Spampalopolis

Lo spazio all’interno del carretto era limitatissimo, così Tarallo e Taruffi stavano addossati l’uno all’altro, e per via dei frequentissimi sobbalzi di quel mezzo intrepido, finivano per cozzare di continuo, come due clown al circo, e ad ogni botta seguiva un vasto assortimento di imprecazioni.

Man mano che, salendo, si facevano strada su quella striscia di terra strappata ad una giungla sempre meno lussureggiante, la temperatura aveva preso a scendere sensibilmente, così Lallo che l’aveva previsto, si era messo al riparo piazzandosi all’interno di un giaccone ipertecnologico dai colori fiammanti, dono di Consuelo.
Era un indumento che aveva il potere di farti sentire ad Honululu anche se in realtà eri al Polo Nord e stazionavi sul pak facendo pesca col buco al “Gymnelus viridis”, altrimenti detto “pesce dottore”.

Marzio Taruffi, invece, si era nuovamente sobbarcato il peso anormale del suo cappottone bisunto, che appena venne maneggiato, sparse effluvi taruffiani su quei poggi immacolati.
Come previsto da Ganesh, il leopardo nebuloso, che, per coincidenza, stava appunto progettando un assalto al carretto e ai suoi occupanti, grazie ai miasmi del cronista, e messo così dinanzi ad un essere molto più “puzzolone” di lui, rivide in suoi piani, non escludendo un futuro da vegetariano.

Intanto Hari, il conducente, che per sua fortuna era affetto da rinite cronica, se ne stava un po’ discosto, beatamente a cavallo di Parvati, una di quelle che Ganesh aveva definito le due “boviniste femmine”.
Cantava inebriato:

“Tu sei buono e ti tirano le pietre,
Sei cattivo e ti tirano le pietre.
Qualunque cosa fai, dovunque te ne vai, sempre pietre in faccia prenderai.
Tu sei ricco e ti tirano le pietre,
Non sei ricco e ti tirano le pietre
Al mondo non c’è mai qualcosa che gli va e pietre prenderai senza pietà!
Sarà così finché vivrai Sarà così…

Lallo e Marzio si guardavano in faccia, stupefatti.
Hari, mentre si sgolava ebbro, coi successi semidimenticati degli anni Sessanta, doveva contemporaneamente riprendere Savitri e Parvati, perché anche le bestie cornute parevano innervosite dalla presenza aromatizzante di Taruffi: tendevano ad imbizzarrirsi e rialzavano nervosamente le testone, emettendo brevi muggiti.

“Co le ciàcole no se ‘mpasta frìtole” *

Anche se continuavano ad incappare nei famosi cartelli, frutto della filosofia invasiva del monarca Spampalon, i due giornalisti, sempre più sgualciti, si rendevano tuttavia conto di trovarsi in un paese lontanissimo, un luogo condizionato dal gioco climatico di altissime cime fredde, e di altre vette, più basse e sorprendentemente verdi, ma certo tutt’altro che calde.
E non era tutto.
La nazione nepalese, perfino in quel distretto di Spampalopolis, nel regno cioé di un loro ex concittadino, pareva intrisa da un grande misticismo, un elemento così pervasivo che Tarallo e Taruffi iniziavano ad intravedere bene, testimoniato dalle strutture eleganti dei monasteri buddisti, un paio dei quali gli erano apparsi come fantasmi nelle nebbie, coi loro bei colori rosso e oro e i tetti a punta.
Stavano poggiati su colli distanti dal loro percorso, ma perfettamente intuibili.

Nel cervello di Lallo, un po’ frullato dal continuo shakeraggio bovino, vagavano comunque pensieri sconnessi: ora gli appariva il volto amato di Consuelo, dalla bellezza insostenibile, ora quello, al contrario, spregevole, del servo Frangiflutti con l’elmo bicornuto sulla testina brizzolata.
Fra le cose che gli si affollavano in testa, gli tornava in mente anche lo strano racconto col quale Benny Syracuse lo aveva intrattenuto in ospedale, poco prima che lui venisse liberato, con la complicità di Nestore Faria, attraverso il raid fulmineo di un commando formato dai suoi amici.
“Tu ti lamenti di quel fetuso di Direttore? – gli diceva Syracuse – all right, ci può stare il lamento, ma per levare di mezzo ‘o guaio, ci vogliono due o tre cose: un piano, degli amici e la voglia di farlo riuscire. Tutto si può fare se ci hai il fegato giusto e i palloni belli gonfi nel pantalone, mi spiego?

numero 20
Benny Syracuse

Seguimi ragazzo – gli aveva poi detto l’italoamericano – e stammi bene a sentire: dalle mie parti c’era quel tizio, Sonny Bruschetta, che gestiva il business della monnezza in città, ma che aveva le mani in pasta dovunque, insomma era una cazzo di piovra, do you understand me?
Questo tizio era davvero ‘nu fetente di primo livello, e per dirti che tipo fosse, tieni presente che a dodici anni di età aveva portato sua madre, Sofronia Avvitabile, al Monte dei Pegni.

Voleva metterla in vendita ed investire i soldi in un tipo di droga che allora andava forte: la “spogliascopolina”, una cosa che bastava aspirarne una nuvoletta microscopica per farti venire certe idee, non so se mi spiego boy, e cercare di metterle in pratica subito, immediatamente, col primo essere umano che incontravi, che fosse una donna meravigliosa o un tranviere foruncoloso, non importava.
Gli servivano dollari, capisci?
“Guardi che linea ha ancora, nonostante due gravidanze – così diceva Sonny, che aveva anche un fratello scemo, Tony si chiamava, indicando sua madre, poveretta, allo strozzino – e guardi il petto come è pieno, pare il culo di un neonato, fa venire voglia, no?…”.

Sonny Bruschetta

Dopo un esordio di questo livello, era sicuro che ‘sto schifoso di Bruschetta facisse strada: ‘na monnezza nel business della monnezza. Non si distingueva lo smaltitore di rifiuti dall’oggetto dello smaltimento.
Che poi, a vedere bene, altro che smaltire guagliò, quello interrava tutto, anche sotto i campi da frutto: pure il plutonio ci schiaffava se gliene capitava un po’.
Mi ricordo di un… come se dice… un farmer, sì, uno villano, ‘nu contadino insomma, che mi raccontava che da qualche anno poteva parlare dei suoi cazzi personali con le pere che stavano sui rami, e giocare a carte coi ravanelli, che oltretutto lo battevano puntualmente a briscola.

Lui non ci capiva niente Lallo, non sapeva perché ci fossero in giro ‘ste cose strane, ma io sì, lo sapevo, e Bruschetta pure.
Lo stercoroso possedeva pure un paio di giornali: uno parlava solo della monnezza e del suo mondo: smaltimento, riciclo ecc ecc, tutte cazzate; l’altro invece era un quotidiano cittadino, un po’ come quello tuo, o meglio quello in cui lavori.
Era una fetenzia boy: taceva le porcate dei politici amici e ne inventava di continuo a carico di chiunque volesse metter mano al problema dei rifiuti, politico, associazione, o privato cittadino che fosse..
Lallo, pur provato dal soggiorno in ospedale, non poteva non cogliere le analogie che il racconto di Benny Syracuse mostrava col suo mondo di provincia: in quella città americana, dunque, c’era persino una rivista del tipo de “Il coraggio del rifiuto”!
Intanto l’amico sfregiato proseguiva:
“Alla fine è arrivato il momento in cui un paio di giornalisti di quello schifo di quotidiano, due persone di coscienza, non ce l’hanno fatta ad andare avanti: non ne potevano più di fare quel gioco miserabile, così chiesero consiglio a Freddy Soriano, uno che conosceva tutti, ma proprio tutti, in città.

Freddy Soriano

Freddy non li lasciò neppure finire: per un caso fortunato, aveva un gruppo di amici interessati a far smettere gli interramenti, gente danarosa, mi segui, che aveva ville meravigliose a ridosso dei campi avvelenati da Bruschetta, con grandi giardini pieni di alberi da frutto in cui, improvvisamente, nel pieno della notte, le arance si erano messe a cantare “Nobody Knows the troubles I’ve seen”, e nei quali erano nati fichi a stelle e strisce!
I due giornalisti, Soriano e i ricchi proprietari delle ville si incontrarono ed ascoltarono i suggerimenti di Freddy.
Su suo impulso decisero di rivolgersi alla “Damn bad luck!”, cioé Maledetta Sfiga, un’agenzia che reclutava dei conclamati portajella ovunque nel paese, gente deleteria in presenza della quale avvenivano infallibilmente fatti misteriosi e malaugurati.

Erano professionisti della sfortuna, insomma, pagati ancor più dei semplici e rozzi killer, e che, in caso di reclutamento, facevano in modo di trascorrere qualche giorno coi “bersagli” da colpire per attivare il loro potere.
Non hai idea di come fossero dannatamente efficaci, boy: l’agenzia poteva vantare una casistica impressionante.
Tempo prima avevano affidato Sal Jenkins, un figlio di puttana, ricco sfondato e perfido come un mal di denti, alle cure di Morty Tombstone, un fantastico evocatore di catastrofi, con una carriera letale alle spalle.
Quello gli si incollò addosso con discrezione, e non gli ci volle molto per ottenere risultati: le ruote, appena controllate, della Chevrolet fatta a mano, nuova di zecca, scoppiarono contemporaneamente mentre Jenkins percorreva a tutta birra l’altissimo viadotto di Newbridge.
L’auto finì nel lago sottostante, mentre l’uomo, sbalzato dalla macchina venne ritrovato nel pagliaio dell’agricoltore hamish Samuel Byble, che scosse la testa severo, disapprovando l’irruzione.

Samuel Byble e la sua famiglia

Jenkins sembrava scosso, ma abbastanza in salute, perchè la paglia aveva un po’ attutito il suo impatto col suolo.
Gli unici vistosi effetti dell’incidente furono i seguenti: primo, che la statura di Sal passò dal metro e ottantacinque ai quarantadue centimetri e mezzo; secondo, che il figlio di puttana divenne di colpo buonissimo.
Dedicò il resto della sua esistenza alle opere buone: ad esempio, eresse a sue spese un collegio per giovani procioni orfani.
Sonny Bruschetta, che subito dopo venne fatto oggetto anche lui, delle amorevoli cure di Morty Tombstone, fu investito all’uscita della prima di “Giungla d’asfalto” da un risciò guidato da un ipermetrope etiope.

Morty Tombstone

Era l’unico veicolo di quel genere che si fosse mai visto a Chicago!
Che ne dici boy, potrebbe essere una cosetta da imitare, no? Non avete da voi un’agenzia come la “Damn bad luck!” qui in città?….”
Tarallo ancora rimuginava su questo ricordo, quando fu interrotto sul più bello: richiamato dalle grida e dai gesti entusiastici di Taruffi, inquadrata tra le corna di Parvati, come se fosse in un mirino, gli apparve la città di Putalibazar.
Erano arrivati a Spampalopolis!


* Con le chiacchiere non si impastano le frittelle

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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