Due fronti per la Taralleide

Mentre il caso dei santi fuggiaschi teneva impegnati a Strappoli di Sotto i futuri Direttore e vicedirettore del “Disturbatore Quotidiano”, nonché la responsabile del suo settore iconografico, nella sede del costituendo giornale si teneva una riunione del settore sicurezza, composto da persone che per storia e temperamento stavano alla santità quanto i Måneskin alla sobrietà formale.

Sbracato poco compostamente su un divano, Benny Syracuse riusciva contemporaneamente a parlare e addentare un sigaro che pareva un missile terra-aria mentre interrogava i suoi due vice, Sal Marranzana e Joe Spinazza, sull’incartamento Frangiflutti.

“Non arriverebbe mai a pensare che sta per essere pubblicato un nuovo quotidiano, capo.
Metterlo sotto pressione per tutto questo periodo è stata una cosa azzeccata assai perché così lo distraiamo: tène a panza contratta e cambia colore quando ci facciamo riconoscere, e non vede altro.
Lui pensa a chissà quale pericolo, crede che deve schiattà, anche se non sa quando e perché. Negli ultimi giorni, dopo la bella parata funebre che gli ho fatto sfilare sotto il naso, lo abbiamo lasciato in pace e magari a quest’ora si è messo pure tranquillo”

Fu in questo modo che Joe Spinazza aggiornò Benny sullo stato dei lavori.
“Avete fatto buono guagliò, ma non possiamo dargli altro respiro: non va bene perché quello poi si rimette a pensare e, pensa che ti ripensa, potrebbe cogliere qualche segno della incombente nascita del nostro giornale.
Dobbiamo quindi ricominciare a tenerlo al guinzaglio, torchiarlo bene bene, e per farlo servono le idee giuste, che ne dite?”

Sal Marranzana si entusiasmò a questa replica del capo e diede immediato inizio a quel singolare brainstorming:
“Giusto, deve farsela nei calzoni! E se gli mettessimo la testa di un cavallo nel letto? Funziona alla grande, l’ho visto al cinema.. Si tratta solo di conoscere un cavallo con tendenze suicide ed un macellaio che tenga la bocca chiusa”

Ma no, no – ribattè Syracuse spiccio – quella è appunto un’idea vecchia, già usata, e il film, tra l’altro, non si è inventato niente: ricordo benissimo quando Steve Zucchina si svegliò abbracciato ad un opossum incontinente, ma quello era stato solo uno scherzo, ce l’aveva piazzato Ronnie Trombetta per fotografare la scena e sputtanarlo in giro, visto che da tempo accusava Steve di un eccesso di promiscuità.”
“Se non vogliamo metterci un opossum o un cavallo parziale, potremmo usare una decina di nutrie vive: sai le risate…”, insistette Spinazza che stentava ad abbandonare la dimensione zoologica del crimine.
“Macché nutrie – sbottò Benny infastidito – ci vuole nu poc ‘e poesia, bisogna tornare alla dimensione notturna che è cchiù romantica, apparire come dei fantasmi cattivi, riempire le tenebre di minacce, fargli andare l’immaginazione al galoppo senza bisogno di equini, capito guagliò?
Inventatevi qualche bello appostamento quando rientra a casa o quando rientra da una cena coi suoi datori di lavoro politici: usate ‘nu poco ‘e fantasia, proprio come avete fatto con quella baramobile.
Dopotutto, tu Sal sei lo stesso uomo senza pietà che ha appena persuaso Jack Fattapposta a cederti tutte le sue puttane, compresi i femmenielli minorenni, minacciandolo di legarlo alla sedia sotto il palco di un concerto dei Negramaro, facendoglielo sentire tutto! ‘Na cosa….
E per un momento il crudo Benny parve sopraffatto dall’orrore. Poi, scossa la testa come a scacciare via quel tremendo scenario, riprese:
E tu Joe, ricordi quando, con l’aiuto di un truccatore professionista, ti spacciasti per un bovino e facesti credere a Walt Disney IV° di essere il nonno di Clarabella, che realmente esisteva, facendoti pagare un mucchio di dollari per non trascinarlo in un ipotetico processo e distruggerlo con le royalties?

Voialtri siete bravi, boys, i migliori: ricordatevello e inventatevi qualcosa di carino pe ‘sto sfaccimm ‘e Frangiflutti!”.
Su queste note perentorie di Benny Syracuse si concluse l’incontro della sezione sicurezza del “Disturbatore Quotidiano”, lasciando Spinazza e Marranzana a rimuginare sul da farsi.
Frattanto Tarallo, Consuelo e Taruffi percorrevano le vie del paese, accompagnando verso la Chiesa di Santa Abbondanziana Martire il parroco Don Oronzo che, raggiante, teneva sottobraccio un riluttante San Carminio.
Il martire, molto imbronciato, camminava a sforzo, quasi autosgambettandosi, e seguitava a canticchiare sottovoce Montagne verdi a modo suo.
Afid si teneva un po’ indietro, scuro in volto per la fine obbligata del suo traffico di miracoli.
Entrarono tutti in chiesa e si accorsero immediatamente che in quel luogo sacro era avvenuto l’ennesimo cambiamento: su uno dei muri di fondo della chiesa, quelli posti ai fianchi dell’entrata, era dipinta una figura sconosciuta.
L’opera pareva fresca, fin troppo recente.
Rappresentato di profilo e ben colorato sul bianco intonso di quella parete, si stagliava ora un uomo dalla testa di falco che indossava uno strano copricapo.

Horus

“E ora che sarebbe questo!!??”, strillò Don Oronzo, che era schizzato in aria innalzandosi di un bel po’ di centimetri.
Tarallo, che aveva riconosciuto l’immagine, stava per parlare, ma venne anticipato da San Carminio che indicando la figura esclamò: “OUS!!”
“Che? – saltò su Taruffi – cosa vuol dire ‘sto poveretto che parla a cavolo?”
“Vuol dire Horus – intervenne Lallo – è un dio dell’antico Egitto, e non c’entra nulla in un contesto come questo, ma oramai ci si aspetta di tutto da queste parti: è un vero caos”.
Ma Don Oronzo, paonazzo per la rabbia, partì deciso, veloce come una scheggia, verso la sacrestia, borbottando:
“Roba da pazzi: qui i santi veri scappano e arrivano i falsi dei, ma so io chi ha fatto ‘sta roba!”
Prima di raggiungerne la porta quasi si scontrarono con Ducco il sagrestano che li bloccò.
Aveva l’aria contrita e imbarazzata e quando, parandosi davanti al gruppetto, prese a parlare, lo fece con una vocetta più alta e stridula del dovuto:
“Lo so, lo so, non è bello: è stata una sciocchezza, ma a Cleo gli era presa una tale nostalgia… Quando mi ha chiesto la scatola di colori ad olio io non avevo idea di quello che intendeva fare.. Non vi arrabbiate con lei, è solo che gli mancava un po’ casa.. Ripulirò tutto io..”

Cleo

Il parroco, accigliatissimo, gli ingiunse di levare di torno al più presto l’immagine sacrilega, cosa che il povero Ducco, ancora costernato si accinse a fare lestamente:
“Non si inquieti: vado a prendere acqua e solvente”.
Un istante dopo, Lallo si accorse che San Carminio, approfittando della distrazione generale, era sparito ancora una volta, e diede l’allarme.
Dopo che Taruffi, a suon di schiaffoni, a dire il vero troppo decisi, riuscì a far rinvenire Don Oronzo che aveva avuto un cedimento di gambe e anima, tutti si sguinzagliarono per le navate e le cappelle alla ricerca del pertinace transfuga.
Fu Consuelo, che passando davanti ad una cappelletta minore l’aveva fatta risplendere di luce, a scoprire dove era finito il santo dalla lingua straziata: lo individuò all’interno di un quadro diverso da quello in cui aveva soggiornato per secoli.
Si era infatti inserito in un’opera che ritraeva Santa Berengarda in preghiera, inginocchiata dinanzi ad un leggìo sul quale da sempre poggiava un poderoso volume aperto sul salmo 117, il “Laudate Dominum”.
Ora però San Carminio, una volta penetrato nella tela, pareva raffigurato a cantare a bocca aperta, intento ad insegnare a Santa Beregarda la canzone di Marcella Bella, e, all’uopo, lo si capiva bene, aveva piazzato il foglio col testo di Montagne verdi sul leggìo, coprendo le mistiche parole del salmo con quelle, molto più laiche, del duo Bigazzi/Bella.

Santa Berengarda e San Carminio

Quanto alla santa, evidentemente colta di sorpresa dall’irruzione del collega, aveva preso un’espressione interdetta, timorosa e curiosa ad un tempo.
“Oddìo, oddìo – rantolò Don Oronzo vedendo le sgradite novità in quel quadro che ben conosceva – San Carminio esca di là, la scongiuro, quello non è il suo quadro, la supplico venga fuori! Non complichi la situazione”.
“Anche perché non si può certo chiamare la polizia e trattarlo come un delinquente – sibilò Taruffi all’orecchio di Tarallo – e poi, che potrebbero mai fare degli agenti per levarlo dal quadro, entrarci anche loro? Pensa un po’ che bella composizione pittorica ne verrebbe fuori!”.
Mentre la situazione si faceva sempre più tesa, col parroco che con gli occhi esorbitanti e in un bagno di sudore, insisteva col le sue vane suppliche al santo, fu Afid, che lo conosceva un po’ meglio degli altri, ad avere un’idea che avrebbe potuto funzionare:
“Lui mi ha detto che ai suoi tempi suonava una specie di organo, non so se da solo o in un gruppetto rock dell’epoca: potremmo fargli sentire il suono dell’organo della chiesa, potrebbe magari attirarlo, come la musica del flauto fece coi topi della favola…”

“Ma come si fa, benedetto uomo, a paragonare un santo ai sorci? – ringhiò Don Oronzo fuori di sé – è una bestemmia!”
“Diamogli retta padre – replicò Lallo – forse l’incanto del suono d’organo gli farà rivivere i tempi d’oro della sua carriera, forse vorrà anche provare a suonarlo dopo tanto tempo, e per farlo dovrà necessariamente uscire dal quadro”.
Alla fine, anche grazie alla pressione di tutti, Don Oronzo si convinse, ma per mettere in moto il piano serviva l’organista del paese, che tuttavia suonava solo nelle principali messe domenicali.
Il prete dovette chiamarlo al telefono.
Non fu facile persuadere Olimpio Steccalmassimo ad esibirsi al di fuori delle sue normali mansioni, e per di più senza che gliene venisse spiegato il motivo: lo stizzoso ometto, che era ingravidato da un tale bolone di autostima da non rendersi ben conto delle sue modestissime virtù musicali, si fece infatti reggere per un bel po’ di minuti, prima di arrendersi:
“D’accordo padre, do una sistematina all’intestino del mio nipotino Settimio, di otto mesi, che ha appena compiuto dei prodigi particolarmente ripugnanti, e la raggiungo in chiesa”.

L’organista Olimpio Steccalmassimo

E mentre tutti, tra angoscia e nervosismo, si disponevano all’attesa dell’organista, di botto comparve Ducco, munito di secchio e spazzoloni, seguito da una Cleo che pareva piuttosto contrariata:
“Che faccio Don Orò, comincio?”, chiese l’inopportuno sagrestano.

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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