Sante manovre per la gang Tarallo

Per Don Oronzo rendersi conto che ai due santi transfughi sparsi per il mondo si era aggiunto perfino un dio egiziano, Horus, fu come essere travolto da una malaugurata slavina.
Il povero prete si sentiva smarrito, confuso come se avesse visto Carlo Conti pallido, così, nella sua situazione, cercò disperatamente di raccattare qualche elemento di conforto, ma a parte il fatto che fino a quel momento della sua vita non avesse contratto il virus di ebola, l’unica altra rassicurazione possibile gli veniva dalla trappola musicale che avevano escogitato quelli della banda Tarallo per far uscire San Carminio dal quadro nel quale si era infilato, per riportarlo finalmente nella sua abituale sede artistica.
L’animo gli si perse per un attimo nel guscio comodo della speranza, ma le tremende note del “Ballo del qua quà”, pompate a tutta birra dall’organista Olimpio Steccalmassimo, al colmo della frenesia creativa, lo strapparono brutalmente da quella piccola trance, restituendolo ad una realtà fosca e minacciosa.

L’organista Olimpio Steccalmassimo

Si accorse, non potendo credere a ciò che vedeva, che Cleo e Ducco, come trascinati da un impulso superiore, si erano messi a ballare ripetendo le mosse paperesche che da sempre costituiscono l’inevitabile coreografia di quella insopportabile musica profana:
“Ma vi pare il caso!!?? – ringhiò, fulminandoli con un’occhiata al doppio laser – mettetevi piuttosto a cercare quello scarabocchio pagano a cui avete dato vita: marsch!”.
Si allontanò quindi in direzione della cappellina di Santa Berengarda, sperando che San Carminio venisse davvero travolto dall’istinto musicale, stanato dalla nostalgia per la tastiera di un organo.
Trovò tutta la compagnia col fiato sospeso: il martire aveva spostato una gamba fuori della cornice del quadro, come se volesse saltarvi fuori, mentre la santa che lo aveva dovuto ospitare a forza, in attesa di tornare nuovamente single, ancora canticchiava il motivo di Montagne verdi.
Un saltello e via: San Carminio raggiunse senza apparente sforzo il pavimento marmoreo della chiesa, e con vigorose manate si mise a pulire puntigliosamente il suo vestitino corto, come se vi fosse rimasta sopra qualche traccia di vernice secolare.

Subito Afid lo affiancò e gli rivolse la parola nel suo “carminiese”, la lingua derivata al santo dalle tremende torture alle quali era stato costretto prima di essere lasciato in balia dell’affamato terzetto di molossi:
Uto ene? He ne ici e oa ti ai u iro i Hyauis e oi i ietti uono uono el uo adro? Iominci a onare, ua icata, o?”
(Tutto bene? Che ne dici se ora ti fai un giro di Hydraulis e poi ti rimetti buono buono nel tuo quadro? Ricominci a suonare, una ficata, no?)
Carminio alzò la testa e strinse istintivamente le narici, come per fiutare la presenza dell’organo, ma fu solo seguendo il punto di partenza della musica albanrominesca che riuscì ad individuare lo strumento e chi stava al momento suonandolo.
Fece per salire la scaletta e raggiungerlo, ma era evidente che la sua presenza andava nascosta a tutti i costi ad Olimpio Steccalmassimo, che frattanto pareva giunto all’acme della sua delinquenziale prestazione musicale.
Don Oronzo, dunque, sbarrò la strada a San Carminio, implorando Afid con lo sguardo perché lo aiutasse a gestire il martire che scalpitava per ritrovare, attraverso i tasti dell’organo, le sensazioni esaltanti di una vita, quelle sepolte a morsi da Fuffus, Ciccius e Fidus.
Il falsario comprese la situazione al volo e, tirato per un braccio il venerabile personaggio, lo trascinò verso la sacrestia con un pretesto che sarebbe apparso debolissimo a qualsiasi contemporaneo:
“Eni: ima e u uoni, i accio edee i partiti el ande Asco Ossi, agai i oi etti i ossono pirare!”
(Vieni: prima che tu suoni ti faccio vedere gli spartiti del grande Vasco Rossi, magari i suoi testi ti possono ispirare).

Il Poeta Vasco Rossi

Arrivati nella stanza del prete, Afid tirò fuori dalle tasche dei pezzi di carta spiegazzati, zeppi dei versi densi di significati, tipici del poeta di Zocca:
“Eh già, eh già/ cosa vuoi, cosa vuoi, cosa sei/ ehee che c’è/ cosa c’è/ cosa c’è/ dove vai, con chi sei/ eh già/ eh già / siamo solo noi/ con tutte quelle bollicine…”, è li piazzò dinanzi allo sguardo stranito di San Carminio, che ci si raccapezzò poco.
Tarallo, Consuelo e Taruffi, al seguito di un Don Oronzo che sfoggiava lo zelo incendiario d’un prete alle crociate, tutti insieme si diedero da fare per spegnere di colpo l’ardore musicale dell’organista.
Non fu un’impresa facile perché Steccalmassimo, che sembrava del tutto fuori di testa, era, come si è detto, un soggetto corpulento ed ostinato, e pur invitato bruscamente dal suo parroco, non si decideva a levare le manacce dalla tastiera.
Di questa baruffa per staccare dallo strumento un musicista che faceva molta resistenza, fece le spese l’esecuzione del “Ballo del qua quà”, che in corso d’opera si distorse terribilmente, spezzandosi e sciogliendosi in una cacofonia liquida, fuori tempo e vagamente esoterica, che fece accartocciare le orecchie dei disgraziati presenti.
Dove non arrivò la forza bruta di sei braccia impegnate a tirar via l’organista dal luogo del delitto, arrivò puntuale l’acre aroma di Marzio Taruffi, il quale, salito per ultimo, sparse subito nel piccolo ambiente i suoi effluvi mefitici, così penetranti da far rinsavire da un istante all’altro Olimpio Steccalmassimo, tramutandolo in una povera cosa tremolante:
“Oddio che puzza, che fetore! Non ditemi che c’è da cambiare ancora mio nipote Settimio, che non reggo più: a quel pupone, ciccione come un rospo delle canne, altro che bistecche di armadillo darei! Andrebbe trattato a muschi, licheni e acqua rugginosa, da adesso fino all’adolescenza, ma figurati se mio figlio e quell’altra, che pare un upupa, se ne renderanno mai conto… Mi scusi Padre, cose personali: piuttosto, era sufficiente quello che ho suonato per la prova acustica?”

Settimio Steccalmassimo, il nipote di Olimpio

Le facce del suo uditorio, pesantemente segnate, confermarono che sì, ciò che l’organista aveva prodotto non solo era stato assolutamente sufficiente, ma sarebbe stato sufficiente per far piangere dall’orrore perfino una brigata di sordi.
In un batter d’occhio la comitiva portò quasi di peso Olimpio Steccalmassima fuori da Santa Abbondanziana Martire, lanciandolo nel sagrato come un sacco di spazzatura, incurante delle timide proteste dell’organista.
Quando la via per salire all’organo settecentesco risultò del tutto libera, San Carminio non si trattenne più e affrontò il pendìo della scaletta con l’entusiasmo di un astronauta al primo pranzo vero dopo il rientro dallo spazio.
“E’ i uovo Hyauis – osservò perplesso e accigliato trovandosi dinanzi alla tastiera – Occa impoissare”
(E’ il nuovo hydraulis – tradusse allora Afid – tocca improvvisare).
Il santo toccò con l’indice della mano destra un tasto, poi un altro ed un altro ancora, mentre il lume di un sorriso gli rischiarava intanto la faccia.
Dopo quel primo, cruciale contatto, il santo si lanciò con sicurezza sbalorditiva in una serie di improvvisazioni ardite e incisive che ripetendosi con infinite variazioni, toccarono nel profondo l’anima di chi lo stava ad ascoltare.
“Che roba esclamò Lallo entusiasta – questo martire scombinato era il Keith Jarrett del Duecento dopo Cristo! Il punto della faccenda è questo: chi l’avrebbe mai capita un’arte del genere ai suoi tempi?”
Le volte della chiesa si gonfiarono di musica e di note vorticose che, come aerei a reazione, si slanciavano libere attraverso le navate, lasciando in quegli antichi spazi una scia di umori forti, sensibili e spiazzanti.

Don Oronzo rimase sconvolto e spaventato dalle sue stesse sensazioni, tanto che su due piedi fece un voto a Santa Alabarda: se la vicenda fosse terminata bene, come auspicava, col rientro di tutti i martiri all’interno dei rispettivi dipinti, avrebbe rinunciato per tre mesi alla confettura di fichi e vongole della quale era un fruitore compulsivo, e che trovava solo nel podere di Monzi, un ex funzionario dei Servizi Segreti, convertitosi al biologico.
Ignaro dell’effetto della sua musica sugli astanti, San Carminio seguitava a volare sulla tastiera dell’organo, inanellando improvvisazioni su improvvisazioni, una più brillante e inaspettata dell’altra, tenendo i suoi ascoltatori in uno stato emotivo sospeso, prossimo all’ipnosi.
“Stava davvero avanti commentò Cleo, comparsa con Ducco dopo aver sentito l’inizio della meravigliosa esibizione – ai miei tempi ci si rompeva, e non poco, con musiche pallosissime a base di arpe arcuate, sistri, liuti, pifferi, flautini e tamburelli: questo qua è un fenomeno!”

“Speriamo che il martire abbia gradito l’opportunità – disse Don Oronzo volgendo gli occhi al cielo – o perlomeno che l’abbia gradita al punto di accettare di rientrarsene nel suo quadro senza piantare altre grane, che Dio mi perdoni”.
Lallo, che per la fascinazione subita, quasi senza accorgersene si era stretto a Consuelo, mormorò piano: “Sì, ma ora questo chi lo ferma? Pare in trance come un tirannosauro in una rosticceria. Alla prima pausa bisognerà tirarlo via dall’organo, trattare con lui, convincerlo, fargli qualche concessione…”.
Marzio Taruffi, che si godeva lo spettacolo ad occhi chiusi, dondolando dolcemente a tempo, si ricollegò al volo all’osservazione di Tarallo, mostrando però che tutta quell’estasi aveva lasciato intatto il suo ruvido cinismo:
“Convincerlo? Basterà procurarsi un bel cagnone di taglia grande e pessimo carattere: vederlo lo riporterà al momento critico della sua disgrazia: filerà dentro il dipinto più velocemente di quanto io faccia cambiando canale appena vedo comparire Giletti!”

Tutti, all’unisono, si scandalizzarono per quella proposta così poco delicata, ma prima che anche uno solo di loro potesse esternare la sua disapprovazione, si udirono degli strilli in falsetto dal timbro disumano spargersi tutt’intorno, provenienti, all’incirca, dalla metà della navata destra di Santa Abbondanziana Martire.
“Gesù – gemette Don Oronzo raggelato – che altro ancora deve succedere?”.
E mentre San Carminio inconsapevole, continuava a suonare come se stesse su un altro pianeta, corsero tutti in direzione delle urla.
Trovarono svenuta sul pavimento una vecchietta col cappottino grigio, entrata, chissà da dove, nella chiesa chiusa al pubblico.

La aiutarono a rinvenire, sorreggendola: tra le facce che stavano chine sulla sua, l’anziana signora riconobbe quella del parroco, e allora, con un filo di voce, disse:
Me sa che so peccato Don Orò, e so peccato forte, perchè volennome confessà, me so assettata come sempre nell’inginocchiatoio del confessionale. La tendina era chiusa ma se sentiva che drento ce stava qualcuno, così so parlato. Avevo appena spifferato de quanno so messo l’ammorbidente pe i capi delicati nel budino alla fragola de mi’ nuora, quando la tendina, piano piano s’è spostata, e allora, salvame mio Signore, so visto comparì un becco lungo lungo de uccello invece che ‘na faccia!! Teneva ‘na specie de panno in testa e pel resto era in tutto e per tutto n’omo, mezzo gnudo e pure muscoloso.
Dio m’ha voluto dì qualcosa, sicuro, ma non so stata a sentì che cosa: me so morta de strizza e so svenuta: aiutate ‘na povera peccatrice!”.
“Cacchio, Horus!”, esclamarono tutti in coro.

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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