Pensiero senza riflessione, il dinamismo immobile dell’azione

Non c’è tempo per approfondire pensieri? Parrebbe (il tempo) sgretolato tra le lancette di un vecchio orologio a muro, dove ragnatele di attimi imbrigliano l’idea stessa del pensare, o anche solo il supporre che, dietro la fissità di uno sguardo, oltre la fuggevolezza di una espressione schiva, possa esserci un mondo da esplorare.
Lo so, l’esplicitarsi delle verità, il gridarle forte, la soverchieria del reality sulla realtà, hanno la pretesa di riscrivere i sentimenti, di catalogarli e, perché no, di ristabilirne i parametri da lì in avanti, per anestetizzare sensibilità, rimuovere l’attenzione alla cura verso tutto ciò che non è strombazzato ai quattro venti e ridurci alla perimetrazione del dinamismo immobile, che ha stereotipato persino le emozioni.
Pensiamo, ma non riflettiamo. Il tempo per riflettere, dubitare e interrogarsi, la volontà stessa di capire, sono considerati uno spreco, perché sottratti a un professato bisogno di “azione”, quale essa sia.


Il dinamismo immobile si esplicita nell’azione!


Meglio perseguire questo insano proposito di non “sprecare” tempo, rincorrendo immaginifiche strategie, buone da sostituire alle filosofie del dubbio, utili a dare lettura di una realtà che sfugge, ma che riacchiappiamo solo condensandola in pochi atti, per lasciare che la narrazione ne prenda il posto: quale miglior controllo rassicurante sugli eventi?
Si professano pensieri, idee e soluzioni facili, ma dietro questi la riflessione latita, e si cerca di piegare al proprio disegno la realtà; la narrazione serve a stabilire la chiave di lettura più conveniente, il vestito cucito su misura alla bisogna. Persino regole, valori e ideali sono piegati all’uso della narrazione, diventano accessori di moda, da sfoggiare con disinvolta “eleganza”. La volgarità ne fa un uso smodato.
Tesi contrastanti a confronto, dibattiti televisivi urlati a sovrastare la voce altrui, continue sovrapposizioni di posizioni dialettiche contrapposte, hanno l’unico intento di bullizzare l’altro, di abusare del predominio di un pensiero, capace di esercitare una pressione; ma tutto è così lontano dalla libertà di una riflessione, dove resistano il dubbio e l’analisi critica della propria posizione, manca la molla della curiosità verso un altro punto di vista, partendo dalla logica degli argomenti, sostenuti dalla forza di studi a supporto… e tutto questo poco importa.
Si parla di ascolto, ma nelle intenzioni non v’è attenzione, così come si parla di confronto, e poi è, né più e né meno, quello che può esserci tra due contendenti sopra un ring, presi a tirarsi colpi bassi, pur di attrarre il plauso e il consenso, col ricorso alla retorica e a quegli espedienti psicologici propri della manipolazione comunicativa.


Quale genere di consenso ne deriva, allora? Un genere fuggevole. Però tanto basta alla politica del mordi e fuggi, figlia di un presente attanagliato alla precarietà del vissuto sempre incerto, dell’incapacità di interrogarsi, di avere una visione sul domani.
Nessuna riflessione a strutturare un pensiero che si nutra di dubbi e di ricerca, nessun fondamento sul quale posare convinzioni; precario è il carpe diem della modernità, appena la durata di una emozione, indotta dalla suggestione evocata dal tam tam di parole, che non stimolano riflessioni… sono solo il richiamo di un pifferaio magico che, inequivocabilmente, condurrà i topi a morte certa.

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale

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