima giustificazione: “sono comodissimi, ci si cammina benissimo!”
E allora??
Nella bella stagione potremmo star comodissimi anche completamente nudi, ma guai a farlo, no?
Ci arresterebbero subito in nome di… Appunto, in nome di cosa? Della morale, magari?
E in base a quali parametri?
Alla vergogna, forse, che abbiamo provato dopo aver perso l’innocenza col peccato originale?

Dobbiamo presupporre quindi che l’estetica e la morale abbiano dei legami forti?
Allora, ricapitolando: la vergogna del nostro il corpo la coltiviamo proficuamente da millenni, quasi sempre in armonia col delizioso senso del peccato che ci fa vivere diverse esperienze divertendoci molto di più.
Si tratta in effetti di quel pudore della nudità che abbiamo di colpo sentito allorquando fummo sbattuti fuori dall’Eden, col contratto stracciato dal Padrone di Casa in persona.
Da allora quella vergogna della nudità ci è compagna fedele, e dovrebbe sempre suggerirci per il meglio, signori miei.
Perche dunque dal resto del corpo non estenderla anche ai piedacci e, di conseguenza, agli orridi sandalastri coi quali così spesso li esibiamo?
Quando dico sandalacci, o sandalastri, penso soprattutto a quegli affari teutonici che si sono imposti, dilagando, in nome del falso dio della comodità, come se la comodità del singolo, ma anche quella di più singoli, fosse più importante della tranquillità estetica del mondo in cui viviamo, prevalente sulla bellezza di cui tutti possono fruire.


Funziona un po’ come come coi diritti in democrazia: quelli individuali sono sacrosanti, ma trovano un limite in quelli, superiori, della collettività.
E poi si parla a vanvera, come se i teutoni, bravissimi a far cose che funzionano benone, potessero avere una qualche idea di quelle che funzionano benone anche esteticamente: ma quando mai!
Riflettete dunque cari lettori, e cominciate a coltivare il giusto impaccio quando decidete di imporci la visione dei vostri piedastri, quasi sempre orribili.
Sentitevi in colpa per il vostro peccato contro la bellezza, come se vi steste ponendo fuori dall’ideale, lontano dall’Eden, sentitevi in obbligo nei confronti d’ogni bellezza: vi farà bene!
Sto suggerendovi, oltretutto, un modo di valorizzare l’originalità, il rifiuto dei modelli dominanti.
Non sarà certo una scarpa leggerissima, magari anche carinissima, altrettanto comoda di quei cosacci, a farvi sentire di più il caldo, no?
Non è questione di caldo, non provateci.
Alla prossima, incalliti peccatori!

Omar Tressette
Omar Tressette

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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