Santi e Fanti per Tarallo

La situazione che si era determinata all’interno della chiesa di Santa Abbondanziana Martire apparve ancora più critica a chi vi stazionava in quei momenti, in balia, come si era, di eventi paradossali e imprevedibili.
Le parole della vecchia che aveva provato a confessarsi, provocarono inevitabilmente un fiotto incontrollato di chiacchiere.
Le acrobazie virtuosistiche di San Carminio che continuava a volare sui tasti dell’organo, le colorite esclamazioni di tutti, i mugolii spezzati di un Don Oronzo sull’orlo di una crisi nervosa, e le tante domande che ciascuno dei presenti ritenne urgente formulare su due piedi: tutti questi schiamazzi ruppero ancor di più il silenzio secolare di quelle navate, decorato di solito dal solo bisbiglìo delle fedeli anziane, che soprattutto nei grevi pomeriggi d’estate prendeva la forma di un sottile ronzìo da vespaio.

Riassumendo, le cose stavano così: dopo che Afid lo aveva impiegato vantaggiosamente come erogatore di miracoli a tassametro, la truppa taralliana era riuscita a costringere San Carminio, uno dei due martiri che erano evasi dai quadri, a lasciare lo spazio artistico di Santa Berengarda, che aveva occupato abusivamente, ed era arrivata a rinchiuderlo nel suo mondo fitto di suoni, anche se non si sapeva fino a quel momento come avrebbero potuto convincerlo, eccitato com’era, a smettere di suonare e a rientrare nel suo dipinto di spettanza.
Santa Eufronia, l’altra transfuga, era stata segnalata ben due giorni prima, allorché, dopo aver rubato un corsetto con reggipetto d’oro, aveva scimmiottato pubblicamente le esibizioni di Madonna in una zona periferica del paese. Subito dopo era tornata ad essere irreperibile, ma tutto lasciava pensare disgraziatamente che quella non sarebbe stata la sua unica esibizione.

Infine, vera ciliegina sulla torta, aveva preso vita un disegno a colori che riproduceva il Dio egizio Horus, affrescato su una delle pareti di fondo della chiesa da una Cleo nostalgica di casa.
Quella divinità pagana poi, con tutta probabilità, si era infilata in uno dei confessionali, terrorizzando una povera vecchia in cerca di assoluzione ai suoi piccoli peccati di suoceritudine.
“E se fosse ancora nascosto lì – disse Taruffi, spruzzando effluvi mefitici come una puzzola mentre, nervosissimo, indicava col braccio teso il tetro mobilone da penitenze – come lo tiriamo fuori? Gli offriamo un piatto di pasta o del becchime? Un filet mignon o un topo?
Magari è pure un tipo intrattabile, e poi, con quel cavolo di rostro…”
“Potremmo usare Cleo – intervenne Tarallo, sempre pronto a suggerire soluzioni rapide – è l’unica che conosca la sua lingua e che quindi può contattarlo senza che si agiti più di tanto. Che ne dici Ducco? Questa, detto per inciso, sarebbe anche la cosa giusta da fare, perché ‘sto casino l’ha provocato lei e a lei starebbe risolverlo”.
Il sagrestano venne colto di sorpresa dalla proposta e, imbarazzato, arricciò ancor di più la bocca paperesca: intanto lui non era il tipo da imporsi sulle donne che frequentava, figurarsi, e, oltretutto, in un simile frangente, che avrebbe richiesto a Cleopatra l’occupazione di un ruolo di primo piano, vedeva aumentare le possibilità che il suo flirt con quella millenaria signora, venisse scoperto da Mata, che immaginava incombere anche se era rimasta nella redazione cittadina a curare la rubrica di moda con Trudy Taruffi.

mata
Mata
cleo
Cleo

Ducco sentì friggergli le orecchie: lui Mata la conosceva bene ormai, quando si incazzava perdeva il bene della ragione, e dinanzi ad un tradimento conclamato, senza alcun pudore o riguardo per la coerenza personale e storica, non avrebbe esistato a tacciarlo (proprio lei!!) di doppiogiochismo.
Avrebbe preso provvedimenti immediati e sbrigativi e come minimo ci si sarebbe trovato lui davanti al plotone d’esecuzione, magari a quello più strambo della storia, composto da ufficiali di diverse provenienze nazionali più altri personaggi di cospicuo lignaggio economico, uniti tutti dalla tendenza a sbavare un pochino quando lei ballava le sue cosucce giavanesi mentre stavano a guardarla con un lordissimo sguardo scanner.

Il sacrestano, che come si è detto, non mancava certo di immaginazione, alle parole di Lallo sulle prime restò un po’ surgelato: per quanto potesse spingere in là la fantasia, non arrivava a sperare che potesse stabilirsi un rapporto di cordialità tra due megadonne di quella portata.
Una regina egizia, pratica di serpenti, avrebbe considerato l’odalisca dedita ad amori ad alto reddito spionistico più o meno come Tressette avrebbe giudicato degli umanoidi in canotta, calzoncini e sandalacci teutonici, possessori di Smart e, non bastando ancora, anche ruotatori di tazzine di caffè.
E Mata, ci si poteva giurare, avrebbe contraccambiato furiosamente quel genere irsuto di sentimenti, accidenti!
Ducco, perso nei suoi incubi, già si vedeva alle prese con le celebri occhiate di disprezzo del Barone De Marguerie, con le secche parole all’acciaio scandite del banchiere Van Der Zott, coi freddi spintoni a canna di pistola di Arnold von Katze, addetto all’ambasciata tedesca, o con qualche sputacchio tracciante speditogli dall’irritato ufficiale russo Vassilij Prostatov, sempre a scarso di stile.

L’irritato ufficiale russo Vassilij Prostatov

“Ohèè, allora Ducco, che fai? Svegliati che qui siamo nei casini, e, se tu mi hai sentito, Cleo, datti da fare: parla con Horus, stanalo, poi una volta che sarà uscito dal confessionale, Marzio, Consuelo ed io gli tireremo dietro qualche secchiata di detersivo per pareti, sciogliendolo”.
Il richiamo brusco di Lallo per alcuni istanti parve non funzionare, poi il sagrestano, tornato in sensi, si convinse che portando avanti e in fretta quel piano i rischi di essere pizzicato da Mata con Cleo si sarebbero ridotti di un bel po’.
Si mosse dunque verso il confessionale, spingendo anche la riluttante regina egizia in quella direzione, deciso a cancellare l’immagine di Horus secondo il progetto di Tarallo.
Tutti gli altri si accodarono ai due, compresa Imelde Capadestrutto, l’anziana penitente, che non aveva più mollato la ferrea presa di una mano sul braccio di Don Oronzo, sentendosene in qualche modo protetta, seppure non del tutto tranquillizzata:
“E mone, parroco mio, che famo? – disse piagnucolando – lì c’è sta lu diavolo e se rischia che ce furmina a tutti quanti, e in più io non me so potuta confessà: si nun me tolgheno li peccati vecchi contro mi nuora, je pijasse un accidente, nun je pozzo fa chelli nuovi perché ce starà l’accumulo, e io pe quelli nuovi tengo ‘na caterva de idee….”

La vecchia penitente Imelde Capadestrutto

“Ma che dice Imelde? – ruggì a quel punto il prete – si vergogni piuttosto: il sacramento della confessione non funziona come la ricarica di un fucile: smetta di tormentare sua nuora, dica subito l’atto di dolore e si comporti da cristiana!”.
Arrivata ormai nei pressi del confessionale Cleo, esitante, si consultò con gli occhi con Ducco, ricevendone un segno di assenso, e, allungata una manina dalle unghie ben decorate, si accinse a scostare la tendina.
Tutti trattennero il respiro nell’attesa di veder comparire il dio avioumano.
Taruffi, Consuelo e Lallo se ne stavano un po’ nascosti coi secchi di detergente in mano, in attesa che Horus, blandito dalle preghiere di Cleo, uscisse fuori dal suo temporaneo rifugio, ma non riuscirono a trattenere un grido di meraviglia quando l’interno del confessionale apparve del tutto disabitato:
“Cavolo, non c’è!”, esclamò Don Oronzo disperato, mentre cercava di sottrarre il braccio martoriato alla presa unghiuta della vecchia Imelde…

Don Oronzo

“Chi è quel ciccione?”, chiese Joe Spinazza a Benny Syracuse.
A svariati chilometri di distanza da Strappoli di Sotto, un terzetto discretamente vistoso di tizi che parevano venire da un’altra epoca, e piazzato sul tetto di un palazzo prospiciente la sede del Partito Vichingo, stava intanto tenendo d’occhio un personaggio di riguardo: era il Senatore Ciccibon, le cui vastità corporee erano amplificate dalle potenti lenti dei binocoli che lo inquadravano mentre era impegnato in una conversazione telefonica col Direttore del “Fogliaccio Quotidiano”, Ognissanti Frangiflutti.
“Alora ti xe d’acordo Frangi, stasera ‘l ghe sè l’incontro dea Comision Edilissia Regionale: se buteran ‘e basi per mandar in mona cheo civico del casso e la sua giunta azzoppata. Non mancar solutamente perché io e tute quee cocoze malade amicone che sai, te daremo tanta de quea merdassa finta da lanciarglie adoso, da fertilissare tuto el continente, e ce serve uno come ti che non sente mai la spussa de ‘sto letame nostro e che lo sprussi bene intorno, chiaro? Tra l’altro xe magna…”

Il Sen. Ciccibon

Il Direttore, che proprio come il suo pingue interlocutore non sapeva di parlare da un ufficio più invaso dalle cimici del cappottone storico di Taruffi, grugnì un deciso “Senz’altro, amico Senatore, contate su di me!”, poi interruppe la comunicazione.“
Sto figl ‘androcchie – sibilò subito dopo la fine dell’intercettazione Saul Marranzana, che nonostante un curriculum criminale da podio olimpico manteneva intatta una zona, seppur lillipuziana, di sensibilità etica quello, con quei mascalzoni è disciplinato come una geista novantenne (o forse si dice geisha?), ed è pronto per scrivere bugie a tonnellate. Guardatemi in faccia, m’ha fatto arrossire ‘stu fetuso, ed io non sopporto di arrossire, non lo sopporto, me metto scuorn, mi prende male, soprattutto se sono osservato”.

La scena che ne seguì avrebbe fatto bene al cuore di tante persone di buoni sentimenti: Benny e Spinazza, gli stessi uomini gelidi in grado di piazzare in casa dei nemici decine di trappole sonore a pressione che, premuta una certa mattonella del pavimento, ti sparavano addosso, a tutto volume, “Farfalle” di Sangiovanni, rizzatisi in piedi, abbracciarono a lungo, confortandolo, il loro compagno, che effettivamente aveva preso in faccia un colorito da peperoncino crusco.
“Va buon guagliò – disse infine Syracuse asciugandosi una lacrima col dito – ora pensiamo solo all’accoglienza che faremo a quei due cosi viscidi: dobbiamo studiare qualcosa di forte, deve essere una vera e propria apparizione, qualcosa che metta in funzione il loro apparato gastrointestinale, che generi succhi e scorie, che esalti la loro peristalsi e che…”
“Ma capo – lo interruppe Spinazza un po’ confuso – di che parli? Tutta sta cosa di gastro, di peri… peri…qualcosa: io non ci capisco niente!
”Li dobbiamo far cacare addosso Joe, quello solo stavo dicendo”.

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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