JURASSIC PORK

“Ci risiamo!”

pensò confusamente Lallo Tarallo, destandosi dall’ennesimo incubo.
Tese le braccia, tastando l’aria. Sforzava la vista per orientarsi, perforando un buio denso, temperato solo dalle striscettine di luce che filtravano inutilmente da persiane che lui, per atavica vigliaccheria, non abbassava mai completamente.
Ansimava come un bersagliere tra un raglio di fanfara e l’altro.

Sapeva di non essere affatto lucido: lo scopo della sua vita, i suoi orizzonti, tutti i suoi progetti, in momenti del genere, venivano ridimensionati drasticamente tagliando molte e nobili ambizioni. In sostanza, dall’istante in cui si era risvegliato ululando come un geometra arrostito, l’unica cosa che aveva in agenda era quella di raggiungere il più rapidamente possibile l’interruttore della luce.
Tutto qua, nessun progetto faraonico, nient’altro che potesse sedurlo di più. Avrebbe dovuto conoscere perfettamente le mosse da fare per raggiungere quell’accidente di coso, ma se ne stava ancora lì, bloccato, con la gola serrata dall’angoscia: presumeva che il piccolo, dannato utensile a muro si fosse nascosto in chissà quale delle centinaia di pareti che nella sua immaginazione delirante, delimitavano lo spazio della camera.
Si accorse che il letto s’era mutato in una specie di piscina e che le lenzuola, fradice anch’esse per la sudorazione oceanica imposta dall’incubo, le doveva aver scagliate lontano col pedalare convulso delle sue gambette nell’attimo elettrico del risveglio. Nello smarrimento greve che ancora non accennava a diradarsi, Tarallo arrivò addirittura a tastarsi addosso per controllare di non essersi trasformato nottetempo in un mostruoso insetto. “No, – pensò autogiustificandosi, – non è una esagerazione, una cosa di questo tipo è già capitata a… Boh?… Come si chiamava quel tale?” …

Doveva essere qualcuno che conosceva, no, non un amico… forse era un semplice conoscente. Di botto ricordò il nome di quel tizio, anche perché era abbastanza peculiare: Gregor!! Sì, si chiamava Gregor Samsa e aveva passato davvero dei brutti momenti, pieno com’era di un mucchio di zampette rinsecchite!

 

Verificò quindi la situazione passandosi le mani su tutto il corpo, coi sensi tesi, mentre un principio di chiarore dalla finestra si trasferiva nella stanza, passando nel suo animo scosso e portandovi un filo di luce.
Gli sembrò tutto a posto:

nessun eccesso di zampette.

Certo, la sera prima una fastidiosa eruzione cutanea di origine allergica gli era affiorata sulla pancia, lasciandovi sopra delle piccole bolle rosse a forma di juke box, subito dopo avere imprudentemente ascoltato, tutte di seguito, un paio di canzoni di Gabbani.
Fortunatamente i danni  si erano limitati a questo e durante la notte non era intervenuta in lui alcuna metamorfosi scarafaggesca. 

Piano piano cominciò a riprendersi, scese dal letto ancora un po’ malfermo sulle gambe e raggiunse finalmente l’interruttore: una luce esagerata, simile per chiarore e potenza  a quella che illumina Mururoa durante gli esperimenti atomici, inondò di colpo la stanza facendone emergere, come in una radiografia, ogni minimo particolare.
Tarallo passò ciabattando in cucina e si preparò un caffè dei suoi, così forte e ristretto che avrebbe impedito a qualsiasi essere umano, che non fosse lui stesso, di pronunciare correttamente la parola “parallelepipedo” per almeno tre giorni.

Mentre lo sorseggiava impavido, i particolari dell’orrido incubo gli tornavano in mente. 

Erano le diciassette di un pomeriggio di sole e stava uscendo dalla caoticissima redazione di Latina Città Aperta portandosi appresso un po’ del nervosismo avanzato da una delle sue solite discussioni con Klaus Troföbien, al culmine della quale lui, stizzito, aveva definito i Rolling Stones, amatissimi dal collega, “un pugno di neomelodici artritici in odore di urna cineraria”.

Klaus lo aveva congedato parodiando grottescamente il modo di cantare di Bob Dylan e facendogli delle smorfie da pazzo.

Non ebbe nemmeno il tempo di raggiungere il marciapiede esterno che si vide sbarrare il passo da un tizio che doveva aver pensato che Carnevale cadesse di giugno.
Quel buontempone stava in camicia nera e stivaloni, mucchi di buoni sconto del supermercato Conato gli pendevano dalle tasche, e aveva all’occhiello un vecchio distintivo pubblicitario della trasmissione “Stranamore”.
Completavano la sua bizzarra dotazione un fischietto, che lui brandiva con aria minacciosa, ed un manganello, nel quale di tanto in tanto tentava vanamente di soffiare.

Francesco Olivucci (1899-1985) “Il Gerarca”

Tarallo aveva represso a stento un sorriso e gli aveva chiesto con dolcezza se avesse bisogno di aiuto.

“Dio aiuti lei, semmai, egregio inverrrtebrato!”,

disse perentorio quello, con uno schiocco sonoro di erre.

“Si faccia da parrte e lasci libera la strrrada: sta per passare la parata della Vittoria”.

Tarallo cominciò a guardarsi intorno: cercava un vigile o una qualche altra autorità di base alla quale consegnare e raccomandare quel povero, tenero alienato. Si rese conto però che la strada, solitamente congestionata a quell’ora, era totalmente deserta.

Strano, stranissimo!

A quel punto si liberò dalla marcatura di quel tale e fece per andarsene per fatti suoi attraversando Corso della Repubblica. In un baleno si trovò affiancato da altri due strani figuri combinati in tutto e per tutto come quel primo squilibrato. 

“Alt, egregio signore! – prese a dire il più alto dei due – Corso dell’Impero oggi è chiuso per tutti i pedoni che non facciano parte dei reggimenti che sfilano!
Obbedisca da bravo, perché da oggi deve cambiare tutto quello che era cambiato, capisce? Si piazzi dietro le transenne: marscc! ”. 

Solo allora Lallo Tarallo fece caso alle transenne che al momento parevano contenere la pressione di un’imponente folla di… assenti. Per quanto una delle poche tradizioni cittadine fosse l’insolito affollamento di pazzi e che quindi scene come quella che aveva appena vissuto non fossero assolutamente insolite, non si sentiva tranquillo.

Cominciò a guardarsi attorno nervosamente. I due strani gendarmi non lo mollavano, quello basso faceva spesso dei piegamenti sulle ginocchia e delle piroette di sapore marziale. Sentì, in un primo momento distante, poi sempre più definito e vicino, un frastuono di pifferi e tamburi: riconobbe una versione di “Bella Latina”, suonata sgangheratamente a mo’ di marcetta militare.
Scoprì quasi subito che la musica non era eseguita dal vivo ma che si trattava di roba registrata che usciva da un centinaio di immense, smisurate e potentissime casse acustiche.
Un gruppo molto nutrito di persone di colore era costretto a portarsele sulla schiena, controllato da aguzzini scudiscianti vestiti da Spontinello, l’abortita maschera dell’Agro Pontino.

Tarallo d’improvviso si trovò in una calca: non avrebbe saputo dire come, ma le aree transennate si erano riempite repentinamente di un mucchio di gente osannante perché stava sfilando la “banda”.
Nessuno dei componenti della banda suonava. Tra loro c’era chi teneva in mano progetti di varianti edilizie che prevedevano la lottizzazione e la realizzazione di trecento lussuosi palazzi in marzapane e acciaio depotenziato al centro del Lago di Fogliano, chi aveva recuperato il mitico vagone a pedali della Metroburla, placcato in similplatino,  e quelli che avevano inventato la macchina per riciclare voti già espressi, di seconda cabina, insomma.

Due o tre dei ragazzi, più modestamente, si limitavano ad imbracciare i mitra.

Tarallo riconobbe molti dei componenti della banda, facce note di ex amministratori, pretesi giornalisti, ma anche qualche oppositore affettuoso dei bei tempi andati.
Tutti si sbracciavano in saluti e mandavano baci verso la folla, che applaudiva e strillava:

“Bravi, adesso se li riprendano i civici ‘sti negri! Se li portino a casa loro o li ributtiamo a mare!”.

Tarallo aveva i vestiti gelati dall’orrore e ormai non pensava ad altro che a filarsela, ma era ancora guardato a vista dai due in camicia nera. Stava vagliando tutte le possibilità d’evasione quando un urlo, un ruggito assordante si levò dai concittadini che strillavano a pieni polmoni, con gli occhi sbarrati: sembravano aver cambiato pelle, erano un oceano di pecore imbelvite.

“Ah, ah! – fece uno che gli stava quasi spiaccicato addosso, ridendogli nelle orecchie – A coso, dimme se ne vedi più in giro quarcuno de quegli amici dei negri!” E subito dopo, come in trance:

“Eccolo! Eccolo!! Viva, viva, viva Nataleee!!”

In coda al corteo apparve, nutritissima, la Guardia Gitana. Era composta dagli uomini d’onore e di azione che avevano appena espugnato la Clinica Mater Agricola liberando Natale Tiscirto.
Lo stavano portando a spalla, in trionfo; lui era appollaiato su di una sorta di trono, come un Papa.
Sembrava del tutto guarito e, benedicente, lanciava maritozzi con la panna alla gente e biglietti da cinquanta.
Intorno non si faceva che applaudire. Si era appena spento l’eco dell’ovazione in onore di Tiscirto liberato, quando la folla ebbra tributò il suo apprezzamento anche al BPV, il Battaglione Pagatori di Voti, l’organizzatissimo organismo militarizzato agli ordini del Colonnellissimo Florestano Trivoti, una delle celebrità locali, l’uomo che pur  sottoposto a pressioni indicibili, ebbe la forza di negare di esistere.
In coda alla parata, ugualmente applauditissimi, sfilarono facendo brruumm brruumm con la bocca, i Manganelli Tricolore, la pattuglia acrobatica pontina di dissuasori contundenti.
Per ultimo sfilò, portando una allegra nota di spensieratezza, un ensemble di ballo caraibico, completo di cavigliere fatte con petali rose e di folti piumaggi dai colori accesi.


Tarallo, sconvolto, tra quei sudatissimi simulatori di allegrie cimiteriali riconobbe Consuelo, esageratamente bella, come sempre. Unica tra tutti, non perdeva una sola goccia di sudore: il suo sorriso fece accendere i lampioni.
Sconfortato, Tarallo non provò nemmeno a chiamarla.
Chiudevano la manifestazione l’ambulanza della Clinica Mater Agricola, all’interno della quale stava riposta, come una reliquia, la motozappa Bertoccetti 202E che aveva procurato a Natale Tiscirto le venerabili ferite che lo avevano tenuto lontano dai ceppi, e  infine l’automobile dell’organizzazione che col megafono gracchiava tonante: ”Ariecchece! Siamo noi il cambiamento del cambiamento: guardatevi le spalle lombrichi buonisti!

Ariecchece…Siamo noi…”.

La venerabile (e insidiosa) motozappa Bertoccetti 202E

Tarallo  scosse la testa freneticamente, quasi a riorganizzare i suoi neuroni annichiliti e prese a ragionare.
Una sola cosa a questo mondo era sicura quanto le stecche di Jovanotti: lui aveva e aveva sempre avuto la faccia da oppositore, la faccia di chi sotto qualsiasi potere si sarebbe trovato in minoranza.
Possedeva il volto di chi, insomma, è contrario a tutto. Non c’era dubbio che l’avrebbero preso e ingabbiato, magari l’avrebbero pure messo a trasportare le enormi casse acustiche utili a divulgare enormi stronzate.
Doveva liberarsi in fretta dei due nostalgici, scappare, e trovare un rifugio sicuro. Ma, mannaggia la miseria e i nostalgici del cavolo!
Che accidenti di  porcatona d’antiquariato era quella?
Chi si doveva ringraziare per questa svolta paleopolitica?
Non c’era tempo da perdere, pensò, mentre il cervello gli friggeva come un ovetto in padella.
Bisognava organizzare una resistenza: loro erano tornati, in forze, come prima, peggio di prima.
Finse di piegarsi per allacciare una scarpa, poi tenendosi costantemente abbassato all’altezza dei malleoli delle persone presenti, pian piano si defilò fino a raggiungere la tranquillità di una stradina deserta.
Svoltato un angolo si fermò, prese il suo telefonino un po’ retrò e fece il numero di casa del Prof Cervellenstein: per quanto i loro rapporti ultimamente si fossero fatti un po’ freddi, lui avrebbe certamente accettato di accoglierlo. 

Tuu Tuu Tuu

Sgrrscc: “ Pronto, risponde la Fondazione Balilla, desidera?”

“Ma che ca… Ma… Mi scusi, ma non parlo con l’abitazione del Prof. Cervellenstein?”

“Lo era, signore, ma essendo risultato da tre o quattrocento delazioni, che quell’uomo era di evidente origine semitica, gli è stato requisito l’appartamento, che è stato poi destinato a più alti compiti.
Le occorre per caso un servizio di catering gestito da trapezisti in divisa della RSI?”…

Fu a quel punto che Tarallo, a bocca spalancata per prendere fiato, e urlando come un folle, riuscì a scappare dal suo incubo,

svegliandosi clamorosamente.

Lallo Tarallo al risveglio

 

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