Una catarsi imprevista per Tarallo e Taruffi

Tarallo tornò quindi a casa ad un’ora insolita e così pure fece Taruffi, che rientrò nella sua tana disordinatissima piazzando le zampacce, malferme per lo shock, su uno spesso strato di incarti delle merendine che erano la base quasi unica della sua folle alimentazione.
Lallo, arrivato nel loro appartamento del quarto piano, non ci trovò Consuelo, alzatasi presto per scattare le foto di un servizio pubblicitario per una nota marca di pannolini.
In quel preciso istante, anzi, stava attaccando briga con Milo Tecnokratis, il direttore della campagna pubblicitaria, che per la sua ostinata fissazione di realismo, pretendeva che il pupo che aveva scelto come testimonial, un tipino che si era rivelato un campione di ritenzione idrica, facesse davvero la pipì, senza che si dovesse usare un liquido che gli somigliasse.
Senonché il marmocchio, al quale era stato dato da bere più che a una colonna della Brigata Julia in sosta presso una malga trentina, non sembrava affatto sensibile a quell’anomalo stimolo idraulico, e dunque il pannolino dei miracoli, una specie di potenziale diga di Assuan, rimaneva per il momento inoperoso.

Al quinto, smisurato, biberon di camomilla che venne impartito al neonato, che, tra l’altro, si era vistosamente espanso, Consuelò si incazzò, minacciando di afferrare il cellulare e chiamare il Telefono Azzurro, facendo rizzare per l’orrore ogni pelo in testa al centralinista di zona della benemerita associazione, l’oriundo cubano Feliz Navidad.
Lallo, tuttavia, ancora infuocato in testa dalla violenta scena con Frangiflutti, era lungi dall’immaginare le difficoltà della sua amata, così si lasciò andare sulla poltrona favorita, che, per via dell’uso costante, portava ormai impresse nei suoi cuscini, oltre alle sue forme, anche le impronte dei suoi pensieri.
Che fare?, si diceva angustiato.
Quante possibilità aveva di trovare un altro lavoro nel suo campo, visto che Il Fogliaccio era l’unico quotidiano cittadino, al di là di una pletora di agenzie di notizie on line, funestate dall’analfabetismo di redattori improvvisati e da un magma di insulse notiziole da piccola provincia, utili quanto un pettine per Kojak?

Più ci pensava e meno trovava soluzioni: se il suo amor proprio aveva trovato piena soddisfazione nell’insultare, finalmente, il lombrico Frangiflutti, leccator di potenti chiappe, liberando uno sdegno di antica origine, non poteva confortarlo altrettanto un futuro che appariva nebbioso, se non addirittura nefasto.
Gli affiorava in testa una serie di mestieri, uno più improbabile dell’altro: possibile distributore di bigliettini di prenotazione per i consulti di Abdhulafiah agli automobilisti parcheggiati nell’ipermercato in cui il suo amico, genio finanziario, erogava le sue prestazioni?
Non ce n’era abbastanza per campare in due..
Sceneggiatore di gemiti in produzioni porno?
Non possedeva un campionario di versi bestiali sufficientemente aggiornato e all’altezza della selvaticità dei tempi..
Scrittore di fiabe per bambini?
Sapeva già che la sua tendenza al sarcasmo gli avrebbe provocato incomprensioni: come spiegare ai genitori che l’amore tra il cavaliere e la bella principessa prigioniera, dopo la tradizionale scalata alla torre da parte del primo, sarebbe terminato a causa della contundente alitosi della soave protagonista, in possesso di una fiatata forte abbastanza da far precipitare a terra l’eroe, sfracellandolo?

No, non vedeva serie possibilità di procurarsi un minimo di rancio, o almeno, non in tempi brevi.
Nel frattempo Marzio Taruffi, dopo aver sbranato per la frustrazione una quindicina di snack, aveva preso il coraggio a due mani, informando per telefono la sua fidanzata Dorotea Santonorè del suo avvenuto licenziamento.
La reazione di scomposto sconforto dell’addetta alle pulizie lo aveva ferito in profondità:
“ E ora cosa farai, mio bel tanfolone? – era riuscita a dire dopo i primi trenta minuti di soli lamenti inarticolati – farai da controfigura alla puzzola in un bosco didattico? Non tutti, come me, riescono ad apprezzare il tuo puz.. il tuo maschio afrore, zuccherino mio, e purtroppo non ci sono altri giornali impegnati sui quali potresti scrivere che alle ore 13,45 di ieri la Signora Zelmira Schiattabue, di anni 51, è stata investita da un camioncino in Via Olmistorti, rimanendo illesa in virtù della sua robusta complessione fisica, spedendo invece il mezzo investitore dal carrozziere, e il guidatore, Salmo Deograzia, un uomo di 68 anni, assai miope, in ospedale con fratture multiple! E’ un vero guaio questo, Marziuccio mio…”.

il Signor Salmo Deograzia portato in ospedale dopo aver investito col suo camioncino la coriacea Signora Zelmira Schiattabue

Taruffi, travolto da queste lecite obiezioni, restò senza parole, tentando di organizzare un qualsivoglia pensiero, un progetto, un’idea, ma l’unica cosa che gli uscì di bocca fu un borbottìo basso e indistinto, mentre le braccia gli pendevano inerti sui fianchi, simbolo di uno stato di confusione che in quei momenti non trovava sbocco.
Contemporaneamente, a non molta distanza, Consuelo fece ritorno a casa.
Tarallo se ne stava sprofondato nella sua poltrona nido, cercando di racimolare fantasie mirate che portassero a possibili soluzioni per uscire dal ginepraio in cui si era ficcato poco prima, dimettendosi dal giornale.
Si accorse dell’arrivo della sua amata dall’improvviso accendersi della luce di una lampada a forma di canguro, dono di una sua zia pazza, e dello stereo, dal quale vennero fuori le prime note di “Ticket to ride” dei Beatles.
Consuelo lo trovò corrucciato a far bolle d’aria con la bocca, e intuì subito che qualcosa di grosso doveva essere accaduto.
Quanto a lei, rimandò ogni spiegazione per andare immediatamente a sfilarsi di dosso gli abiti che l’inevitabile incidente di lavoro aveva insozzato.
A furia di litri di camomilla, alla fine l’infante aveva infatti ceduto di schianto, e la diga vescicale gli era esplosa proprio mentre l’attrice scritturata, che scopriva i denti un uno sterminato sorriso cavallino, gli stava infilando il famoso pannolino, mandante dello spot.
Anche un magazzino intero di quei cosi non avrebbe potuto assorbire che un misero dieci per cento del possente fluido corporeo che il neonato aveva fino a quel momento arginato: l’ondata, un vero e proprio tsunami, si riversò non solo sul pannolino, sciogliendolo all’istante, ma finì addosso all’attrice, al Direttore della campagna pubblicitaria, Milo Teknocratis, e parte di essa schizzò abbondantemente anche gli altri membri della troupe.

Milo Teknocratis

Fu solo allora che Giacomino Pappinbocca, il perfido neonato, riservò alla telecamera il visetto disteso e sorridente previsto originariamente dal suo contratto, mentre tutt’intorno fioccavano imprecazioni a pioggia e attestati di stima per Erode il Grande.
Consuelo aveva piantato il set proprio mentre la crisi di nervi di Teknocratis era all’apice.
Il pubblicitario, fradicio di robaccia, pareva il Capitano Achab, investito da una maxiondata causata da un colpo di coda della geniale balena Moby Dick, e aveva recuperato, tutto insieme, il repertorio greco di parolacce che quando era piccolo gli aveva insegnato pignolescamente suo nonno Mikis, uomo dalla torrida eloquenza.
Messa al corrente da Lallo delle clamorose novità, la bellissima lo abbracciò, rincuorandolo subito:
“Era ora che uscissi da quella situazione insostenibile: se avessi dato del verme a Frangiflutti pubblicamente, e non in privato, tra le due querele che ti saresti inevitabilmente beccato, ti sarebbe arrivata prima quella del Sindacato Vermi d’Italia! Fatti coraggio e non buttarti giù: questa è una vera opportunità, e non ti mancheranno idee dopo un consulto con la truppa dei tuoi amici”.
E lo strinse forte.

Consuelo

Una settimana dopo, era l’ultimo giorno dell’anno, il gruppo Tarallo al completo era riunito in una lunga tavolata nel ristorante “Addis Abeba” per una cena di amicizia, brindisi e lavoro.
Se non si fosse trattato di menti più che eccentriche, quella riunione la si sarebbe potuta definire un brainstorming, ma era una denominazione poco adatta ai bizzarri processi cerebrali di quelle persone.
Ci si mise subito Tressette ad alzare i toni, contestando il menù scritto a penna in un alfabeto che lui, stizzito, definì “runico”, chiedendosi polemicamente se il gestore del locale fosse un unno fossilizzato.
Nel giro di tre quarti d’ora, chiarita infine la natura delle portate con l’aiuto di un cameriere ottuagenario e balbuziente, iniziò la discussione.
Marzio Taruffi, che aveva vissuto quei giorni in uno stato di catatonia che nemmeno le boccaccesche profferte di Dorotea Santonorè erano riuscite a scalfire, parve rianimarsi un po’ dinanzi alla prospettiva di devastare piatti monstre di fettuccine e stinchi di porco, così, ancora per un po’, si astrasse dalla conversazione.

Ognuno dei presenti allora tirò fuori almeno un’idea: Afid propose ai due di frequentare la sua “bottega” allo scopo di imparare l’arte di fabbricare falsi vaccini autarchici contro lo scorbuto, che alcuni virologi teatrali prevedevano in decisa ripresa; Abdhulafiah sapeva due o tre cosette imbarazzanti sul conto di manager dagli artigli aguzzi: guadagnando delle vere fortune, avevano messo in giro una massa imponente di fondi più tossici di un concerto dei Negramaro, e sostenne che, ricattandoli, poteva garantire a Tarallo e Taruffi l’assunzione doppia in una azienda logistica che consegnava a domicilio cibi riverniciati artisticamente ai daltonici:
“E’ una cosa che sta prendendo piede, quella della “Artagliatelle” s.p.a. di Cologno Monzese– disse con convinzione – i daltonici si sono buttati a pesce su quella roba: avrete sentito sicuramente il trailer: “Viva la pappa pappa, con la vernice d’oro oro oro oro oro …”

Certo, dovreste stabilirvi in Lombardia, e questo mi dispiacerebbe parecchio”.
Ducco rivelò che era rimasto scoperto un posto di riscossore di offerte della Messa nella Chiesa di San Ponzone dei Tirchi a Strappoli di Sotto, ma offriva scarse opportunità di introiti, e Mata si offrì di tenere ai due un corso di Likay, una suggestivissima danza esotica thailandese.
Tressette, che dopo vari ed estenuanti battibecchi col cameriere che gli aveva costantemente sbagliato le ordinazioni, sembrò di colpo far ritorno alla realtà, e, senza alcun preambolo, se ne uscì fuori con una “bomba”:
“Sentite, mi avanzano due spiccioli: perchè non ci inventiamo un vero quotidiano di inchieste e polemiche, che faccia concorrenza a quel Fogliaccio del c…o? Procureremmo a Frangiflutti una bella e soddisfacente acidosi: voi due avreste Direzione e Vicedirezione, completa libertà di arruolamento e di indirizzo politico e io mi terrei giusto solo lo spazio per qualche fondo domenicale, ricordate come funzionavano quando avevamo preso il potere al giornale?. Ho già in mente il primo, una cosetta del tipo:

“Ciavatte teutoniche e crollo dell’Estetica Mondiale”…

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.