Lallo e Taruffi nel regno di Re Spampalon

Taruffi, dopo aver divorato mezzo yak, sembrava essere ricaduto in una specie di sapido torpore.
Non si poteva dire la stessa cosa dell’instancabile Ganesh, che si rivelò un autista spericolato, con una fede cieca, impossibile a condividersi, nelle qualità ultraterrene del suo scassatissimo bus.
Uscendo da Kathmandù quella notte, infilò una serie di sensi unici da brivido che, con l’eccezione delle grandi navi da crociera, degli aerei e dei razzi, li misero a stretto confronto con tutto il restante lotto di veicoli presenti sul pianeta.
Tarallo, sempre più irrequieto, stava provando a leggere la sua guida del Nepal, ma dopo che ebbero sfiorato di tre millimetri un immenso tir bianco con un dragone dipinto sulla fiancata, terrorizzato, cominciò a salmodiarne ad alta voce le frasi, come si fosse trattato di un canto gregoriano, un talismano contro la paura di un tremendo scontro, di un incidente fatalissimo:

Treee dei quattordici “ottomilaaa” del pianeta sono interamente compresiii in teerritorio neeepalese: il Dhaulagiri, l’Annapurna e il Manaslu.. Altri quattrooo sono inveceee condivisi con la Cinaaa: l’Everest,il Lhotse, il Makalu e il Cho Oyu. Infiiine il massicciooo del Kangchenjungaaa è condiviso con l’Indiaaa. Numerose altre veeette superano i 7 000 metriii…”

Fortunosamente, dopo vari chilometri di terrore, lo Scassabus riuscì ad uscire indenne dalle vie della capitale, infilandosi in una strada rettilinea abbastanza comoda, una specie di autostrada, così Lallo potè riprendere il normale ritmo respiratorio.
Dalla gola di Taruffi, invece, che era sprofondato nel sonno del giusto, fuoriusciva un mezzo ringhio.
Tarallo pensò alla incredibile duttilità dell’essere umano: eccoli li, a distanza siderale dalla loro terra, scaraventati da un giorno all’altro in una situazione imprevedibile in seguito ad un rovescio della sorte, costretti ad affidarsi alle braccia maldestre di un tizio sconosciuto che guidava come un etilista all’ultimo stadio.
“Ci si abitua proprio a tutto”, concluse, considerando anche che oramai era così avvezzo al tremendo odore taruffiano, da non sentirlo quasi più, da non farci troppo caso.
Non era esattamente la stessa percezione che aveva il loro autista.
Abbandonata Kathmandù, si era fatto assai loquace, ed il primo argomento della sua logorrea era stato, guarda caso, proprio l’aroma di Marzio:
“Suo amico sta fando di molto puzzamento, lui stinka come stercamento di leopardo nebuloso, bestio assai puzzosone. Bus pieno pieno di aria puzzosona tanta ora. Fa lui cosa di puzzamento pe allontàna brutti nemighi stronzi?”

Leopardo nebuloso

Con un sospiro Tarallo abbandonò la lettura della voce “orografia” della sua guida del Nepal, e provò a rispondere a Ganesh in modo da essere comprensibile alla sua bizzarra versione dell’italiano:
“No, non è questione di tener lontani i nemici. In realtà non so perché il mio amico faccia così tanto puzzamento, era già così quando l’ho conosciuto, puzzosone come lo stercamento del leopardo nebuloso. Non ama l’acqua, forse è quello il suo problemamento..”
“Agc.. accq… acqua? Quale significamento sei acqua?
Lallo cercò a gesti di spiegare al nepalese cosa intendesse con il termine “acqua”.
Imitò il fluire di un fiume, lo scroscio di una cascata ed infine i gesti di chi si lava la faccia, riuscendo finalmente a farsi capire.
“Ahh watera è significamento!! Watera! E perchè tuo diramento non è italiano watera? Sei dialettista quando tu acqui?”
“No, io non “acquo”, e quello non è un sostantivo dialettale…” provò a replicare Tarallo, ma subito si vide Ganesh sbandare paurosamente appena sentì pronunciare l’espressione “sostantivo dialettale”.

Ciò che Ganesh chiama “watera”

Il bus arrivò di punta sull’orlo di un tornante, sporgerdosi nel vuoto fino all’altezza delle ruote anteriori, in un gran stridìo di freni. Solo quando Lallo ebbe terminato il suo karma istantaneo, ovvero la rassegna mentale di tutta la sua esistenza in pochi centesimi di secondo, l’autista, con un colpo di controsterzo, roba da farsi rimanere il volante in mano, riuscì a riportare lo Scassabus sulla strada.
“Ah Ah Ah – rise di gusto Ganesh a bocca spalancata – tu fare scherzamento signore! Tu vuoi mettere confondimento con lingua chissacchè! “Sostantino dialettista!!” Comicamento grandissimo, ah ah ah! Quasi quasi facevo credemento: tu burlisto!”
Tarallo, molto scosso, e pallido come la morte nei film di Bergman, si rallegrò con se stesso per non aver mangiato la carne di yak.
Del resto il suo piatto, con quel genere di guida sportiva, era volato via, finendo con lo spiaccicarsi su uno dei finestrini sporchissimi del bus, che dopo quell’innesto pareva un quadro di Pollock.

Jacson Pollock, “Composizione rossa” – 1946

E Ganesh parlava, parlava, faceva risolini e seguitava a parlare, parlare, prima nel suo buffo italianese, poi nella sua lingua.
Nel corso del perigliosissimo viaggio, un incubo con troppe curve, Taruffi seguitava intanto a ronfare, indifferente ai pericoli mortali che correvano: aggrottava le labbra, le arricciava, le schioccava.
Nel sonno, biascicate in un semiborbottìo dai toni bassi, di tanto in tanto emetteva anche alcune misteriose frasi, cose come: “No, dolcezza cara, no, col perizoma sto male” oppure: “mi fai impazzire con la cuffia da bagno e le racchette…”.
Passavano così le ore e, man mano che lo Scassabus procedeva, i centri abitati che incontravano si facevano sempre più piccoli e isolati, le strade più malmesse e le boscaglie attorno più fitte.
La notte portava freddo, così Lallo, accorgendosi che Taruffi, che aveva ancora indosso la sola maglietta di Drupi e i calzoncini con Kabir Bedi, iniziava ad agitarsi dormendo, recuperò da un sedile il megacappottone di ghisa e, tenendolo tra le punta delle dita, con un certo disgusto lo poggiò sul suo amico.

Kabir Bedi

Quando la luce dell’alba, nonostante la barriera opposta dai finestrini luridi, lo investì in pieno, Tarallo, sobbalzando, si rese conto di essersi addormentato e si tirò su.
Ganesh ancora parlava e Lallo pensò che doveva averlo fatto ininterrottamente, senza neanche accorgersi che i suoi passeggeri non erano in grado di ascoltarlo.
Ora il panorama fuori si era fatto più dolce, con campi di riso più in basso e cime boscose ad elevarsi verso l’alto: si avvertiva il forte freddo mattutino.
Sul ciglio della strada Lallo, sbalordito, notò un cartello, sovrastato da una corona col nome Spampalon alla base: vi compariva un motto scritto in caratteri latini in una lingua che sembrava dialetto veneto:

“I mona se riconosse da do robe: dal parlar quando ch’i dovaria tasèr e dal tasère quando ch’i dovaria parlar”

“Ma tu sai cosa significa quella scritta?”, chiese Tarallo all’autista/interprete.
“Ma sì, certamentemente – ribattè pronto Ganesh – scritto cartellamento parla de stupidissimati. Spampalon padron li pianta per mette pensamenti in nostrissime teste.
Lui dice che nostre teste, troppo deboline, devono essere più pensamentemente forti. Spampalon padron insegna: tuto sa e tuto varda!”

Tarallo cominciò a capire che l’importante industriale, produttore del riso mònada, aveva creato in quella regione qualcosa di simile ad una signoria locale, una sorta di regno, perché la sua presenza si fece progressivamente più evidente man mano che scorrevano i chilometri di quelle strade di montagna.
Si incontravano infatti piccoli bazar Spampalon, depositi di legname Spampalon, spacci di abbigliamento Spampalon e persino, isolata in mezzo ad una specie di giungla d’alberi, una Ricevitoria Spampalon del Lotto italiano.
Dall’interno del cappottone monumentale di Taruffi proveniva un misto di gorgoglii e di soffi più gentile rispetto ai ruggiti notturni: che il suo amico avesse automaticamente accordato il suo russare al tono lieve e cantilenante del nepalese?
Mentre, ancora intorpidito, teneva a bada un mucchio di pensieri futili come questo, vide sfilare accanto allo Scassabus un altro cartello, simile ai precedenti:

“Pitosto che vansa, crepa pansa” *

Decisamente erano entrati penetrati ben all’interno del Regno di Re Spampalon…

*Piuttosto che qualcosa avanzi, che crepi (scoppiando) la panza

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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