Santi e cavalieri per Tarallo

Voi qui!!?? Siete tornati a Strappoli?”,

chiese Don Oronzo, fresca vittima missilistica dell’improvvisata di Lallo & co, dopo che fu atterrato dal suo bel volo in verticale.
Si massaggiò per un attimo le terga doloranti.
Naturalmente aveva subito riconosciuto i tre giornalisti: due per il tramite degli occhi, uno con l’orrificare delle narici.
“Come diavolo avete fatto a sapere del nostro .. ehm… problemino? riprese – vi ha chiamato direttamente San Carminio con WhatsApp? Che tempi, ci perdoni Iddio, capita di tutto! Pandemie, guerre, l’ultimo brano di Mahmood e Blanco, e, ancora una volta, questo spiacevolissimo nomadismo iconico… I disegni, ma anche i dipinti, del Creatore, non sono mai stati, ahimè, altrettanto imperscrutabili di questi, e al di là di un odoraccio che ora sento distintamente, l’intero progetto divino resta per me sfumato e imprevedibile…”.
“Lo dicevo io!! – e Taruffi irruppe così nel discorso del parroco quando sentì parlare di odoracci, – c’è un odore di incenso e cera da far svenire un mammuth! Qui si esagera con le offerte votive…”.
Dinanzi all’inconsapevolezza di sè taruffiana, che si traduceva quasi in una megalitica esibizione di facciatosta, Don Oronzo alzò gli occhi al cielo, chiedendo all’Altissimo una dose adeguata di pazienza per non replicare, poi, ingoiate le frasi che aveva in mente di urlare in faccia a Marzio, riprese a rivolgersi a Lallo e Consuelo:
“Ma porca miseria, con licenza parlando, questo santo viavai avrebbe dovuto rimanere segretissimo, e invece, dopo un solo minuto dai fatti, ecco che arriva la stampa! Se acchiappo la gola profonda che ha vomitato questi pettegolezzi, esponendo il paese a così gravi turbative… giuro che… giuro che…”

Don Oronzo

Gli vennero meno sia il coraggio che le parole, così per un attimo si interruppe.
Poi riprese: “Vero è che l’altra volta avete finito per dare una mano, e per di più senza pubblicare una sola riga, meritoriamente, quindi, se voleste anche ora mettervi a disposizione di Santa Romana Chiesa nel contenere questo nuovo pasticcio….”
Fu Tarallo allora a rispondere: “Vede Don Oronzo, ci è capitato involontariamente di sentire una parte della sua conversazione col Vescovo, e da ciò che lei ha inutilmente tentato di riferirgli, mi pare davvero difficile che si possa tenere segreta una notizia del genere, ci pensi: Santa Eufronia è stata vista da mezzo paese imitare Madonna in piazza, mimandone malamente le coreografie, cantandone i successi e tenendosi indosso un reggiseno dorato e imbottito. Non pare proprio una che abbia intenzione di vivere in assoluta riservatezza, da che è saltata fuori dal quadro di Mastro Bernardone da Strappoli…
D’altronde, se si è pure procurata, chissà come, dei rotocalchi di pettegolezzi e l’opera omnia di Madonna, mio caro parroco da oggi in poi può aspettarsi di tutto, anche che si faccia scritturare dal Grande Fratello Vip: può immaginare che scalpore, che caos e che audience farebbe una autentica santa martire rediviva, reclutata in programmi televisivi di quella finezza, che canta, dimenandosi, “Material girl!

Santa Eufronia Martire

Lallo lasciò che questa tremenda ipotesi agisse sul sistema nervoso del sacerdote, che infatti reagì vivacemente, tingendogli la faccia d’un brutto verdolino malato.
Il giornalista d’assalto non stette inoltre a spiegargli che nel caso della prima evasione di massa dei martiri, avvenuta due anni prima, non aveva potuto pubblicare alcunchè solo perché tutta l’inchiesta era stata censurata in blocco da Frangiflutti, per via del suo cronico servilismo politico. Non si spinse a dire altro, dunque, anche perchè non aveva affatto intenzione di scoprire le carte sulla imminente uscita del Disturbatore Quotidiano, che andava ancora tenuta assolutamente nascosta.
“Venite a vedere coi vostri occhi, la situazione sta cambiando di ora in ora – riattaccò Don Oronzo, asciugandosi la fronte con un antiquato fazzolettone a scacchi – ho una gran paura che tra i santi degli altri quadri della navata possa scatenarsi il contagio”.
Si alzò di scatto dalla scrivania e si avviò verso la penombra della chiesa, seguito da Tarallo, Consuelo e da Taruffi, che, lasciando una scia quasi solida di lezzo, continuava comunque ad arricciare il naso, nauseato: “Ma la sento solo io ‘sta disgustosa puzza di candele e incenso?”
“Ecco – disse il prete, forzandosi a non dare in escandescenze con Marzio e piazzandosi dinanzi ad un grande dipinto dalla ricca cornice barocca, tutta stucchi e dorature – guardate ad esempio l’espressione di Santa Cloridia Martire in in questa tela: vi assicuro che originariamente non era quella che si vede ora: c’era più pathos, più passione!”.
Circondata dagli sgherri di Olifarne il Grosso che con riprovevole entusiasmo si accanivano su di lei, alternandosi a spezzarle le dita di una mano con dei rozzi mazzuoli, la martire, nonostante il difficile frangente in cui era stata ritratta, mostrava un’aria infastidita e, soprattutto, annoiatissima.

La nuova espressione di Santa Cloridia Martire

Si capiva benissimo che mentre la pestavano brutalmente, stava pensando ad altro, che si era, come dire, staccata dalle tristi circostanze alle quali da secoli era stata costretta, e che andava rimurginando su qualcosa che la potesse allontanare da quella lunga militanza agiografica.
I tre giornalisti erano ammutoliti.
Rimasero in silenzio fino a quando Don Oronzo non diede uno strillo, indicando il lato destro del dipinto, mentre i capelli gli si rizzavano in testa:
“E quello cos’è, misericordia !!??”
Solo allora si accorsero che sul rozzo pavimento, dipinto nel Seicento da Frate Calandrino il Giovane, stava adagiata una copia di “Jet Set”, una rivista contemporanea di pettegolezzi mondani, che dunque non poteva assolutamente essere coeva del quadro.
“Chi gliela avrà data quella robaccia? Chi gli mette in testa certe sciocchezze secolari? Eufronia forse? – singhiozzò il parroco disperato – E’ chiaro che anche Santa Cloridia sta architettando qualcosa!”.
“Si calmi padre: cerchiamo intanto, ovunque si siano rintanati, San Carminio e Santa Eufronia – suggerì allora Tarallo – e di notte piazziamo Ducco il sagrestano di guardia a Cloridia perché non scappi anche lei. Se recuperiamo i primi due, scoraggeremo dall’evadere tutti gli altri, non crede?”

Lallo Tarallo

Don Oronzo assentì muto, poi tutti insieme percorsero la navata in direzione dell’uscita dalla chiesa.
Consuelo, passandoci affianco, notò che nel quadro che solitamente ospitava Santa Eufronia era rimasto solo il vassoio con i seni della martire evasa, poggiato tristemente in un angolo.
Tutta la compagnià sciamò fuori in cerca di Ducco per affidargli le consegne.
Contemporaneamente, nella distante città di ……, Abdhulafiah, direttore pro tempore in assenza di Tarallo e Taruffi, cercava di mettere ordine nel ruolino di marcia dei redattori, impegnatissimi nel rifinire gli articoli che sarebbero comparsi nel numero zero del “Disturbatore Quotidiano”.
Obbiettivamente, tutti avevano dato il massimo e nei loro pezzi, come in quello, ad esempio di Mata Hari e Trudy Taruffi sul look imprescindibile della danzatrice giavanese dei nostri giorni, era avvertibile l’impronta personale che vi avevano trasfuso: non era certo dubbio che quel quotidiano avrebbe segnato uno stacco netto dal consueto giornalismo locale, grigio e gretto, fatto di scarsa indipendenza dai padrini politici e costellato da minutaggini di cronaca locale.
E, a proposito del campione unico di quel genere di giornalismo, il Fogliaccio Quotidiano, il suo Direttore, Ognissanti Frangiflutti, in quel periodo trascorreva giorni di acuta tensione psicologica.

Il Direttore del Fogliaccio Quotidiano, Ognissanti Frangiflutti

Le apparizioni alternate di Joe Spinazza e Sal Marranzana, infatti, superavano ormai in quantità quelle di Nostra Signora ai veggenti di Medjugorje, senza parlare poi della loro qualità, che riposava sulle felici trovate dei due uomini di Benny Syracuse, maestri di suggestione intimidatoria.
Frangiflutti si sentiva al sicuro solo all’interno del suo appartamento perché fuori, nel turbine cittadino, gli era dato ampio modo di incappare in quei due, che, tra sorrisi coi denti d’oro e mimica criminale, lo braccavano perfino quando andava a fare la spesa, ovviamente nei negozi più in voga del momento.
Il Direttore si era definitivamente convinto di essere finito nella lista nera della loggia massonica deviata P2 a causa dell’allontanamento, seppur volontario, di Lallo Tarallo dal Fogliaccio.
Uno di quei martedì, quando aveva dovuto fare un salto dal suo dentista, Dott. Antelmo De Trapanis, ne era uscito un paio d’ore dopo esservi entrato, ore di sofferenza e scalciamenti in aria.
Aveva ancora gli occhi lacrimosi e le guance insensibili, imbottite di un anestetico che gli era stato erogato in misura insufficiente.
Sceso nella piazzetta antistante lo studio del professionista, stava per entrare nella sua nuova auto ibrida all’ultimo grido, quando, ad una cinquantina di metri di distanza, vide un uomo, anzi lo riconobbe per uno dei suoi due pedinatori, che con straordinaria scioltezza e disinvoltura, incurante degli sguardi straniti dei passanti, se ne stava al volante di una sbalorditiva automobile la cui carrozzeria era stata modificata, modellandola sulle forme di una cassa da morto, e alla cui fiancata era stata fissata una cupa corona di fiori.

Frangiflutti, peraltro, e fu un bene, non potè sentire il fischiettio melodioso di Joe Spinazza, che scorrazzando con la baramobile se la stava godendo come un sordo al concerto della Pausini: a parte la distanza che gli impediva di cogliere quello zufolare, era lo stato d’animo del Direttore che aveva subito un vertiginoso e sensibile peggioramento.
Non provò nemmeno a guardare meglio la fascia che guarniva la corona perché temeva troppo di vedervi inciso il suo nome.
Sentiva le gambe come fossero fatte di pasta molle: la testa gli si era oscurata, mentre schizzi di pensieri gli impazzavano dentro.
Fu a quel punto che, recuperato un briciolo di coraggio, decise che non era più possibile subire quell’enorme minaccia senza cercare di difendersi.
Giunto in redazione, allontanò maleducatamente il solerte cronista Gargarozzi che gli si era parato innanzi per consultarlo su alcune solenni scemenze, e si chiuse nel suo ufficio.
Passato il tremore nervoso, recuperò in fretta la sua consueta, arida, lucidità: doveva assolutamente arrivare a parlare col Cavalier Augusto Fètenzia (con l’accento sulla prima sillaba), oleoso e potentissimo faccendiere, padre di ogni trama losca ordita nel territorio.

Il Cavalier Augusto Fètenzia con il suo segretario particolare

Solo lui poteva aiutarlo a sventare il pericolo che incombeva su di lui come un avvoltoio o come il Jova Beach Party, che minacciava sfaceli a danno della natura già straziata delle nostre coste.
Trascorse ore a far telefonate, supplicò ogni sorta di figuro impresentabile, frignò con svariati bracci destri di altrettanti furfanti in doppiopetto: si estenuò come nessun postulante aveva mai fatto prima di lui, ma alla fine ci riuscì: il Cavalier Fètenzia lo avrebbe ricevuto dieci giorni dopo.
Frangiflutti sentiva distintamente che il lasso di tempo che lo separava da quell’incontro decisivo gli sarebbe sembrato lunghissimo e angoscioso.

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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