I tormenti di Frangiflutti

Lallo Tarallo si tirò su il bavero dell’impermeabile, un capo che aveva recuperato da una svendita di cimeli provenienti dal mondo dello spettacolo: era, infatti, l’unico abito di scena del Tenente Sheridan, l’eroe di un notissimo poliziesco televisivo degli anni Sessanta.
Lallo ne andava orgogliossissimo.
Chissà perché il girare per le vie del centro gli pareva diverso ora che non doveva più recarsi alla redazione del Fogliaccio.
Si sentiva strano, come fuori posto, guardava le strade come se le vedesse per la prima volta, e si sorprendeva a scrutare attentamente ogni persona che incrociava, e quel suo indagare, i suoi occhi attenti, puntati addosso a tutti quelli che incontrava, avevano già provocato qualche sconcerto, tanto che un tizio piuttosto malmesso gli aveva ringhiato contro, gesticolando: “Cazzo guardi?”.

Probabilmente le pressanti raccomandazioni di Benny Syracuse lo avevano messo un po’ sotto pressione, così tentò di recuperare un minimo di naturalezza e addirittura si mise a canticchiare una canzone di Sergio Endrigo dei tempi che furono:

“La festa appena cominciata è già finita
Il cielo non è più con noi
Il nostro amore era l′invidia di chi è solo
Era il mio orgoglio, la tua allegria…”

Prima che potesse andare avanti con la seconda strofa, ancora più triste, si sentì afferrare alle spalle da una mano d’acciaio:
“Tarallo, vecchio molluscone! Come te la passi ora che non puoi andare dietro ai tuoi donchisciottismi del cavolo?
Ah cazzo, certo te la sei proprio voluta, eh! In redazione ancora ridiamo come matti ricordando la scena delle tue dimissioni e del licenziamento di Taruffi: Frangflutti era in apoplessia per i nervi!”
Gli si parò davanti il viso rubicondo di Gastrolazzi, il correttore di bozze del Fogliaccio, un quasi analfabeta piazzato al giornale dal voluminoso senatore Ciccibon, del Partito Vichingo.
Era uno stupratore seriale della lingua italiana, e principale responsabile di alcuni titoli in prima pagina, così sballati e sgrammaticati che avevano messo in moto la sezione Pronto Soccorso dell’Accademia della Crusca, che più di una volta aveva spedito in redazione un’ambulanza stipata di linguisti e glottologi.

Ora sorrideva senza ritegno, immaginando in Lallo il classico disagio di chi era rimasto fuori dai giochi, e pareva gongolare al pensiero di vederlo dimesso e confuso, colpito nella sua dignità.

Tarallo si innervosì ed in una frazione di secondo decise di sotterrare quel verme sotto una montagna di bugie:
“Noo Gastrolazzi, la redazione non mi manca affatto, anzi sono felicissimo di avere un po’ di tempo libero per esercitare la nuova professione di benestante reddituario, un mestiere che da sempre sentivo mio: ora che mia zia Imelde, defunta purtroppo a causa di un’overdose di zuppa di fagioli, mi ha nominato suo unico erede, posso finalmente svolgerlo. Hai presente il pastifico “Lieti Tortelli”, la famosa multinazionale di prodotti alimentari? Era sua ed ora sono chiamato io a gestirla, il che comporta più che altro contare ogni mese dei profitti esorbitanti e sguazzare nei soldi come Paperon de’ Paperoni.

Macchina sparatortelli dello stabilinento “Lieti Tortelli”

E non basta ancora: mi ha lasciato anche un patrimonio liquido esagerato e tre sontuose ville. Una è a Cap Ferrat in Francia, una a Camogli e una in Tirolo, proprio accanto ad un celebre ritrovo di stambecchi”

La reazione dell’ex collega, immediata e vistosa, gli procurò una viva soddisfazione.
Vide Gastrolazzi cambiare involontariamente espressione e farsi livido in volto, incapace di organizzare una risposta, un qualsiasi commento.
Chiazzato di invidia in faccia come un dalmata, e del tutto disarmato, smozzicò a forza qualche parola di congratulazione, mollò la presa sulle spalle di Lallo e filò via a testa bassa, camminando storto.

L’ex collega Gastrolazzi, roso dall’invidia

Tarallo, rinfrancato nel morale, riprese la sua passeggiata, rimuginando sul nome del nuovo giornale, venuto fuori dall’ultima riunione con Tressette e gli altri: “Il Disturbatore Quotidiano”.
Gli piaceva, era una vera e propria dichiarazione di intenti, marchio di un giornalismo perfettamente opposto a quello, biecamente opportunistico, del Fogliaccio.
Quel Frangiflutti che era stato citato da Gastrolazzi, faceva intanto i conti coi suoi tormenti interiori.
In tutta la giornata non era riuscito a dimenticare la storia del caffè mancato e si era misurato ogni minuto con l’immagine minacciosa di quella specie di armadio che evidentemente attendeva proprio lui in strada, un gangster armato, palesemente assoldato dal vertice della potente Loggia P2.
Girava e rigirava tra le mani il biglietto che gli era stato spedito da quella terribile associazione, mentre brividi di freddo gli gelavano la schiena.

Tutti in redazione avevano fatto i conti con la sua frustrazione e con il malgarbo che provocava, beccandosi puntuali cazziatoni per ogni minimo problema che affiorava.
Il clou del suo malumore fu raggiunto quando De Sordis e Flosci, i due novellini appena assunti su espresso “consiglio” di Mons. Verafé, gli consegnarono la bozza della loro inchiesta sui sassariani, la setta naturista che aveva adottato il regime alimentare degli struzzi.
L’articolo che avevano scritto, poche righe sconnesse, pareva un temino di terza elementare, ed era costellato di errori così tremendi che perfino lui li aveva subito rilevati e, peggio ancora, nella loro viscidezza, credendo di fargli cosa grata, i due gli avevano portato in dono una portata tipica di quella dieta: un abbondante e decorativo piatto di ciottoli di varia provenienza, ed una piuma di struzzo ornamentale.

Ci hanno detto che molti la usano per autovellicarsi, Direttore, pare che usarla, sfiorandosi per farsi delle carezzine, aiuti moltissimo: esiste un manuale apposta che indica le tecniche e i punti del corpo che trattati con la piuma favoriscono un completo rilassamento. Abbiamo quindi pensato che…
“Da quando in qua riuscite nell’inedito sforzo di pensare? – ruggì Frangiflutti furioso Fuori di qui imbecilli! Viaaaa…
I due, disorientati, stettero per qualche tempo inerti, con le facce smarrite e sbalordite, ma quando Frangiflutti iniziò a lanciargli contro le “pietanze” dei sassariani, dimostrando oltretutto un’ottima mira, De Sordis e Flosci batterono in ritirata sotto una fitta pioggia di sassate, dando uno strillo per ciascuna pietrata che li centrava.
Ansimante di rabbia, il Direttore ci mise qualche minuto per recuperare un minimo di contegno, ma subito dopo venne assalito ancora una volta da brutti pensieri, corroborati da fantasie macabre.
Si vedeva puntare contro una pistola in una notte di pioggia, con l’asfalto bagnato che brillava alla luce dei lampioni, e immaginava la sua corsa disperata verso il primo portone che incontrava, mentre il gangster dall’espressione imperturbabile lo seguiva con calma serafica.
Le sue dita pigiavano i pulsanti di tutti i citofoni di quel palazzo, ma le voci che ne uscivano erano tutte sorde alle sue implorazioni disperate, pregiudizialmente ostili.
Sentiva distintamente gracchiare al citofono l’accento africano di un tizio, probabilmente il capofamiglia senegalese di casa Mbaye, che gli urlava indignato:
Ma che accidenti vuoi a quest’ora? Vai a lavorare o tornatene a casa tua, che ti aiutiamo lì: vattene brutto clandestino drogato del cazzo!”.

il Signor Mbaye

Frangiflutti che se ne stava appoggiato al grande piano della scrivania con l’aria assente, ebbe un sussulto: ormai era completamente immerso in quella allucinazione angosciosa.
I passi decisi ed implacabili del suo inseguitore, poteva sentirli distintamente, risuonavano ritmicamente sul selciato, clack clack, mentre lui riprendeva la fuga col respiro sempre più corto.
Poi, inspiegabilmente tutta la scena si fermava, immobilizzandosi di colpo. Anche lui si bloccava, del tutto impossibilitato a muoversi.
Il gangster allora si rivolgeva ad una immaginaria telecamera, toccandosi vezzosamente la punta del cappello e dava inizio ad un breve spot pubblicitario:

“Esecuzioni difficili? Armi che si inceppano sul più bello? Vittime che la sfangano? Dimenticate questi incidenti, colleghi killer: con il revolver “Tiromax Smart” i vostri problemi scompariranno, regalandovi colpi di grande precisione ed eleganza e assicurandovi il rispetto del “contratto“.
Anche le vittime, lo dice una ricerca dell’AssoSicari, dovendo in ogni caso crepare, preferiscono Tiromax Smart.
Tiromax Smart, il revolver che non ti abbandona, la pistola che non si inceppa MAI!

Subito dopo Frangiflutti si ritrovava in grado di scappare, cosa che prendeva a fare con notevole prontezza di riflessi, correndo lungo quella strada desolata.
Respirava a bocca aperta per lo sforzo, ma continuava a filare fino a quando si rendeva conto che la via terminava, chiusa da un muro.
Il terrore lo invadeva: ogni possibilità di salvezza era ormai svanita.
Arrivò al muro, che era troppo alto e liscio per provare a scalarlo.
Si voltò ad occhi sbarrati, trovandosi davanti il killer che con un sogghigno alzava il braccio, prendeva la mira con calma e….FACEVA FUOCO!!

Il rumore improvviso della caduta in terra della cornice di una foto che Levalorto teneva sulla scrivania, foto che ritraeva sua moglie Clitorida, risuonò come una detonazione nelle orecchie di Frangiflutti che con un urlò terrorizzato, venne fuori dalla sua trance allucinatoria.

Donna Clitorida Levalorto

Respirava affannoso, e quando si riprese decise che sarebbe stato opportuno staccare dal lavoro e tornare a casa.
Riposo ci voleva, ed un divano ed un buon tamarindo lo avrebbero certamente rimesso a nuovo.
Uscì dunque dalla redazione, non senza aver schiaffeggiato Totonno Levalorto, giunse presto nel portico esterno, guardandosi intorno con circospezione: niente gangster, tutto sgombro per fortuna.
Mentre camminava verso la sua abitazione sentì diffondersi in lui una sorta di resurrezione interiore, una sensazione di distacco dalle sue recenti paure: probabilmente aveva lasciato troppo sbrigliata la sua immaginazione e quel tipo che aveva visto la mattina doveva essere unicamente un tale col vestito fuorimoda.
Arrivato nel suo quartiere, a pochi passi da casa tirò fuori le chiavi dalla tasca, pronto ad infilarle nel portone: fu allora che lo vide, lo vide ancora una volta.
Stava seduto ad un tavolo del Bar Biere, teneva davanti alla faccia un giornale americano degli anni Trenta, e lo sbirciava con gli occhi freddi, che spuntavano dalla sommità di quelle pagine.
ll Direttore emise un gemito convulso, tentando poi di infilare la chiave nella toppa, ma le mani, che avevano preso a tremare vistosamente, gliela fecero mancare una decina di volte.
Ci riuscì, infine, e scosso da una specie di ballo tribale involontario, attese l’ascensore, buttandocisi dentro al suo arrivo al pianoterra.
Joe Spinazza ripiegò allora il giornale e con un mezzo sorriso lo arrotolò e lo infilò sotto il braccio, allontanandosi con calma.

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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