Cronisti tristi in Nepal

Già all’aeroporto Tarallo potè rendersi conto di cosa avrebbe voluto dire viaggiare in compagnia di un arnese umano come Marzio Taruffi.
L’appuntamento era fissato per le otto di mattina davanti ad una delle entrate dello scalo aereo.
Il loro volo sarebbe partito alle dieci: c’era dunque tutto il tempo per rilassarsi, visto che il check in lo aveva curato il giornale.
Alle otto e quaranta Taruffi non si era ancora visto.
Lallo a quell’ora aveva già consumato larga parte di un repertorio canoro improvvisato, un misto di imprecazioni in ogni dialetto possibile e delle parti meno impegnative dei Carmina Burana.
Per il nervosismo, da qualche minuto aveva preso a saltellare intorno alla valigia, che sì, ci aveva azzeccato quel verme di Frangifutti, era in effetti un malmesso sarcofago degli anni Sessanta, un’eredità familiare a cui, in epoche più recenti, erano state applicate delle rotelline dimostratesi del tutto anarchiche, insofferenti a qualsiasi direzione imposta.
Mentre stava cominciando a preoccuparsi davvero, aveva notato, stupendosene, un flusso convulso di folla farglisi incontro disordinatamente, per poi sorpassarlo in tutta fretta.
I volti di quella gente, prossima a correre e ingombrata dai bagagli, parevano allarmati, così per un istante Tarallo sentì un brivido raggelargli le terga: dopotutto da giorni si temevano nuovi attentati, tra la faccenda dell’Afganisthan e altre storie di terrorismi misti.


Poi notò che alcuni dei fuggitivi si tappavano il naso.
Lallo allora respirò di sollievo, pur sapendo che quello sarebbe stato per molto tempo il suo ultimo respiro profondo: era chiaro, infatti, che stesse arrivando Taruffi.
In effetti quasi subito dopo scorse la sagoma massiccia del suo amico e collega, il cui puzzo era tale che, in combutta con l’infame direzione presa dalla brezza, ne anticipava la presenza di almeno cinquanta metri, arrivando quindi a lambire le sue narici, che, prudenti, si accartocciarono.
Nonostante il clima fosse ancora estivo in quello squarcio iniziale di settembre, Marzio era combinato in modo, a dir poco, leggendario: indossava infatti un cappottone monumentale e pelosissimo, vecchio a sufficienza per annacquare in un marronastro incerto quello che originariamente doveva essere stato un colore diverso.
Lunghissimo, fin quasi a terra, quell’indumento imponente lasciava appena intuire la presenza di anfibi di stampo militare ai piedi di quell’essere mitologico ambulante.
“Scusa, scusa, scusami Lallo– latrò il cronista aromatico, tutto affannato, appena lo raggiunse – ma sai com’è, Dorothea non voleva lasciarmi partire… all’ultimo le vengono tutte le voglie!… comprendi cosa intendo, no?…”
“Sì, sì, capisco – tagliò corto Tarallo, orrificato, che non voleva nemmeno immaginare cosa dovesse essere un Taruffi in amore – Ma non ti sei messo un po’ pesantuccio? D’accordo che in Nepal fa freddo, ma per il viaggio pensavo ti saresti tenuto un po’ più leggero..”

Marzio Taruffi

“Infatti – fu pronto l’amico a replicare, aprendo le pesanti ante del cappottone – vedi, sotto ho il costume da bagno!”
Lallo, messo di colpo dinanzi alla vista di Taruffi, che sotto quella specie di sarcogago, non aveva indosso altro che il suo celebre costume macchiato, sentì una vertigine che lo fece barcollare:
“E tu vorresti stare in aereo combinato così, col costume e gli anfibi!!??”
“Mi pareva che sarei stato comodo: so che il viaggio durerà più di dieci ore, e dunque…”

A quel punto Tarallo quasi urlò: “Dunque cosa, Marzio? Se non ci arrestano per esportazione illegale di puzze, ci butteranno fuori dalla fusoliera per oltraggio alla decenza!!”
“Accidenti il puzzo, hai ragione, giusto! Mannaggia- si afflosciò Taruffi contrito si sente, eh, quel dopobarba che mi ha regalato Dorothea? Non ci ho pensato, accidenti: io glielo avevo detto che fa un po’ di odore.. ma le conosci tu le donne…
In effetti ha una cosa… voglio dire, una riuscita, un po’ dolciastra. Ma Lallo, non preoccuparti: qualche mezz’ora e quella “puzza” svanirà sicuramente”

”Sì, ma non la tua, che sfida l’eternità..”, pensò subito Lallo prima che Taruffi riprendesse a delirare:
“Casomai per quell’altra cosa del costume, mi metto su la maglietta con il testo di “Così piccola e fragile” e la faccia di Drupi, che mi regalò mio cugino Melchisedec nel 1977, e mi infilerò quei miei calzoncini corti con su stampato Khabir Bedi, che fanno già un po’ asiatico, no? Va bene allora? Trovo una toilette e mi cambio subito”.

Dopo quell’inizio un po’ arduo, le cose presero a filare e fu un gran vantaggio per gli altri passeggeri di quel volo per Kathmandù, che fossero rimasti invenduti, e dunque liberi, diversi posti, così quelli di loro che si erano ritrovati più vicini ai nostri due eroi, preferirono di gran lunga rischiare il covid o provocare un incidente aereo ammucchiandosi in coda, piuttosto che godersi il lezzo corposo di quel marziano coi calzoncini di Khabir Bedi e la t-shirt con Drupi.
Taruffi dal canto suo ignorava di essere Taruffi, o almeno non si rendeva conto di essere così com’era e si addormentò dunque come un bambino, russando allo stesso volume prodotto da una grande cartiera in piena attività.
Tarallo passò il tempo leggendo un libro di Joseph Roth fino a che, intriso di salvifica malinconia, e con gli occhi umidi di commozione, non riuscì anche lui a chiudere gli occhi per un paio d’ore.
Non si può dire che quel viaggio, studiato per farli fuori proprio nel periodo rovente della campagna elettorale della loro città, li esaltasse: erano cronisti tristi sospesi in cielo, diretti per loschi motivi verso una terra ignota.
Si svegliarono insieme, Tarallo e Taruffi, in un aereo ormai disabitato, destati dai colpi di tosse delle graziose hostess nepalesi, leggermente nervose per la piccola perdita di tempo: gli altri passeggeri, infatti, erano scesi già da diversi minuti.
I due giornalisti saltarono su come tappi di prosecco, e Taruffi bofonchiò pure un incongruo saluto in spagnolo alle ragazze: “Adios!”, poi entrambi corsero come folgori stagionate al ritiro bagagli.

Fu facilissimo trovare le loro valige perché gli addetti avevano fermato il nastro proprio per guardare a loro piacimento quei pezzi da museo, tanto che l’enorme stanzone risuonava tutto di un fitto squittio di risatine orientali che non riuscivano a placarsi finendo per sembrare dei singhiozzi.
Fuori dalla zona degli arrivi, ormai c’era solo una persona in attesa, un nepalese.
L’uomo, che indossava un comodo camicione arancione su larghi pantaloni bianchi, teneva in mano un cartello con su scritto:

THARALL/O’ – THARUFF/O’

Lallo, che si manteneva lucido, al contrario di Taruffi che, sorpreso di tutto, girava la testa in ogni direzione, comprese subito che quell’ometto aspettava loro due, così gli si fece incontro.
“ Sono Ganesh Visvakarm signore – esordì l’altro con un sorriso che scopri una dotazione di denti almeno tripla rispetto a quella normale della specie umana – Solo un piccolo viaggiamento per regione Syangia, adesso per voi. E doppo, mio profondissimo contentezzo fa porta essi da amico ad albergone Putalibazar, dove signori puote trovare grosso riposamento. Prego fare seguimento me stesso, Ganesh”.

Ganesh Visvakarm

Detto questo, l’ometto si piegò in una specie di inchino, e girò i tacchi, avviandosi verso l’esterno dell’aeroporto.
Tarallo, afferrandolo, costrinse ad uscire dal suo stato di tranche un Marzio stordito, che continuava a girarsi intorno con gli occhi sbarrati e diceva: “Ma hai visto come scrivono Tarà, non ci si capisce niente! E poi mi pare che fuori sia già notte. Ma che roba…”

नेपाल

Nel grande piazzale fuori dallo scalo, furono sorpresi dal volume di un gran traffico serale, che nel suo flusso denso e disordinato, smentiva alcune delle immagini dell’oriente stereotipato che i due sciagurati avevano in mente: un luogo pigro, lento, poetico e contemplativo.
Qui, invece, in ogni direzione filavano, tossendo o ruggendo, vecchie automobili, camion e autobus polverosi e malandati, carri di buoi e biciclette adattate a risciò.
In lontananza, oltre i tetti di interi quartieri di palazzi piuttosto alti, sbucavano, una diversa dall’altra, e tenuamente illuminate, le cime di templi e molti altri stupa.

I due esuli del Fogliaccio seguirono Ganesh fino ad un parcheggio piuttosto buio, dove tra i tanti, sostava un bus vecchissimo, sporco e rugginoso, che aveva l’aspetto di aver perso tutte le battaglie intraprese.
Sembrava quasi trattenersi in quel postaccio solo per riprender fiato.

“Questo qui, mio autobussamento gagliardo, porta voi regione western Syangia. Lo viaggiamento è cortolungomedio, con breakfastamento per vostre bocche prima di primo arrivamento. Poi mio amico Hari Gurung, bello linguacciuto vostro bell’idioma, porta voi con carrettamento a Putalibazar per fare strongo dormimento a albergone “Yak Contento”, o festoso, come vuolete.

Ora signori prega alzare in autobussamento dove c’è buono mangiamento con carne”.
In effetti Lallo e Taruffi, appena saliti a bordo, trovarono subito i loro posti, gli unici occupati, del resto, in quello scassone deserto, anche perché erano segnati da due piatti di coccio riempiti con quello che sembrava una specie di abbondantissimo pasticcio di carne macinata:
“Yakko: moltissimo buonone quello! – urlò Ganesh entusiata – smarto mangiamento per signori voi”.
Tarallo sollevò cautamente il piatto fino a portarselo sotto il naso: aveva l’odore delle vecchie poltrone in pelle.
Alla faccia dell’appetito, che si faceva sentire, la pietanza mancava di qualsiasi appeal.
Sospirò, non sapendo come comportarsi per non offendere il loro autista.
Si girò verso Marzio per decidere un contegno comune, ma si accorse che il suo odoroso collega aveva già spazzolato oltre la metà di quella roba.
“Ottima Tarà – commentò Taruffi ruminando a bocca piena, aggiungendo pure, come fosse una scoperta sensazionale – Carne, è carne: mia zia Durlindana la cuoceva proprio così, tale e quale”.

Lallo scosse la testa, incredulo, e decise di prender tempo prima di assaggiare la prelibatezza di una zia Durlindana del Nepal. Tirò invece fuori la sua guida e lesse:

“Il nepali è una lingua indoeuropea del ramo indoiranico scritta in caratteri devanagari. È parlata, oltre che in Nepal, in India e nel Bhutan meridionale. I parlatori censiti da Ethnologue (compresi i balbuzienti) sono circa 11 milioni in Nepal, 2,5 milioni in India e 256 000 in Bhutan. Negli anni successivi il numero di parlanti totali è cresciuto, riconoscendo come muggito in nepali, anche la lingua parlata dalla numerosa comunità bovina del Paese”…

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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