Tarallo e le sante vacanze

Tarallo, Consuelo e Taruffi, scortati da Ducco, ancora un po’ scosso per essere stato “pescato” con Cleo, uscirono sconcertati dalla chiesa di Santa Abbondanziana Martire.
I nuovi e sorprendenti fatti di Strappoli li avevano riportati alle sensazioni stranianti di due anni prima, quando la fuga dei santi dai dipinti era stata ripetuta e massiccia e aveva richiesto settimane di caccia al martire per essere risolta.
Oltretutto non era stato facile mettersi sulle loro tracce: cercare di acchiappare quelle genti aureolate che già in vita avevano subito persecuzioni e che erano stati eliminate fisicamente ricorrendo a sadiche e fantasiosissime pratiche omicide, aveva instillato in loro un forte senso di colpa.
Si erano sentiti un po’ come fossero costretti a bimartirizzare dei martiri, e solo l’intervento provvidenziale del Professor Cervellenstein, che si era applicato nel dare una sistemata alle loro zucche intristite e scosse, li aveva messi in grado di riportare tutto all’ordine, permettendogli di dare una mano per ricondurre quelle sante presenze all’interno dei dipinti che li effigiavano.
“Pensateci– aveva detto l’illustre psicologo – rimettendoli nei loro quadri li riconsegnate all’agiografia, alla gloria, all’eterna adorazione dei credenti: mica li mettete in galera, no?”

Il Professor Cervellenstein

Così si erano messi un po’ più tranquilli, anche perché avevano notato che, dopo essere tornati nelle loro tele, quei santi mostravano delle espressioni molto diverse dalla mistica sopportazione che ostentavano prima, come se ricordassero con piacere la “botta di vita” che si erano frattanto procurati.
In alcuni casi, come quello, ad esempio, di San Sebastiano, questo fenomeno pareva fin troppo vistoso, addirittura esagerato.
Preso forse dal ricordo di tutte le bisbocce fatte nel periodo della latitanza, pur crivellato da una ventina di frecce, il martire, nuovamente effigiato, ostentava un colorito acceso ed bella risatona nostalgica che non sfuggì a diversi fedeli tra quelli che accendevano le candeline votive: “Ma che avrà da ridere con tutta quella ferramenta in corpo?”, pensavano.

“Sembra solo ieri, accidentaccio, e oggi ci risiamo”, rifletteva Tarallo, tornato bruscamente in sé.
Turbati o non turbati, lui e gli altri due inviati del Disturbatore Quotidiano, si resero conto di non aver ancora fissato delle camere per quella e altre notti, così si diressero verso la equivoca “Pensione La Rossa”, tradizionalmente ospitale verso ogni scarto dell’umanità, ma che comunque, essendo loro dei soggetti piuttosto informali ed aperti, a suo tempo li aveva soddisfatti pienamente, anche perchè quel ricovero poco tradizionale li aveva messi in contatto con una fauna umana decisamente insolita ed estrosa.
Berenice Passalà, la tenutaria della pensione, li accolse festosamente: non era cambiata affatto ed il suo aspetto, per certi versi, era ancora più clamoroso di quanto Lallo, Consuelo e Taruffi ricordassero.
Rossa in testa e più svestita del solito, la più che matura ragazza mostrava di non temere affatto il trascorrere del tempo: semplicemente se ne fregava degli anni che si accumulavano a decine e seguitava a non privarsi di una sola occasione di spasso, proprio come faceva la signorina Cleofe, l’allegra e ottuagenaria segretaria del Professor Cervellenstein.

Berenice Passalà detta La Rossa

Del resto la madre di Berenice, Argia, che era stata una donna generosa, e che fino all’ultimo respiro aveva distribuito gioie carnali a mezzo paese, era venuta a mancare all’età di 105 anni per una caduta dall’alto mentre prendeva il sole nuda sul terrazzo diroccato del suo palazzo.
Una ventata maligna gli aveva fatto volar via l’asciugamano e nel tentativo di afferrarlo la piccante vegliarda si era sbilanciata, precipitando giù in strada alla velocità di un ruttino.
Argia fu assai rimpianta.
Si capiva che con la sua scomparsa sarebbe aumentato parecchio il tasso di frustrazione e di insoddisfazione degli uomini del paese: “Donne così non ne faranno più, figurati, chi mai potrebbe conoscere gli stessi giochetti che faceva lei?”, pensarono in molti, passandosi il fazzoletto sugli occhi e riandando con la memoria alle molte acrobazie erotiche che avevano condiviso con la defunta.
Le esequie civili, assai affollate, per espressa volontà dell’estinta si erano risolte in una festa chiassosissima alla quale aveva preso parte quasi tutto l’elemento maschile di Strappoli, sindaco incluso e parroco escluso.
Ricordi roventi e lacrime si erano mischiati a danze furiose e a feroci libagioni in una celebrazione di tono pagano che andò avanti fino alle prime luci del mattino.

Argia da giovane

Berenice, sua figlia, non si era persa d’animo e dopo una giovinezza durante la quale aveva galvanizzato le virtù virili dei ragazzi dei paesi vicini, una moltitudine entusiasta, decise di essere concreta e di metter su un’impresa professionale personale, basata proprio su quelle doti che le avevano permesso di far schizzare verso l’alto il tasso nazionale di libido.
Come avrebbe potuto fallire una che aveva fatto perfino del timido, bruttarello e brufoloso Tanino Causapersa una pantera da materasso?
Rilevò da un pappone in pensione una specie di catapecchia che ristrutturò, senza esagerare in fasti, con il gruzzolo donatole da Anacleto Bombarda, il celebre industriale dei biscotti impossibili a tre facce, rigenerato dalle sue arti amorose.
In quello che era divenuto un palazzetto mezzo incompiuto, Berenice inaugurò la sua “Pensione La Rossa”, così denominata per via delle sue accecanti chiome, così vermiglie che quando venivano colpite dal sole costringevano tutti i paesani, nessuno escluso, a stringere forte le palpebre per il fastidio.

Strappoli di Sotto – Ingresso della Pensione “La Rossa”

Col trascorrere dei giorni e con il fluire sempre più impetuoso di un sotterraneo ma florido passaparola, non ci più fu un solo abitante di Strappoli che non si sentisse obbligato a sfuggire al controllo della baffuta consorte per provare di persona il chiacchieratissimo menù erotico della “Rossa”.
L’impresa in tal modo decollò, garantendo a Berenice una vita serena, anche se la donna non solo non mise su delle arie, ma non si distaccò mai dal frequentare e dall’ospitare l’esuberante e schivo sottomondo che gira intorno a questo genere di aziende.
Col tempo abbandonò la professione, lasciando in uso la “Pensione La Rossa” a svariate sue allieve che ne fecero la loro sede lavorativa, riservando l’utilizzo delle sue grazie solo a fini di piacere personale e scegliendo accuratamente i soggetti umani coi quali dividerlo.
Consuelo, Taruffi e Lallo il giorno del loro arrivo stentarono a sottrarsi agli abbracci festosi di Berenice, di Odile La Biancona, di Clelia Scoppiatette, di Sumatra la Spagnola, di Delfina Carezza di Dio e di Gaetano Miccichè, in arte Yanez, impresario di artiste dello spogliarello e di altre arti, che aveva una spiccata simpatia per Marzio, che chiamava amichevolmente T. T. T. P., Taruffi Tuttapuzza, nomigliolo che Marzio non riusciva a spiegarsi.

Clelia Scoppiatette, una delle ragazze di Berenice

Tarallo però aveva premura di incontrare Don Oronzo Sardanapali, il parroco, che sicuramente, com’era accaduto all’epoca del primo esodo di martiri pitturati, doveva essere sconvolto.
Era certo che avrebbe potuto ricevere dal sacerdote delle dritte più precise di quelle di Ducco, distratto in parte dagli amori egizi.
I tre quindi, liberatisi dall’affetto delle “ragazze”, tornarono in fretta nella chiesa di Santa Abbondanziana martire e puntarono decisi verso la canonica.
Trovarono Don Oronzo che piagnucolava al telefono:
“Ma come “Cacchiolino”, Eccelenza? Ci sarebbe qualcosa da fare oltre le esclamazioni di sorpresa, e occorrerebbe far presto, visto che ci sono dei precedenti e che la situazione non è allegra.
Le ripeto che Santa Eufronia, dopo aver discusso animatamente col proprietario di un negozio di abbigliamento intimo, ha borseggiato la bancarella di Cocis Casavittoria, un rom che tratta lo stesso settore, sottraendo un clamoroso reggiseno imbottito e, oltretutto, dorato: è una cosa serissima.
Altro che “cacchiolino” Eccellenza, l’hanno vista in piazza con quel coso addosso che pareva Madonna in concerto! No, no Eccellenza, NON QUELLA MADONNA! Dico l’altra Madonna, quella che canta e si dimena discinta in danza sacrileghe. Si lo so, è un nome d’arte discutibile, ma tant’è, la nostra martire la scimmiottava, e pareva, dicono, il suo ritratto sputato.

No Eccellenza, non so e non riesco a capire dove mai la santa abbia potuto vedere dei video con quella tizia e le sue canzoni, ma resta il fatto grave che Santa Eufronia si sia esibita in piazza.
Meno male che i paesani presenti l’hanno scambiata per una demente evasa da qualche istituto di cura per malattie mentali, ma non posso non pensare che prima o poi si trovi qualche vecchia devota, assidua della nostra parrocchia, in grado di riconoscerla come la martire del quadro del Maestro Bernardone da Strappoli.

Si, si, ho capito, “Cacchiolino” Eccellenza, farò quel che posso, la benedico, grazie”.
Don Oronzo, che non si era ancora accorto della presenza dei tre giornalisti, esasperato, si passò una mano sulla fronte, che per il sudore che gli scendeva a fiotti sembrava l’imitazione di una fontana pubblica, e borbottò:
“’Sto Vescovo pare un alieno sceso da chissà dove, non capisce un tubo, sta sulle nuvole e non è di alcuna utilità, lui e il suo eterno “Cacchiolino!”.
Stette seduto per un po’ a riflettere sconsolato.
Quando però l’odore di Taruffi gli arrivò alle narici, arricciò il naso e aggrottò i lineamenti in un’espressione di ripulsa: cercò in giro la fonte di quel fetore, ma fu a questo punto che Tarallo, Consuelo e Marzio si fecero avanti: “Ehilà Don Oronzo, come se la passa?”.
Il prete sobbalzò di sorpresa, spaventandosi terribilmente, e raggiunse il soffitto con un decollo scomposto, veloce come uno shuttle.

Sua Eccellenza il Vescovo di Strappoli di Sotto

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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