Cosa ci dice il caso Durigon

di Marcello Ciccarelli

Il vespaio sollevato dalla proposta di Durigon di intitolare il parco comunale a Mussolini, pur se Arnaldo, merita qualche riflessione. 
In Italia, addirittura sul New York Times, l’idea del sottosegretario al lavoro è stata ritenuta intollerabile al punto che si è dovuto dimettere. E nessuno ha difeso la proposta. Al più, il suo segretario ha cercato di farla passare come una sparata dovuta al sole d’agosto. Tutti hanno considerato la frase per quello che è: un richiamo al fascismo.   

Il nome del parco era già stato motivo di diverse opinioni quando il Sindaco Coletta l’aveva cambiato ma nessuno ha mai sollevato il richiamo al fascismo. Tanto che prima del cambio in Falcone-Borsellino campeggiava la targa all’ingresso senza opposizione pubblica. Nella gran ridda di voci sono prevalse alcune tesi.

La prima, quella dei nipotini di Finestra, senz’altro i più rumorosi

lo chiamiamo Arnaldo Mussolini perché questa è la nostra storia”.

Evidentemente considerano il fascismo una sorta di tradizione del territorio e non una tragedia nazionale.

Altri sono rimasti sul piano asettico della documentazione dichiarando che è dal 1943 che il parco non si chiama più così. 

Poi ci sono i ‘romantici’. Pure loro svicolano dal dovere civico di prendere una posizione netta sul fascismo evocando la nostalgia dell’infanzia “Continuiamo a chiamarlo Giardinetti, come nella nostra infanzia”.

Infine, i ‘pacificatori’ che propongono una sorta di par condicio “Parco Falcone-Borsellino già Arnaldo Mussolini”. Qui, nel tentativo di evitare il contrasto, si arriva, paradossalmente, alla legittimazione di Mussolini.

Buon ultimi quelli che usano il consenso sui due magistrati per superare quello su Arnaldo Mussolini. Anche loro evitano di dire che il richiamo al fascismo sia un buon motivo per non dare il nome di Mussolini ad un parco cittadino. 

La differenza di percezione sul giudizio del fascismo fra noi e il resto d’Italia è evidente.
Lì, la proposta causa quasi una crisi di Governo; qui è un arrampicarsi sugli specchi per evitare lo stesso giudizio.
Il che fa pensare che la città abbia metabolizzato un suo particolare giudizio sul fascismo e su Mussolini.
Lo stesso che Durigon espone nella sua difesa pubblica.     

Ma Latina non è, evidentemente, fuori dal contesto storico nazionale. E dunque? Come nasce questa apparente specificità di latina?

Penso che la particolarità sia dovuta ai perduranti usi, alcuni chiaramente strumentali, dei coloni bonificatori e della fondazione della città.

Sono stati questi interventi politici, culturali e narrativi che hanno fatto metabolizzare l’idea di Latina-Littoria come caso particolare del fascismo.
Comincia il regime quando sceglie la bonifica e Littoria come uno dei principali oggetti della sua propaganda. 

Nel dopoguerra, la D.C. locale, dominata dal pensiero di Andreotti, evita l’approfondimento storico e sociale del fascismo tanto che i cittadini lo possono considerare altro da sé e dalla loro storia. 

Poi è il momento di Redi, il politico che compie una prima mitizzazione dell’opera del colono mezzadro. Il sindaco dei borghi lo trasforma da operaio dell’O.N.C., qual era a tutti gli effetti, nel pioniere-self made man del Far West.
E lo guida alla conquista della città della circonvallazione. 

A seguire, un ventennio di politiche culturali delle amministrazioni di destra, che cercano di ridurre la storia della città ai soli dieci anni dell’anteguerra.  
Una destra che non si accontenta più di un “passato che non passa” ma che vuole riprodurlo nel presente con le sfilate militari, con la toponomastica, con il restauro dei monumenti, con la scelta dei materiali…
E la città è la quinta di un film d’epoca e forse finisce per… crederci.

Buon ultimo, e siamo oramai nel 2010, il successo di Canale Mussolini dove la memoria del colono è il nucleo dal quale Pennacchi parte per sviluppare una narrazione che proietta Latina in Italia e nel mondo.
Ma è la sua arte letteraria, l’epopea che è riuscito a costruire, a trionfare, non certo il valore della memoria del colono.

Antonio Pennacchi

Questi nei suoi filò ha costruito un Mussolini intimo con il quale, come il contadino del sud con Garibaldi, si sente in comunione: è il duce che tutto vede e provvede. E questo suo intimo e personale Mussolini che che gli stimola il bisogno di riconoscenza.  

Ma è un sentimento privato, ovviamente da rispettare. Ma resta privato. E l’Italia ci ha appena ricordato che la città non può continuare a confondere il Mussolini privato dei filò con quello pubblico della storia. 

Marcello Ciccarelli, in pensione, attivo solo cerebralmente. Una volta docente e amministratore. Ancora appassionato di matematica e politica.

Pensieri per la Città – Un’Agorà per Latina è la nuova rubrica-contenitore della nostra rivista blog, LatinaCittà Aperta.
Abbiamo, infatti, voluto affiancare al nostro settimanale, che come sapete tratta di argomenti che potremmo un po’ pomposamente definire di “cultura generale”, uno spazio, un’agorà di riflessione e di approfondimento intergenerazionale su temi della città che ci ospita, Latina, non limitandoci ad essa.
Ci si propone di istituire qualcosa di vivo, un luogo di confronto e di approfondimento, gestito da giovani, donne e uomini, forze fresche e consolidate intelligenze, persuase che la partecipazione e il confronto siano i cardini della buona politica.

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