Viva l’Inghilterra

Avevo quasi 15 anni la prima volta che riuscii a convincere i miei genitori a lasciarmi andare in Inghilterra a trovare i miei zii che stavano a Newport, una cittadina di circa 140.000 abitanti situata nella contea del Gwent nel Galles.
Così un bel giorno di giugno del 1974 arrivai alla Stazione Termini, riccioli lunghi, stile Lucio Battisti, e zaino militare (pesantissimo) sulle spalle.
Lì trovai il mio amico Marco con il quale avrei condiviso il viaggio.
Marco, che era un pò più grande di me, era il mio caposquadriglia degli scout e io ero il vicecapo delle Pantere del gruppo Roma58.
Aveva i capelli lisci e gli occhi chiari, era un tipo simpatico e socievole che come me amava le pischelle e le moto.

Il mio amico Marco

Era la prima volta che mettevo il naso fuori dall’Italia.
Tutti entusiasti ci sedemmo nella cuccetta di seconda classe del treno e così cominciò la nostra lunga spedizione avventurosa.
Il viaggio sembrava infinito, e dopo aver attraversato tutta l’Italia, il giorno dopo arrivammo a Parigi, alla Gare de Lyon.
Scendemmo di corsa dal treno per andarci a sgranchire le gambe e ci fermammo da uno di quei tipi che giravano col carrettino e vendevano panini.

Presi i panini dovevo pagarli, misi così una mano nei calzoni, frugando freneticamente nella regione pelvica alla ricerca di quel cazzo di taschino, con le sterline e i franchi che mia madre mi aveva cucito (male) all’interno dei pantaloni per non farmi fregare i soldi.
Il venditore mi guardava stupito: alla fine riuscii a tirare fuori i soldi e Traveler’s cheque dai quali presi i franchi e glieli detti.
Il nostro treno doveva stare fermo 15 minuti alla Gare de Lyon, quindi giracchiammo un po’ qua e la, e dopo aver fumato una ricca sigaretta, ritornammo al binario col nostro bottino.
Il binario era vuoto, il nostro treno non c’era più!!!
Sparito!

Puff


SPARANIENSK!!*

*(termine slang usato fra di noi per dire: paranoia!)


Ci guardammo sconsolati: l’immagine dei clochard con i vestiti logori, che mangiavano avanzi raccattati dai cassonetti sotto un ponte della Senna, si fece vivida dinanzi ai nostri occhi sperduti. Corremmo verso un ferroviere per chiedere notizie, cominciammo a parlare concitatamente e solo dopo un po’ ci rendemmo conto che quel tale non aveva capito una sola parola di quello che noi avevamo detto: naturale, era francese!
Usammo il linguaggio che la maggior parte degli italiani usa all’estero per farsi capire, ogni parola in stile dialogo cow boys/indiani, con i verbi all’infinito, accompagnata da gesti piuttosto espliciti.

“Noi arrivare da Roma qui con treno tu tuuu. Essere scesi per comprare panino gnam gnam, tornare binario (qui il gesto era un po’ più complicato: le due mani aperte e parallele che indicavano l’infinito a Roma sarebbero state interpretate in ben altra maniera) e treno tu tuuu puf sparito”.
Il ferroviere, al quale nel frattempo era spuntata un’aureola sopra la testa, ci rispose nello stesso nostro linguaggio:

“Train changè binarieoux”, e ci indicò col dito il nostro convoglio.

Lo abbracciammo commossi.

Risalimmo di corsa e non mettemmo più il naso fuori dallo scompartimento fino a che non arrivammo a Calais.

Io, in una foto di quegli anni, con i riccioli alla Battisti cotonati da mia madre in occasione della foto scolastica

Scendemmo per prendere il traghetto che ci avrebbe portato a Dover, la galleria sotto la Manica naturalmente non era stata ancora pensata.
Il mare era agitato, molto agitato e tutto intorno a noi era un vomitare: chi in terra, chi nel sacchetto e chi affacciato dal ponte.
Uno schifo insomma.
Allora noi, consapevoli di far parte di “un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di NAVIGATORI e di trasmigratori” (come è scritto sul Palazzo della Groviera all’Eur) decidemmo di andare al bar: eravamo gli unici avventori, il resto dei passeggeri era impegnato, così chiedemmo un bel tè.
“Milk?” -mi chiese il cameriere.
“No, lemon please”.
Lui mi guardò incuriosito e disse – “Lemon?”-
“Yes, lemon please, inside the tea!”

Lui mi guardò ancora più stupito, poi si girò, tagliò una fetta di limone e la mise nel piattino con un’espressione schifata.

“Forse in Inghilterra non si usa” -mi disse Marco-

Risaliti sul treno a Dover, arrivammo finalmente a Londra dove trovammo mio zio che ci era venuti a prendere con la sua Jaguar Daimler Sovereign rossa per portarci a casa a Newport.

La strafichissima Jaguar Daimler Sovereign rossa

Eravamo esausti dopo un viaggio durato circa 40 ore!
Ce ne vollero altre tre, circa, per percorrere 150 miglia: guida a destra, attenzione esagerata nel rispettare i cartelli stradali, contachilometri strano che segnava velocità da Panda, benzina venduta a galloni e poi pollici, piedi, yarde, miglia, once, libbre, pinte, scellini e sterline.

Eravamo in Inghilterra!!! Wow

Mio zio, Andrew Conti, era di origini emiliane, di Bardi per la precisione, ma era nato nel Regno Unito, aveva combattuto nella seconda Guerra Mondiale con gli inglesi, era comproprietario di un Ristorante a Newport insieme ai suoi due fratelli e odiava i capelloni.
Si raccontava che un giorno arrivò al Ristorante una Rolls Roice dalla quale scesero cinque capelloni.
Mio zio si precipitò verso di loro per cacciarli, paonazzo in volto e con un caricatore pieno di epiteti ingiuriosi da scaricare verso i pidocchiosi, ma poi vide tutti i clienti che si avvicinavano per farsi fare gli autografi: erano i ROLLING STONES!

Dovette così desistere e profondersi in grandissimi e falsissimi elogi e sorrisi.

Mentre guidava ogni tanto mi guardava e poi diceva:

“tusa, tusa!”

facendo il segno delle forbici che tagliavano e poi scoppiava a ridere! Mio zio Andrew era simpatico e aveva una risata molto contagiosa.
Arrivammo così a Newport e dopo aver lasciato i nostri bagagli, fatta una doccia e cambiato i vestiti, ci recammo al Conti’s Restaurant.
Al piano terra c’era un Self Service con vendita di birra alla spina, al piano superiore c’era il Ristorante, molto elegante, con moquette e velluti color carminio, illuminato da tanti lampadari di cristallo.
Ci si doveva vestire per bene e pettinarsi prima di andare li. Si mangiava splendidamente, tutto il menù era italiano e le lasagne verdi erano a dir poco spettacolari.
Le poche volte che ci fu concesso di mangiare nel Ristorantone dei ricchi ci regalarono grandi soddisfazioni, specialmente quando ordinavamo gli spaghetti. I commensali ci guardavano con molta invidia nel vederci destreggiare con le forchette, con grande sicurezza e disinvoltura: si capiva che erano molto invidiosi e qualcuno provava anche ad imitare le nostre spettacolari acrobazie forchettistiche.

Una foto di quegli anni del Conti’s Restaurant

Un tizio al tavolo a fianco si cimentò nell’arrotolamento degli spaghetti aiutandosi con un cucchiaio, ma i suoi tentativi erano disastrosi: nel tragitto fra il piatto e la sua bocca gli spaghetti cadevano giù, uno ad uno, dalla sua forchetta, rimbalzando sul cucchiaio e ricadendo miseramente nel piatto.
Ad un tavolo accanto un altro avventore stava arrotolando tutto il piatto senza riuscire a fermarsi. Poi chiamò il cameriere e gli chiese il Ketchup, affinché si srotolassero!!!
Ste cose nun se possono vede! E quando le vedi ringrazi Dio di averti fatto nascere a Roma, in mezzo agli spaghetti, che ancora un po’ e te li mettevano pure nel biberon.

Mia zia Mimma e zio Andrew, la bella signora alle loro spalle che si specchia è mia madre

Nel viaggio che avevamo programmato era compresa anche una visita di alcuni giorni a Londra, così, un giorno, togliemmo le tende da Newport alla volta della capitale.
Zia Mimma si era presa la briga di prenotarci un albergo, il “Nomad Travellers’ Hotel” in London Street (a quel tempo non esistevano Airbnb o Booking).
Pensavo: “strano che a Londra ci sia una strada che si chiama London Street, come se a Roma ci fosse Via Roma!”,
“Sarà un gran bella via e un magnifico albergo” ci dicevamo
Arrivati con il treno a Londra, alla stazione di Paddington, la nostra destinazione era vicinissima.
Ci incamminammo e ci ritrovammo subito in una stradina squallida e anonima, ci guardammo costernati: quella era London Street!
L’albergo non era da meno.
Squallido. L’unica cosa simpatica era il depliant che ancora conservo.

La nostra camera era piccola e senza bagno; ce ne era solo uno, in comune con tutto il piano.
Però il gestore ci aveva detto che sotto c’era la discoteca: meno male, un po’ di vita!
La sera quindi decidemmo di andare a mangiare in un self service sempre li vicino alla stazione.
Prima di entrare c’era una specie di dispenser con dentro dei fagottini invitanti, misi i soldi nel distributore e presi quello che pareva simile ai nostri dolcetti di mele.
“Questo me lo tengo come dolce per fine cena” dissi a Marco ed entrammo.
Altro che self service dei Conti’s, quella cena fu uno scandalo.
Il pomodoro da insalata cotto sull’hamburger fu la Waterloo della serata: ripugnante.
“Meno male che ho preso il fagottino va!”
Lo scartai lo addentai con la stessa speranza di un naufrago che vede un filo di fumo all’orizzonte, nel lontano confine fra acqua e cielo!

BLEAHH

Era un insulso fagottino con dentro carne macinata di un pessimo sapore e con l’onnipresente fetta di pomodoro da insalata cotta.

“Beh, vabbè andiamo a fare due salti nella discoteca dell’Albergo!”
Ci incamminammo veloci alla volta della sfigata London Street, entrammo nella “hall” del nostro prestigioso ostello e ci incamminammo verso la disco.
La musica si sentiva forte: aggiustatina ai capelli, camicia rimbragata, smucinata di aggiustamento nella regione pelvica e via, entriamo.
Vuota, desolatamente vuota, non c’era nessuno a parte un tipo che mandava le cassette di musica.

Mavaffanculo!

Ritornammo in stanza e ci preparammo per la notte.
Marco disse: “Vado al bagno”.
Gnec gnec gnec
il pavimento in legno scricchiolava terribilmente
Gnec gnec
Dopo un po’ Marco ritornò
aprì la porta
Gnec gnec
“Fermati!” gli dissi “Ariesci e arientra”
Marco mi guardò con faccia sorpresa
“Ariesci e arientra!”
Così fece, uscì di nuovo e rientrò
“Nun ce se crede Marco, quando tu calpesti il pavimento al centro della stanza le pareti si flettono, si muovono!”
“Si, si muovono: sono fatte di compensato le pareti!!”
Quelle pareti, infatti, che dividevano le moltissime stanze del piano, erano proprio di compensato.

La mattina presi il mio bel beauty-case e andai al bagno. Erano alcuni giorni che non riuscivo ad andare di corpo quindi mi misi bello comodo con una cartina di Londra da consultare, a parte un po’ di fatica all’inizio, poi andò molto ma molto bene.
Fuori dalla porta, che aveva un grande vetro opaco, intravedevo che si era fatta una certa fila di persone che stavano aspettando.

Così mi alzai, guardai soddisfatto il grande risultato dei miei sforzi e tirai la catena.

Clock

Niente manco un filo di acqua

clock clock clock

intanto da fuori qualcuno aveva cominciato a bussare “Quick please”

“Asp.. Wait: the water!!! It’s rott, brock the…

come cazzo se dice sciacquone”

PANICO!

Saltai nella vasca da bagno, che non era poi così vicina, presi il soffione, aprii l’acqua a tutta callara cercando di centrare la tazza.
La doccia aveva un getto molto ampio e, malgrado i miei disperati calcoli balistici, dopo poco il bagno era completamente allagato e il water era diventato una Cambogia.

Mi feci coraggio aprii la porta, tutti allungavano il collo per vedere cosa fosse successo, mi allontanai velocemente dicendo “Sorry”.
Mi parve anche di sentire un “Sorry un cazzo” fra i vari mugugni, ma forse fu solo una mia impressione, vista la velocità con la quale mi stavo dileguando.

Il nostro programma di visite di Londra lo avevo appuntato su un quadernetto con delle precise indicazioni e comprendeva:
1- La torre di Londra e i gioielli della Corona, posto nel quale non ti potevi fermare neanche un secondo che venivi subito minacciato dalle guardie col cappellone nero
2- Il Big Ben, un grande orologio vicino al loro fiume, tipo Tevere
3- Westminster Abbey, dovrebbe trattarsi di una Abazia di frati trappisti inglesi
4- Trafalgar Square, una piazza tipo Santa Maria in Trastevere
5- Carnaby Street, una via dove comprare i ricordini con scritto “I was in Carnaby Street”

6- I Grandi Magazzini Marks & Spencer, luogo da visitare, caldamente consigliato da zia Mimma ma che a noi interessavano assai poco.

ll giorno dopo avevamo appuntamento alla stazione di Paddington con Mauro, un nostro amico romano che era venuto, anche lui a Londra, ospite di alcuni suoi parenti.
Quando arrivò il treno che veniva da Parigi vedemmo i passeggeri scendere e fra questi riconoscemmo subito il pronunciato naso del nostro amico. Era lui.

“Mauroooo, a brutto zozzo infame lurido schifosissimo fijo de na mignotta*!!!” E giù abbracci, baci e grandi pacche sulle spalle.

(*Modo di dire romanesco per esprimere la gioia di un incontro con un grande amico)

Il nostro amico Mauro

Ci demmo un appuntamento per la sera per andare a mangiare qualcosa insieme, poi prese la metro e se ne andò a casa.
La sera ci incontrammo per andare a mangiare e allora dissi: “Cerchiamo di non capitare in un altro self service come quello orrendo di ieri”.
Ci fermammo di colpo: “Pizzeria Italiana”, si c’era scritto proprio così sull’insegna luminosa, gigantesca.
“E vai una bella pizza la sto sognando da giorni!”
Entrammo felicissimi salutando tutti a gran voce festosamente, in italiano.
Ci sedemmo al tavolo già con l’acquolina in bocca pregustando la sospirata, croccante e filante pizza.
Venne il cameriere che con un forte accento ispanico ci chiese quali pizze desiderassimo.
Già l’accento ispanico marcava male, molto male. Comunque ordinammo le pizze.
Dal nostro tavolo si vedevano le cucine della pizzeria che erano tutte di vetro trasparente. Vidi il cameriere che aprì un grande congelatore verticale e tirò fuori tre pizze.

“Porca pupazza, guardate!” dissi. Un secondo dopo eravamo fuori, correndo come pazzi.

Era una giornata piovosa quando, passeggiando, ci imbattemmo nei Grandi Magazzini Marks & Spencer.
“Dai, entriamo a dare un’occhiata, così poi possiamo dirlo alla zia Mimma! –

In Italia ancora non esistevano negozi così, che vendevano tutto, dagli alimentari alle cose per la casa e poi vestiti, giocattoli, elettrodomestici, arredamenti, insomma tutto tutto.
Salivamo le scale senza usare gli ascensori: una rapida occhiata ad ogni piano e via al piano superiore.
Du palle, non ci interessava niente di tutto quello che vedevamo, fino a che non arrivammo all’ultimo piano.
Sembrava un piano non usato perché c’erano scatoloni e casse ammonticchiate qua e la e non c’era tutta la gente che ruminava come negli altri piani.
Subito fummo attratti da uno di quei giochi con le palline, tipo quelli che stavano fuori dal bar, con le piccole biglie d’acciaio che dovevi far cadere nelle buche muovendo il piano con una manovella.

Cominciammo a giocarci e ad ogni buchetta cadevano biglie, tante biglie, forse lo avevano messo li proprio perché funzionava male. A differenza di quelli che stavano davanti al bar questo non aveva il vetro di protezione così le biglie le avremmo potute anche prendere, ma eravamo troppo presi dal governare tutte le palline mentre altre continuavano a cadere sul piano del gioco, fino al momento in cui strariparono fuori.

DONG DONG DONG DONG

Le biglie impazzite rimbalzavano sul pavimento prendendo inesorabilmente la direzione delle vicine scale e…

DOIN DOOING DOOOING DOOOOING

rimbalzavano sempre più in alto andando ad invadere i piani sottostanti!

PANICO!

Presto, all’ascensore!!!
Ci ficcammo velocemente nell’ascensore e quando uscimmo al piano terra notammo un certo allarme fra i commessi del grande magazzino che accorrevano verso le scale.
Ci recammo guardinghi con passo veloce verso le casse e…

“Tranqui, we not buy nothing!”

Superammo la fila per uscire e mentre correvamo a perdifiato sentivamo ancora nelle orecchie il rumore delle biglie di acciaio

DOIN DOOING DOOOING DOOOOING

Al ritorno a Newport la zia Mimma ci chiese le nostre impressioni su Londra e alla sua domanda:
“Vi è piaciuto allora Marks & Spencer?” risposi:

“Bello, ma siamo andati via perché c’era un tantino troppa confusione!”

Nato lo scorso millennio in quel luogo che, anche da Jovanotti, è definito l’ombelico del Mondo, Klaus Troföbien è ritenuto un vero cultore ed esperto di filosofia e costume degli anni 70/80.
È un ardente tifoso della squadra di calcio della Roma, ma non di questa odierna semiamericana e magari presto cinese, ma di quella di Bruno Conti, Ancellotti, Di Bartolomei, di quella Roma insomma che allo stadio ti teneva 90 minuti in piedi e 15 minuti seduto; è inoltre un collezionista seriale di oggetti vintage che vanno dalle cartoline alle pipe, dalle lamette da barba ai dischi in vinile.
I suoi interessi sono la musica pop rock blues psichedelica anni ’70/’80, la fotografia, la cultura hippie, i viaggi, la moto, il micromondo circostante.
Grazie ad una sua fantasmagorica visione è nata Latina Città Aperta, della quale è il padre, il meccanico e il trovarobe.
Politicamente è stato sempre schierato contro.
Spiritualmente, umilmente, si colloca come seguace di Shakty Yoni, space wisper di Radio Gnome Invisible.
Odia rimanere chiuso nell’ascensore.
Da qui la spiegazione del suo eteronimo.
Un pensiero criticabile ma libero, una mente aperta a 359 gradi.
Ma su quel grado è intransigente.

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