Io e gli sci

Partiamo dal presupposto che io e gli sci viaggiamo su due mondi assolutamente paralleli, e che questi mondi assai raramente si intersecano.
Per ben due volte si sono incontrati nel corso della mia esistenza, ma solo ora ho deciso di raccontare ciò che accadde la prima volta che si verificò tale catastrofica coincidenza.
Oltre la metà della mia vita l’ho vissuta a Roma, quindi vedere la neve cadere e attecchire al suolo è stato un fenomeno che si è presentato assai di rado nella Città Eterna.
Le montagne le frequentavo solo con i boy scout, quando andavamo a fare i campi estivi, quindi proprio nel momento in cui erano verdi e soleggiate.

Di inverno, con le montagne innevate, ci eravamo andati poche volte, per lo più in occasione di qualche Capodanno con gli amici.
In genere ci andavamo con i treni o le corriere per non incappare in spiacevoli incidenti, come quello avvenuto a Roccaraso, quando dovettero venire a prenderci con un trattore per tirare fuori la mia sgangherata Fiat 127 beige dal mucchio di neve fresca in cui era ignobilmente sprofondata.
Le catene le avevamo regolarmente nel portabagagli, ma nessuno di noi le aveva sapute montare.

La cosa più bella da fare sulla neve era prendere uno slittino e buttarsi giù per una discesa, naturalmente dopo aver fatto le cerimonie tipiche del ragazzotto di città: sdraiarsi, rotolarsi, prendersi a palle di neve, mangiarla e pisciarci sopra per fare il buco, con tanto di fumo.
A volte non erano disponibili neanche gli slittini e allora vi si sopperiva schiaffando il culo su una busta nera della monnezza: pronti e via!!!

Arrivò il giorno in cui il mio amico Sandro mi chiamò al telefono e mi disse:

“Andiamo a casa mia, a Terranera, in montagna vicino al Monte Velino, così ti insegno a sciare.
Rimedia un paio di sci, gli scarponi e le racchette e andiamo!”

Riuscii a recuperare un paio di scarponi scomodissimi, degli sci rossi, modello anteguerra, con attacco “a formaggino” e delle racchette stortignaccole.

Gli sci rossi con attacco “a formaggino”

Partimmo, insomma, e il mio amico per tutto il viaggio mi spiegò quello che avrei dovuto fare per andare dritto, ma non troppo veloce, e quello che avrei dovuto fare per curvare.
Le spiegazioni di quest’ultima parte erano le più complicate e malgrado mi fossi fatto ripetere più volte la tecnica, c’era ancora qualcosa che mi sfuggiva e non mi convinceva del tutto.
In particolare mi era nebulosa la sua spiegazione su come fare una curva a sci uniti, esercizio che faceva parte della seconda parte del corso intensivo, quella più tosta da fare e da capire.

“Senti, è facile facile ora te lo spiego: quando devi curvare a sinistra, ad esempio basta che tu punti la racchetta di sinistra, fai una flessione, fai un saltino, quando riatterri carichi su lo sci a valle e scarichi su quello a monte. Ricorda bene: piegamento ed estensione” ed intanto me lo mimava mentre guidava.

Io cercavo di seguirlo nel ragionamento, ma già mi ero perso con “lo sci a valle”, immaginandomi un distacco della momentanea prolunga della mia gamba, che se ne andava via.

“Flessione, estensione e saltino, capito?”
“Perfettamente” risposi, mimando anche io un goffo movimento.

Sandro era persona squisita, un vero amico, molto paziente con me.
Si incazzava solo quando sbagliavo a buttare le carte a tressette, ma era l’unico che accettava di giocare in coppia con me.
Lui e Lino, l’altro nostro amico di giochi, sapevano precisamente le carte che avevo, io invece non ricordavo neanche quelle che erano uscite la mano precedente.

Sandro aveva una grandissima dote, era un vero affabulatore, aveva una grande proprietà di linguaggio: in sostanza era il più grande imbonitore che io abbia mai conosciuto.
Sapeva cogliere nel segno e quando si accorgeva di averlo colpito, continuava a picchiare lì fino a convincerti: alla fine del viaggio, insomma, ero sicuro che, con poche sue lezioni, avrei sciato come Alberto Tomba.
Già mi immaginavo in cima ad una discesa ripidissima prendere velocità e poi fare gimcane da brivido fra gli alberi e poi ancora scendere, tutto accovacciato, per volteggiare su un trampolino altissimo e…

“Klaus ti sei ricordato la giacca a vento?”
“CAZZO la giacca a vento!!!
E mo’?”
“Dai, tranquillo, ti metti una busta di plastica sotto il giaccone”.

Io, il primo a sinistra, ad una cena con amici in quegli anni

A proposito del fatto che Sandro era un ottimo imbonitore vorrei raccontarvi questo episodio che non dimenticherò mai.
Alcuni miei amici avevano preso in affitto una casa che dava su Piazza del Collegio Romano, una piccola comune diciamo, visto quanta gente passava di lì o si fermava a dormire.

Piazza del Collegio Romano – vista aerea –

Quasi tutti i giorni si faceva una capatina da loro e spesso ci mettevamo a giocare in piazza col frisbee, che era molto di moda in quel periodo.

Il Frisbee

Naturalmente i soliti Sandro e Lino erano bravissimi con quell’attrezzo infernale, io invece andavo a momenti: a volte il tiro mi usciva bene, altre volte invece, per usare un latinismo, veniva “ad mentula canis”.
Fu proprio uno di quei tiri che si andò a schiantare, con un sordo e cupo botto, contro la camionetta dei Carabinieri che sostava perennemente lì.
Il silenzio avvolse la Piazza per interminabili secondi.
Naturalmente i caramba, che già avevano avuto modo di dirci qualcosa in precedenza, ci sequestrarono il frisbee e ci intimarono di andarcene per non incorrere in guai peggiori. Ce ne stavamo infatti andando, con la coda fra le gambe, quando Sandro disse:

“Vado a parlare con loro!”
“Ma ndo vai, sta n’ campana che quelli, ‘ngrifati come so’, te se beveno!

(trad: Dove vai? Stai guardingo che i carabinieri, alterati come sono, potrebbero trarti in arresto).

Ma lui andò.

Da lontano lo si vedeva parlare con i militari. Furono cinque minuti lunghissimi. Era tutto un confabulare…
Non ho mai saputo cosa in realtà avesse detto loro, fatto sta che ritornò indietro con la faccia soddisfatta e il frisbee in mano e disse:

“Mi hanno detto che però dobbiamo stare più attenti!”

Questo è Sandro!

Il mio amico Sandro

Arrivati alla sua casa in montagna ci cucinammo salsicce e patate sul caminetto, ci sgargarozzammo tre bottiglie di vino rosso e poi, belli lonzi e allegrotti, andammo a dormire abbastanza presto, perché il giorno dopo sarebbe stato il grande giorno.
Mi addormentai pensando al “saltino”.
La mattina ci svegliò un pallido sole e, dopo una monastica colazione, fatta con fette di pane casareccio imburrate e spalmate fino all’inverosimile di marmellata per poi essere inzuppate nel caffellatte bollente, caricammo la nostra attrezzatura sulla macchina e partimmo per le piste da sci.

Grande delusione:

appena arrivati vedemmo una fila sterminata di persone che attendeva il proprio turno per lo skipass giornaliero.
Una fila del tipo di quella che si vede fuori dai Musei Vaticani il giorno che sono aggratise!

Sciatori dopo aver conquistato il famigerato Skipass giornaliero

Ci guardammo sconcertati, poi la decisione fu fulminea:

“Annamosene!”

Fiuu…

Mi sentii sollevato, tutta quella gente fighetta con i giacconi extra colorati, gli occhiali a specchio e con gli sci nuovissimi, strideva un po’ col mio look “talebano”: jeans ficcati dentro gli scarponi scomodissimi, giaccone di pelle foderato con busta della monnezza, sci tutti sdruciti con attacco a formaggino, racchette storte e cappelletto peruviano con paraorecchie!

Risaltammo in macchina.
“Mo’ annamo a cercà una pista tutta pe’ noi!”
E vai!
Gira che ti rigira alla fine la trovammo.
Una collinetta alta una decina di metri con sotto una “concolina”, come la chiamava lui, cioè uno spiazzo fatto a conca, con al centro un unico arbusto, congelato dai rigori notturni.
Insomma un bel posto per poter tranquillamente imparare.


Prima fase: come mettere gli sci.
Per prima cosa gli scarponi si devono chiudere tutti, anche la parte di sopra che ti blocca la mobilità della caviglia e ti fa camminare come Tutankhamon dopo essere stato imbalsamato.

Seconda fase: inserire gli scarponi negli sci.

“Ah ah ah ma dove l’hai pijati sti sci? Erano de tu nonno? ah ah ah”

L’attacco con la molla (a formaggino appunto) era più semplice per infilarci dentro lo scarpone rispetto a quello che aveva lui, molto più tecnologico, ma che doveva essere regolato al millimetro.

Terza fase: come arrampicarsi sulla montagnetta senza togliersi gli sci.

“A spina di pesce” disse Sandro, “ora ti faccio vedere come si fa.”

Salire a spina di pesce, con la mobilità di una mummia e i lunghissimi sci ai piedi, non era una cosa comoda nè tantomeno facile, ma mi impegnai moltissimo e quando finalmente raggiunsi la vetta della collinetta, mi girai e guardai in basso, con un sorriso soddisfatto come quello di Messner dopo aver scalato una montagna.
Sotto i miei occhi si stendeva un piccolo slargo, vedevo Sandro che si sbracciava e mi strillava:

“Ora vieni giù a spazzaneve come ti ho insegnato prima!”

Dopo una veloce rassettata alla giacca e al cappelletto peruviano, mi accorsi che le racchette che avevo conficcato nella neve erano cadute! Non è molto agevole raccogliere le racchette cadute quando sei in stile Tutankhamon, ma alla fine, dopo svariati tentativi, incorniciati da colorite esclamazioni pseudo-religiose, ci riuscii.
Finalmente mi lanciai con gli sci incrociati a spazzaneve, ma tutto piegato “a uovo”, e provai una sensazione magnifica:

“Sto sciando wowwwww!”

andavo pianissimo, anzi qualche volta mi fermavo pure, forse il mio spazzaneve era un po’ esagerato ma alla fine arrivai alla base della concolina.

Sandro era entusiasta e anche io naturalmente.
E’ la prima volta che vedo uno “spazzaneve a uovo” – mi disse – ma va bene così!”
Tornai decine e decine di volte sulla cima della collinetta per poi scendere, sempre più sicuro.
La discesa sarà stata lunga al massimo una trentina di metri, con pochissima pendenza, quindi la velocità che riuscivo a raggiungere era pressocché ridicola.
Risalii per l’ennesima volta sul pizzo e sentii un languorino allo stomaco: ormai si era fatta ora di pranzo e di li a poco ci attendeva una trattoria che avevamo adocchiato la mattina nei nostri giri di perlustrazione. Oltretutto la concentrazione sciistica stava lasciando strada alla concentrazione fettuccinistica!
“Ora o mai più!” pensai.
Sistemai per benino gli sci paralleli e mi lanciai.
Sandro, da sotto la concolina, si accorse subito che stavo scendendo a sci uniti, con la posizione ad uovo, e che stavo prendendo un pizzico di velocità, così cominciò ad urlare:

“Piegamento e estensione!”

Provai, giuro che ci provai, ma l’unica cosa che riuscivo a fare era un saltino col culo verso l’alto: mi sollevavo di pochi centimetri e, ricadendo, i miei sci ritornavano nella stessa identica posizione.

“Carica e scarica!” continuava a gridare.

Niente, malgrado il mio sforzo, la traiettoria rimaneva la stessa: la sua direzione andava inesorabilmente verso l’unico cespuglio della concolina.

“Piegamento e estensione!!!”

continuava a urlare, disperato, mimando la fatidica mossa.
Ma io ero troppo preso dai “saltini a culo pizzo” per poterlo guardare.

L’impatto fu inevitabile.

Il povero arbusto congelato, già provato dai rigori dell’inverno, si disintegrò nella collisione, trasformandosi in un mucchietto di polvere.
Io ero disteso a terra, ancora confuso da saltini, carichi, scarichi, piegamenti, estensioni, valle, monte…
Sandro non riusciva a trattenere le lacrime e rideva a crepapelle.

“Nun ce se crede”

continuava a ripetere singhiozzando, dandomi delle sonore pacche sulle spalle.
Dopo cinque minuti buoni, quando riuscì a dirmi qualcosa guardandomi in faccia senza scoppiare a ridere, disse:

“Willy il coyote te fa un baffo a te!!!”

Ce ne andammo con gli sci sulle spalle, Sandro davanti e io dietro.
Prossima destinazione: Fettuccine al ragù.
Sandro ogni tanto si girava, mi guardava e riprendeva a sghignazzare.

Nato lo scorso millennio in quel luogo che, anche da Jovanotti, è definito l’ombelico del Mondo, Klaus Troföbien alias Carlo De Santis è ritenuto un vero cultore ed esperto di filosofia e costume degli anni 70/80.
È un ardente tifoso della squadra di calcio della Roma, ma non di questa odierna semiamericana e magari presto cinese, ma di quella di Bruno Conti, Ancellotti, Di Bartolomei, di quella Roma insomma che allo stadio ti teneva 90 minuti in piedi e 15 minuti seduto; è inoltre un collezionista seriale di oggetti vintage che vanno dalle cartoline alle pipe, dalle lamette da barba ai dischi in vinile.
I suoi interessi sono la musica pop rock blues psichedelica anni ’70/’80, la fotografia, la cultura hippie, i viaggi, la moto, il micromondo circostante.
Grazie ad una sua fantasmagorica visione è nata Latina Città Aperta, della quale è il padre, il meccanico e il trovarobe.
Politicamente è stato sempre schierato contro.
Spiritualmente, umilmente, si colloca come seguace di Shakty Yoni, space wisper di Radio Gnome Invisible.
Odia rimanere chiuso nell’ascensore.
Da qui la spiegazione del suo eteronimo.
Un pensiero criticabile ma libero, una mente aperta a 359 gradi.
Ma su quel grado è intransigente.

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