S(QUADRATURE)

Fu solo dopo essere riuscito a strappare un appuntamento col potente Cavalier Augusto Fètenzia che il Direttore del Fogliaccio riuscì a recuperare un minimo di serenità.
E’ vero, il ricordo di uno dei suoi persecutori che scorrazzava nel piazzale del dentista su un’allusiva baramobile ancora gli faceva accartocciare le magre trippe, ma la certezza di aver messo a segno una prima mossa di controffensiva leniva le conseguenze di quell’orrida apparizione.
Si mise dunque al lavoro con lo zelo di un piranha a digiuno quando vede cadere un ciccione nell’Orinoco, e per prima cosa censurò un articolo di politica locale del neassunto redattore De Sordis, pezzo che accusava di puro elettoralismo i due partiti patriottici di zona, il Partito Vichingo e Fratelloni di Taglia.
Masticando imprecazioni a fil di bocca, lo riscrisse del tutto, trasformando ogni aggettivo pungente in un trillo di flauto, ogni appunto malevolo in soffuso elogio.
Quella operazione di restauro non placò tuttavia la sua rabbia: era assetato di sangue redazionale.
Stava per convocare quell’imbecille dell’autore per spiegargli a suon di spazzolate sulla dentatura la linea del giornale, quando dal telefono della sua scrivania partirono le note di “Faccetta Nera”, la vecchia suoneria del suo amato mentore Peppe Cicciafico, musichetta che per ragioni sentimentali, rarissime, o meglio, quasi inesistenti in lui, non aveva mai cambiato.

Il Sen. Ciccibon, ras del Partito Vichingo

Alzò la cornetta, infastidito, ma quando gli arrivò all’orecchio la voce del Sen. Ciccibon, ras del Partito Vichingo, lo spirito da leopardo che lo aveva posseduto sino a qualche secondo prima, lo abbandonò di colpo, riportandolo al piglio granitico di un soufflè di stracchino.
“Agli ordini, Senatore bellissimo!”
“Ehilà Frangifluti, vècio somaròn, gavemo un problemino con la Diocesi de Strapoli de Soto e Tarantella al Monte: te ricordi quel fato dei santi che scapavano dale croste dipinte? ‘Na storia vècia, ma el Vescovo me ga ciamato che sta roba è ricominciada: Sua Eminensa l’era un po’ confuso ma, tra un “cacchiolino” e l’altro, s’è fato comunque capir. Stava proprio fora de bocia!
S’è racomandato de non parlar de sta cossa in nessun modo, de non farla venire fora: silensio, silensio, silensio, quindi, ti ga capìo?”

Sua Eccellenza il Vescovo di Strappoli di Sotto e Tarantella al Monte

Il Direttore fu quasi offeso da questo invito: nel suo giornalismo la regola del silenzio, almeno di quello su certi fatti selezionati, era più stringente di quella dei monaci di San Colombano.
“Non hai certo bisogno di dirlo a me, Claudione – replicò quindi un po’ piccato – se ricordi bene, quando te ne uscisti con la storia del parco e di una sua dedica ai Mussolini Brothers, con tutti che ti addentavano le braghe, io trattai la cosa in modo neutrale, come se stessi scrivendo un resoconto delle temperature medie stagionali in Lussemburgo. Tranquillo, quindi, da qui non uscirà una sola riga sui santi evasori: da noi al Fogliaccio, tra l’altro, gli evasori li abbiamo sempre coperti”.
“Va ben Frangi, grassie, ce sentimo..”, sospirò Ciccibon, riattaccando subito dopo.
Liberatosi dallo slang venetolaziale del Senatore, il Direttore stette ancora a riflettere per un istante: “Chisse ne frega poi dei santi nomadi – borbottò tra sé – con tutti i pensieracci che ho..”, concluse, e, rizzatosi in piedi, con un ruggito convocò De Sordis nell’ufficio della Direzione per disossarlo.
Nel frattempo Omar Tressette, proprietario del giornale e suo fondista di costume, rientrava nella sede del Disturbatore Quotidiano: ci arrivava turbatissimo e coi capelli ritti in testa per aver incontrato il primo indossatore stagionale degli orridi sandalacci teutonici, uccisori di bellezza.

Gli orridi sandalacci teutonici, uccisori di bellezza

“Accidenti alle belle giornate” pensava, metereologicamente rabbioso.
Non dubitava infatti che quei due piedacci pallidi, dagli alluci induriti e dalle unghione spesse e gialle, messi in vista senza pudore, rappresentassero solo l’avanguardia di un flagello che entro qualche giorno, con l’avanzare della stagione calda, sarebbe divenuto devastante e deprimente.
La bruttezza incombeva e meditava un’invasione.
Molto scosso, il miliardario dalle intolleranze record decise su due piedi di non pubblicare subito, sul primo numero del quotidiano, il fondo già scritto sul rapporto intenso e malsano tra le smart e i peggiori guidatori del mondo: quello poteva attendere, mentre il pericolo che i ciabattoni tedeschi costituivano per l’estetica del mondo si era fatto disperatamente concreto, comportando quindi la necessità di una immediata e vibrante orazione censoria.
Acceso in volto, salutò appena i redattori presenti e si mise all’opera: aveva tutto in testa, così il fondo antisandalacci avrebbe dovuto solo essere tradotto in scrittura.
Nello stesso momento le vie di Strappoli di Sotto venivano percorse da un bizzarro plotoncino: Don Oronzo, Tarallo, Consuelo e Taruffi erano di ronda per cercare il sagrestano e stanare i due santi fuggiti dalle rispettive tele.

Consuelo

Non fu affatto semplice recuperare Ducco per metterlo di piantone dinanzi al quadro che ritraeva una Santa Cloridia Martire sempre più nervosa e distante psicologicamente dal suo stesso martirio.
L’impenitente seduttore di donne storiche stava infatti facendo un giro di shopping con Cleo che, vestita com’era, all’egiziana, aveva strappato commenti pungenti alle signore del paese che l’avevano subito stigmatizzata come esibizionista e, immancabilmente, come una poco di buono.

Cleo

La gradevole passeggiata sarebbe anche filata liscia se Ducco non si fosse fermato davanti alla vetrina di un negozio per animali:
“Guarda i cricetini Cleo: quanto sono carini con quei musetti e le vibrisse sempre in moto!! Che paffuti, deliziosi pelosetti”, aveva detto, entusiasta alla sua amichetta.
Ma gli occhi di Cleo si erano nel frattempo posati su un terrario esposto, dal quale era venuto fuori, sinuoso e pigro, un serpentello.
La donna era sobbalzata violentemente, orrificata, proprio come avrebbe fatto un professore di Geografia sentendo la Poponi, capo di Fratelloni di Taglia, piazzare Dublino in Inghilterra.
Per Osiride, che orrore, che mostro, che schifo!! Dove accidenti mi hai portato, testa di sacrestano che non sei altro: IO ODIO I SERPENTI!!!”
Lo aveva strillato tanto forte da sfrondare un vecchio tiglio e sfrattare da casa una colonia di merli che da decenni e decenni vi risiedeva.

Ducco, di colpo, realizzò la gaffe fatta: “Scusa Cleo, non mi ero reso conto… avevo dimenticato…. scusami davvero.. Sono stato inopportuno, ma non avevo pensato a… Ma dai, vieni che andiamo in profumeria”.
Solo la prospettiva di provare un centinaio di essenze profumate e di scroccare altrettanti campioncini aveva riportato l’egiziana alla calma, così i due si erano infilati da “Concettina’s Dreams”, la migliore profumeria di Strappoli di Sotto.
Fu proprio in quel negozio che la truppa di Tarallo li aveva ripescati, sorprendendo Cleo, già largamente ricoperta di effluvi odorosi, mentre fiutava l’avambraccio di un pazientissimo Ducco, prestatosi a fare da cavia per ulteriori test sui profumi.
Appena entrato in quell’ambiente dai colori pastello e dagli odori discreti e rasserenanti, il superpuzzolentissimo Taruffi aveva tuttavia avuto un mancamento e si era portato la manaccia lorda alla gola: “Dio che tanfi dolciastri!! Mi sento male, ho la gola serrata, forse ho una reazione allergica in corso, non reggo, probabilmente soccomberò: debbo uscire subito, ora, adesso …”.

E si precipitò fuori dalla profumeria, piegandosi su sé stesso e aspirando platealmente aria per riprendere a respirare.
Spedito Ducco a sorvegliare il quadro di Santa Cloridia per impedire eventuali fughe, i quattro indagatori si rimisero poi in cammino per recuperare i santi fuggiaschi.
Percorsero per intero il paese, senza alcun risultato, fino ad arrivare all’ultima casa, di quel piccolo agglomerato urbano.
Si trattava in realtà di una catapecchia abbandonata e mezza diroccata, dai colori folli, arancione e nero, dipinti a strisce, tinte che avevano da tempo iniziato a stingere: la prima impressione che dava era quella di essere il pensionato dell’Ape Maya.
Dall’interno si sentiva provenire un canto particolarissimo, eseguito in una lingua strana, così i segugi si fermarono ad ascoltarlo a distanza, cercando di coglierci qualche senso:

“I coddo tagne eddi e e orse i na mbina
co lmico io u ncero, u iglio a uso ero
oi u orno i rese i eno, ebba, i rato e ello ce ra io,
ompaivano iano iano e agendo rlai co Io….”

“Che accidenti significa? – sussurrò irritato Taruffi – mai sentita ‘sta lingua, non ci si capisce un c…”
Tra gli appostati, che non volevano essere individuati, cominciò una discussione a sussurri: Don Oronzo ipotizzò che quei versi fossero stati composti in aramaico arcaico:
“Deve essere Carminio per conoscere quella lingua, sicuramente si è nascosto dentro quell’orrore di bicocca!”.
Tarallo, che si era tenuto distante da quel simposio tra linguisti, cercava invece di seguire la melodia e di decifrarla e, concentrato com’era, non sentiva una sola parola dei suoi amici.
Ad un tratto gli si illuminò il volto e subito dopo annunciò trionfante:
“E’ Montagne verdi!! E’ la vecchia canzone di Marcella Bella, stroppiata, non so perchè, nel suo testo italiano”.

“Accidenti, è vero!” – gli fece eco Consuelo – è proprio quella!”.
Si decisero allora ad entrare e Don Oronzo, per evidenti ragioni di pertinenza, precedette gli altri.
L’ambiente era spoglio e malridotto: in terra era sistemato un materasso dall’incerta pulizia e gli altri mobili presenti consistevano solo in un tavolino di legno scrostato e in una vecchia sedia di plastica, di quelle da giardino, sulla quale stava seduto uno strano personaggio dall’aria sbalestrata.
Indossava un mantello rosso ed un paio di scarpe da trekking, un’aureola d’oro sbiadito gli sovrastava il capo.
Lo sorpresero mentre era intento a decifrare un foglietto che in quel momento assorbiva tutta la sua attenzione: era il testo di “Montagne verdi” che una mano sicura gli aveva trascritto a lettere enormi.
“San Carminio!” – esclamò il parroco cadendo in ginocchio – ti ho ritrovato!”.

San Carminio Martire

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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