Ermenegildo Spampalon si presenta!

Quant’è che non la sentiva, pensò Tarallo, scalciando via lenzuola immaginarie, visto che di quelle vere si era già liberato durante la notte:

“Prendi questa mano, zingaraaaa
Dimmi pure che destino avròò
Parla del mio amore
Io non ho paura
Perché lo so che ormai
Non mi appartieneeee…”

Era stata infatti una notte tormentosa.
Intanto per un bel pezzo non avevano capito come spegnere l’antiquato televisore che sorprendentemente trasmetteva un programma in ricordo di Claudio Villa, “cantista” che pareva essere piuttosto noto in quella regione del Nepal.
Lallo, che non aveva trovato in giro uno straccio di telecomando, sorvolò sulla proposta di Taruffi di lanciare l’apparecchio fuori dalla finestra, proposta arrivata dopo la terza ora di trasmissione, per la precisione quando il “reuccio” stava cantando Io ti do la cosa più bella che ho, e quando il suo amico faceva ormai bolle dalle orecchie.
Il cavo del televisore si perdeva sotto un pesantissimo mobile rettangolare, una sorta di cassapancona con un dragone dipinto attorno ad una toppa senza chiave, un coso per niente agevole da spostare perchè potessero poi staccare la spina.
Alla fine Tarallo si era attaccato a quel filo tirando con tutte le sue forze: con la spina, però, venne via anche un intero pezzo di intonaco, che scivolò sotto il mobile sbucando dall’altra parte, e che Marzio si affrettò a raccogliere a mani nude, gettandolo in fondo al cestino del bagno, e nascondendolo sotto la scatola dello Smartbarb.

Finalmente avrebbero potuto dormire, anche se dalle finestre senza serrande dello Yak Festoso arrivava in camera un po’ di luce dalla delicata luna nepalese, ma anche il borbottìo di svariate bestiole non ben identificabili.
Quando a questa soffusa colonna sonora si aggiunsero i ruggiti da leone a dieta che venivano fuori potenti dalla bocca di Taruffi, Lallo ebbe un serio momento di sconforto.
Sotto la spinta del sonno e dell’insofferenza, sentì caldo e sentì freddo, soffrì perfino il tiepido; gli vennero pruriti sparsi, rincorsi qua e là da vari e nervosissimi grattamenti; si girò e rigirò mille e più volte, sentendosi come un fachiro fuori allenamento su un letto di chiodi, poi, in vista dell’alba, finalmente prese sonno.
Lo destò, appunto, quel motivo lontanissimo, sepolto da decenni nel suo subconscio e in quello d’Italia:

“Guarda nei miei occhi, zingaraaa
Vedi l’oro dei capelli suoiii
Dimmi se ricambiaa
Parte del mio amoree
Devi dirlo questo tocca a te…”

Prima che potesse prendere coscienza d’esser sveglio, Taruffi, con un balzo da giaguaro era volato via dal suo giaciglio, e gli era saltato addosso, mezzo dormiente, ma deciso:
“Hai riattaccato la spina a quel dannato televisore?? Dimmelo, dimmelo!!”
Lallo, preso alla gola, lo guardò con lo stesso sguardo lattiginoso col quale il proteo delle grotte di Postumia seduce le femmine della sua specie, senza connettere per qualche altra manciata di secondi.
Poi capì tutto e, biascicando, replicò:
“Deve essere quell’accidente di tipo mezzo matto.. quello che ha la fissa per le canzoni italiane degli anni Sessanta: Hari, o come c….o si chiama…”
Un minuto dopo, in effetti, il nepalese canterino irruppe nella stanza insieme ad un Ganesh trafelatissimo, che sembrava preso dal fuoco di Sant’Antonio:
“Prestamente i signori loro facciano alzamento svelto svelto! – strillò quest’ultimo, battendo le mani – grande mangiamento colazionoso e poi tutti nel carrettamento per palazzo di Padron Spampalon, che sta facendo già attendamento di italianosi come elo: orsubito signori, facete alzamento, orsubito!”

Ganesh

Uno dei due giornalisti lamentò allora che tutta quella fretta non gli avrebbe concesso nemmeno il tempo di lavarsi, mentre l’altro, indovinate quale, nel cui vocabolario quel verbo non figurava affatto, si era già dato ad immergere dei buffi biscotti rustici a forma di yak, in un anomalo tazzone di latte, anch’esso di yak.
Lallo riuscì comunque a darsi una frettolosa sciacquata e a trangugiare un paio di quegli strani affari biscottosi, inzuppandoli anche lui, e quando Marzio, con un sonoro rigurgito, che fece cadere un quadretto un po’ zuccheroso dalla parete, diede segno di esser pronto, tutti uscirono dalla stanza.
Parvati e Savitri, le due boviniste femmine, non parvero particolarmente entusiaste di rivederli: arricciarono i nasoni, ma furono costrette in ogni caso ad ospitarli di nuovo nel carretto e, con un sospiro di lieve disgusto, infine partirono.
Anche in quella circostanza, man mano che il carretto avanzava, i due italiani vennero fatti oggetto di una grande curiosità, soprattutto femminile: Tarallo se ne intimidiva, Taruffi proprio non se ne accorgeva e cantava a mezza bocca seguendo la voce di Hari:
“Luglio col bene che ti voglio vedrai non finirà ahia hia hiai…”
Compresero comunque che stavano avvicinandosi a Palazzo Spampalon perchè ai lati della strada si infittivano i cartelli con i motti favoriti del potente Ermenegildo:

Quando che l’omo xe stimà el pole pissare in leto e dire che’l ga suà. (¹)
Mejo fidarse de na dona, che de un omo sensa peli.(²)
Sasso trato e parola dita no torna più indrìo. (³)

Ganesh, intanto, parlava a ruota libera, introducendo importanti nozioni di protocollo:
“Padron Spampalon, italioso come voi signori, sta grande contentista di fare vedimento di suoi connaziu… connozia… connazionisti, ecco! Voi fare arrivamento propetamente da sua zona, così lui contentista moltassai.
Padron Signor butta molto monetamento nel giornalo di voi scrivisti, perché lui si sente davveramente… (mhh, come fare diramento di questa cosa, voi?) si sente davveramente.. ah sì: reazionista, e volere sua città stare bene reazionista pure, per l’elezionaggio di ora. Fa seguimento elettoroso attento in distanza, con il Direttore, Frangifluttui di voi, bravo anche lui a fare reazionismo con suo elmo cornuto.
Voi due signori non fate troppo parlamento con Padron Spampalon, lui ha piacimento di parlare come solista, capiste? Lui molto saggista, possiede dentro tanto dello scibiloso mondiale perché fa affarismi col globulo, fa vendimento di riso monàda in Croazia, buonissimissime chiccosità.

Altra cosa importantosa c’è, che voi dovete far sapimento.
Padron Spampalon sta molto innamoratoso di Sua Bellezza, Principessa Aishwarya, moglie danzista di primo gradimento, e tantissimo è orgogliotico di lei, ma signori voi non facete troppo i moinosi con ela, non complimentatela moltamente per no stuzzica suo gelosamento forte forte. Buttate mani se amate suo danzamento, ma no troppissima complimentazione di ammiramento masculizio sennò.. Fate cose braviste”
Cinque minuti dopo giunsero presso un palazzo da mille e una notte, una costruzione gigantesca in stile nepalese, ma con un laghetto prospiciente la facciata, nel quale oziavano un paio di gondole.
Attraversarono un numero interminabile di stanze, scortati da un plotoncino di nepalesi e da sei tizi di colore, privi di una funzione che si potesse intuire, ed infine vennero introdotti all’interno di una sorta di sala del trono.
Alle pareti i due giornalisti videro appesi scorci della loro città e qualcuna delle bellezze dei suoi dintorni.

Sui muri figuravano anche parecchie targhe di riconoscimenti conferiti a Spampalon, molte delle quali scritte in croato, un quadretto con l’emblema a U degli ustascia che circondava una specie di boccetta in fiamme, e una foto di Mussolini incongruamente trebbiante nella sala macchine di un cacciatorpediniere.

In bella vista anche una immagine dell’ex sottoqualcosa Ciccibon, che, strizzato in un completo scuro, ghermiva una tartina alla maionese e salmone.
Ma la foto più grande, prendeva quasi tutta la parete che stava dietro al monumentale trono ligneo scolpito, era quella delle nozze di Spampalon con la bella danzatrice Aishwarya, immagine che impietosa, sottolineava la forte differenza di età tra i due.
L’uomo ritratto nella foto, Tarallo e Taruffi se ne resero conto all’istante, li stava appunto squadrando, assiso pesantemente su quello sfarzoso scranno.

La Principessa Aishwarya

Quella persona, piuttosto robusta, pareva non fare alcuna concessione alla frivolezza o ad una forma vistosa di addobbo di potere, tutt’altro: era infilato in una qualsiasi maglietta di salute bianca e in un paio di abbondanti pantaloni azzurrini, mentre un cordoncino gli faceva pendere in petto un paio di occhialini da lettura.

Palazzo Spampalon a Putalibazar: il trono

Mentre li stava osservando con occhiuta attenzione, Spampalon non riuscì, nemmeno per un istante, a togliersi dal viso un’espressione disgustata, una smorfia che solo più tardi i due compresero essere quella sua più propria, la più tipica e frequente, cioè, del suo poverissimo repertorio facciale.
Dopo averli radiografati a dovere, l’uomo, tanto per dare un’idea congrua del suo progressismo, rivolto a Ganesh disse secco, in un italiano annacquato dal dialetto:
“Ohè Ganescio, mona che non ti xe altro: fè andà fora dae baette i negher!”.

Ermenegildo Spampalon

NOTE:
(¹) Quando un uomo è stimato può pisciare a letto e dire che ha sudato;
(²) Meglio fidarsi di una donna, che di un uomo senza peli;
(³) Sasso lanciato e parola detta non tornano indietro

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

Condividi
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *