La faccia

Per colpa dell’ultima incursione di Adelmo sono venuto a conoscenza dell’approssimarsi delle elezioni amministrative nella mia città di adozione.

Per la verità non è che mancassero gli indizi, ma soltanto adesso ho iniziato a farci caso. Prendiamo ad esempio il proliferare di manifesti XXL con foto sorridenti dei prossimi salvatori della città. Gli slogan possono variare, anche se il concetto spesso si ripete: ci penso io a risolvere i vostri problemi.

Si narra, ma fortunatamente non v’è traccia in documenti ufficiali, di una persona, candidata a sindaco, che ha scritto ai suoi sodali per chiedere sostegno nella sua corsa alla guida della città, autoproclamandosi come prescelta dall’alto, una sorta di missione per conto di Dio stile Blues Brothers. Se non fosse vero, sarebbe già preoccupante considerare questa notizia almeno verosimile. Non ci si meraviglia più di nulla.

Una frase da cartellone, sotto la foto d’ordinanza, ha però richiamato più delle altre la mia attenzione:

“Ci metto la faccia”.

Ma cos’altro volevi metterci, in alternativa? Un’immagine liberamente tratta dalla pubblicità degli slip? Col rischio di creare disorientamento nell’elettorato cui ti rivolgi, per la somiglianza con altre facce tue concorrenti?
Che poi ciascuno di noi ci mette la faccia in tutto quello che fa, sia pure solamente andare a comprare il pane. Con i suoi pregi e i suoi difetti, io alla mia faccia ci sono affezionato, col vantaggio di non aver bisogno di un modello di scorta, non essendo uso a voltafaccia o scadimenti nel bronzeo. Non so quanti di questi che, direttamente o indirettamente, ci informano che ci mettono la faccia possano dire lo stesso.

Tenuto conto che queste campagne pubblicitarie sono studiate da professionisti del settore, maestri di comunicazione, mi trovo a interrogarmi sui motivi del messaggio e dove una tale frase voglia andare a parare. Intanto non credo che si rivolga agli altri facciuti protagonisti di analoghi cartelloni: è del tutto evidente che pure loro ci mettono la faccia, anche se probabilmente considerano superfluo sottolinearlo. È come mettere sul cartellone la foto di una pecora e, come didascalia, scrivere “Questa è una pecora”. Chi spenderebbe soldi per tale inutile informazione?

questa è una pecora

Probabilmente non intende neanche attribuire a noi la sua bevuta dell’amaro calice, la necessità di metterci la faccia per risolvere i problemi di tutti. Anche perché non mi risulta che, per entrare nel ristretto numero dei finalisti a questo gioco, si sia svolto alcun contest e ci sia stato dato modo di scegliere, magari con il televoto. Spesso invece mi pare, ma è solo una mia impressione, che si tratti di personaggi in cerca di un palcoscenico sul quale esibirsi. Finché rispettano le regole del gioco, nessuno può farci niente. Per fortuna, aggiungo.

O forse invece è proprio nel sottinteso che sta il messaggio: l’omissione del soggetto (io) rende l’interpretazione più difficile, virando verso il subliminale. “(Io) ci metto la faccia”, tu invece…

Letta così, parrebbe una dichiarazione di superiorità, un insulto velato, più che un’accattivante lisciata di pelo. Per quelli come me, che non ambiscono neanche a un posto nel comitato di gestione della bocciofila di quartiere, sentirsi dare del pusillanime (che questo stanno a significare i puntini di sospensione) equivale a un pestone sul callo più sensibile.

Ma tu chi sei, chi ti conosce, abbiamo mai mangiato insieme? Ti ho forse chiesto io di spendere soldi per questi cartelloni? Quindi, a meno di una spiegazione razionale sull’impiego della frase incriminata, ti dichiaro fin d’ora che con me hai chiuso.

Alla mia età un pizzico di permalosità è fisiologico, anche se per qualche amico poco amichevole si tratta di ben più di un pizzico. Solo che, quando mi trovo di fronte a persone presuntuose che si permettono di giudicarmi senza neanche conoscermi… ecco, io su quelle persone lì ci metto una croce sopra.

Ma non sulla scheda elettorale.

Erasmo dal Kurdistan è persona mutevole, con una spiccata tendenza alla tuttologia.
Vorrebbe affrontare la vita con leggerezza e ironia, ma raramente riesce a mantener fede a un impegno così arduo.
Scioccamente convinto di avere qualche dote letteraria (molto) nascosta, si prodiga nel vano tentativo di esternarla, con evidente scarsa fortuna.
Maniaco dell’editing e dell’interpunzione, segue un insano culto del punto e virgola (per tacere delle parentesi e delle amate virgole).
Tenta di tenere a bada una innata tendenza didascalica e quasi pedagogica pigiando sul pedale della satira di costume, ottenendo di comico solo il suo pio tentativo.
Il più delle volte si limita ad imbastire dimenticabili pipponi infarciti di luoghi comuni.

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