Murales

Non capitava spesso che il Professor Samuele Cervellenstein,

insigne psicologo, psicoterapeuta, nonché consulente di svariati tribunali italiani, percorresse fischiettando la strada che, tagliando come una lama il centro città, quotidianamente lo portava dalla sua abitazione al suo elegantissimo  studio, situato quattro isolati più avanti.

 

Il Prof. Samuele Cervellenstein

 

Solitamente la prospettiva di trascorrere altre otto ore della sua vita a contatto con alcuni dei più pirotecnici disturbati mentali della zona, lo metteva di cattivo umore, intorbidendogli sia il risveglio che l’avvio della mattinata.
Troppo tempo era trascorso ormai da quando, fresco di laurea, bramava il contatto con i picchiatelli di ogni genere con la stessa golosa avidità con la quale le orecchie umane azzannano il silenzio dopo un defilé di stecche firmato Jovanotti.
Era giovane e pieno di energie allora: esibiva un’aria severa e accigliata per apparire più adulto ed esperto di quanto fosse, ma portava un farfallino dai colori assai vivaci al posto della cravatta, usandolo, al modo di certi pennuti, come un richiamo d’amore per isterici, bipolari, masochisti, paranoici, schizofrenici o semplici depressi, affinché si risolvessero a deporre sul suo divano, appena scartato dalla plastica, le loro membra e le loro mirabolanti patologie. 

Decenni trascorsi ad ascoltare storie di disagio, di caos mentale, di incapacità di relazione, di introflessioni degne di uno speleologo o di narcisismi stellari, lo avevano decisamente intaccato, consegnandolo al tradizionale cinismo di ogni professionista. 

Ma quella mattina Cervellenstein riprendeva servizio, per così dire, dopo un mese di vacanze in montagna.
Al di là di una inopportuna e fastidiosa telefonata di Lallo Tarallo, uno dei suoi pazienti di lungo corso, tutto era filato più che liscio, tanto che poteva affermare di avere sfruttato a meraviglia il suo annuale periodo di libertà.

Al mattino, dopo una colazione tanto calorica da disgustare un orso in prossimità del letargo, si inerpicava, piccozza alla mano, per impervi sentieri che menandolo per boschi odorosi, lo conducevano infine su altissimi picchi, ineguagliabili terrazze su panorami smisurati, vertiginosi.
Tra quei meravigliosi vuoti la parola si perdeva, incapace di descrivere un’emozione grandiosa.
Il silenzio irreale in cui era immerso lo distanziava del tutto dalle ciance piagnucolose di certi suoi pazienti, delle quali non gli giungeva più neanche l’eco. Sentiva allora, fin nel respiro, i benefici di quel lavaggio che gli purificava la psiche, la sua finalmente.
Sorrise ricordando che in uno di quei momenti magici, credendo di essere solo in vetta, come Coppi, aveva improvvisato un canto jodel, prima di accorgersi che un teutone grosso e lattiginoso, con sandali e pedalini rossi, lo stava guardando con gli occhi sbarrati.

 

 

Dopo un riposino tonificante, dalle 17,00 in poi, partiva la sua particolare battuta di caccia.
Impenitente seduttore, da anni aveva individuato nelle mature e piacenti signore che trascorrevano da sole le vacanze, un target ideale per la sua irresistibile sete di conquista.
La sua capacità professionale di ascolto naturalmente gli giovava: questa possibilità pressoché infinita di confidarsi con lui stordiva le donne che ne abusavano come di un liquore, e si poteva quasi dire che, parlando parlando, le poverette si seducessero da sole!
Anche quest’anno era dunque tornato a casa con una significativa collezione di momenti di delizie, ricordi che lo avrebbero visitato per qualche mese prima che lo stress del suo mestiere li confinasse in una zona grigia, sovrastata dalle abituali narrazioni malate.

 

Foto di gruppo nel giardino dell’Hotel del Prof. Cervellenstein

 

Il Prof. Cervellenstein, che aveva dunque recuperato il pieno di energie nervose, quel mattino camminava fischiettando temi di operette mentre si avvicinava di buon umore al suo studio.
Passò affianco ad una edicola che esponeva gli “strilli” di un paio di quotidiani locali.
Tutti e due, a caratteri cubitali, strizzavano in poche parole la sostanza di un episodio inquietante:

“Inseguono con l’auto un marocchino credendolo un ladro e lo percuotono a morte!”.

Il Professore venne giù di colpo dalla sua nuvoletta dolciastra di pensieri vacanzieri: “Benvenuto a casa!” pensò, rabbuiandosi e scuotendo a testa.
Arrivato al portoncino del suo palazzo, evitando per scopi atletici l’ascensore, affrontò le due rampe di scale che lo separavano dallo studio.
Giunto sul pianerottolo, pensò per un momento di aver sbagliato piano, poi, uscito da quella breve trance, prese atto del fatto che la porta del suo studio e il muro circostante erano completamente lordi di scritte con la vernice nera.

“Tornatene a casa tua parasita ebreo”; “Jude raus!”; “Crepate tutti voi giudei e il Soross porco”.

Un corredo di svastiche completava quell’opera poco artistica che, oltre al bersaglio stabilito, riusciva a maltrattare l’ortografia di un paio di lingue.
Cervellenstein non pensò un solo momento di entrare, nonostante il primo appuntamento della giornata fosse vicino.

Scese le scale, sgomento, e si precipitò in questura per fare denuncia del fatto.
Dopo un’attesa interminabile nel corso della quale aveva incaricato telefonicamente Augusta, la sua segretaria ottantenne, di disdire ogni impegno del giorno, venne finalmente ricevuto da un funzionario che aveva l’aria di frequentare assiduamente la noia.

Fumava sciattamente.

 

 

Cervellenstein espose i fatti che ticchettando vennero trasferiti faticosamente su carta.
Il funzionario, porgendogli il foglio per la firma, sentenziò sorridendo:

”Che vuol farci: ragazzate, sono ragazzate…”.

Persino l’imperturbabile Professore stentò a mascherare l’incazzatura e si congedò freddamente dal tizio.  

Senza perdere tempo, scuro in volto ed in preda a un bel po’ di rabbia repressa, stavolta fu lui a comporre il numero di Lallo Tarallo. Attese in linea.
Nello stesso momento il giornalista d’assalto era in un bar biliardo non troppo distante dal centro, e davanti ad un cappuccino decaffeinato impiegava il trentesimo minuto della sua pausa caffè spiegando ad un camionista romeno, un po’ brillo, alcuni aspetti oscuri dei testi di Gigi D’Alessio, quelli sui quali la scienza psichiatrica da lustri si scervellava senza esito.
Tra il brusio da sciame calabronesco che stazionava nel locale e i rumori secchi delle stecche scagliate contro le palle, per una trentina di secondi Tarallo non si rese conto della suoneria del suo cellulare che strillava vanamente il motivo di “Grazie dei fior”.
Rispose infine, e stette a sentire il racconto di Cervellenstein mentre un crampo di sdegno gli artigliava le trippe.
Non aveva dimenticato lo screzio col razzista nel parcheggio del supermercato e quella volta solo il superiore aplomb di Abdhulafiah lo aveva trattenuto dal passare a vie di fatto. Annuì, scuro in faccia, ad una richiesta del Professore e disse: ”Prendo con me un fotografo, ci vediamo al suo studio tra qualche minuto”.

Naturalmente aveva pensato a Consuelo, che stava in ferie in quei giorni e che essendo una ottima fotografa dilettante, poteva rendersi utile, sia documentando lo scempio sulla porta dello studio che alleggerendogli il morale con la sua presenza corroborante.

 

 

Trascorso un quarto d’ora, i due entrarono nel buio androne del palazzo.
Lallo stava per premere il tasto della luce delle scale ma quella, come se avesse reagito subito alla presenza della ragazza, si accese da sola e contemporaneamente l’ascensore, mai prenotato, giunse al pianoterra ronfando appena, come un gattone che fa le fusa.

Tarallo ormai, quando si trattava della donna dei suoi sogni, non si meravigliava più di nulla. 

Salirono.

Consuelo trattenne un grido alla vista delle scritte razziste, ma poi con puntiglio e professionalità fotografò ogni centimetro violato dall’imbecillità degli ignoti subumani.
Congedatosi poi dal professore e ancora più di malavoglia dalla ragazza,  Lallo scappò difilato verso la redazione del fogliaccio quotidiano col quale saltuariamente collaborava.
Senza attendere permessi di sorta, veloce come un tornado, passò oltre le larve di giornalista che marcivano quietamente sulle scrivanie, e spalancò la porta della direzione.

 

Una soffusa musichetta si sapore orientale con pifferi, mormorii e arpe birmane vagava per l’ambiente.

Ognissanti Frangiflutti, preso in una delle sue mistiche esplorazioni del soffitto, venne colto di sorpresa dall’irruzione ed eseguì fulmineo una complessa capriola.
Quando le gambe, scalciando furiosamente, gli furono rientrate dal loro breve giro nel cosmo, il direttore, avvampando e ansimando, strillò:

“Tarallo!! Mai bussare eh!!??

– E recuperata poi un’ombra di dignità, proseguì – Che accidentaccio ti prude?” 

“Mi prude questa ventata di razzismo merdoso, ecco che mi prude.
Ormai troppi non si vergognano più a renderlo esplicito, non c’è più freno culturale, religione o pudore che tenga: dilaga ovunque e nella nostra zona ha già fatto un morto. Affiora melma su melma.
Torno ora dallo studio, è in pieno centro, di un famoso professionista di origini ebraiche: è stato sporcato con una pletora di scritte antisemite e filonaziste.
Se pure vogliamo ignorare quel fatto oscuro che ho scoperto, quello della SNTS Facce di chiappa, direi che su questo moltiplicarsi di episodi di razzismo attivo, anche nel nostro territorio, ci sarebbe da fare un’inchiestona, una roba epocale!” 

“Razzismo! Eccone un altro! Razzismo: ma quando mai?

Sempre frettoloso tu e quei pochi radical chic rimasti a ravanar buonismo, nel mettere etichette improprie alle cose! Non c’è alcun allarme razzismo.
Come dice il ministro Rozzini, è solo un’invenzione della sinistra per pareggiare coi migranti, a colpi di importazione, il calo delle nascite e riprendersi il potere.
Semplicemente da parte della gente e di un governo che finalmente la rappresenta, è in corso una ridefinizione patriottica, teorica e pratica, del concetto di accoglienza”.

“Ah ecco, è una ridefinizione quindi! Una nuova e più corretta idea del lancio di un uovo in faccia a una ragazza che va a vincere per nostro conto.
O l’applicazione di inedite filosofie a sfondo umanistico dietro l’espulsione di passeggeri di colore dall’autobus! Certo, non ci avevo pensato.
E già che c’è, direttore, mi trovi una ridefinizione confortante del concetto di stronzaggine razzista dietro il fatto della senegalese incinta picchiata o del morto di Aprilia.


E le scritte sui muri? “Negri di merda; passiamoli col lanciafiamme; buttiamoli a mare”.
Street art dunque? Una ridefinizione dell’arte murale?
Tutti fatti da affidare a Pollyanna per convertire queste malevole letture della sinistra ad una interpretazione che profumi di positività e di lavanda? 

La debbo dunque chiamare Pollyanna direttore?

Mi faccia fare l’inchiesta piuttosto: si fidi di me e vedrà che ne esce!”

“Senti Tarallo, o la pianti o dovrò fare un colpo di telefono a quel tuo zio piduista, poveretto, che si preoccupa così tanto per te: ci pensi lui a farti ragionare.
Ma dove vorresti arrivare con questo vecchiume giornalistico? Stammi a sentire: se non cambi testa la carriera ti finisce nel cemento, non ti muovi più!”

 

Lallo ingoiò a vuoto un immaginario boccone: non aveva mai rivelato a Frangiflutti che l’iscrizione di suo zio alla P2, non avendo questi versato l’ultima rata dovuta, non si era perfezionata.
Anche e soprattutto in quel frangente si guardò bene dal dirglielo: la considerazione che il direttore del fogliaccio aveva per suo zio era altissima e su ciò si fondava la sua collaborazione col quotidiano:
se Frangiflutti avesse scoperto che il suo parente era decaduto dalla loggia deviata, lui avrebbe potuto andare a coltivare cocomeri in Groenlandia.
Quel lavoro gli serviva, per schifoso che fosse.

“E poi – proseguì mellifluo il direttore – avevo già affidato a Tim Ballo il compito di fare un’inchiesta, documentatissima, sul razzismo dei migranti nei nostri confronti, sul rifiuto di alcuni di loro di accettare la mortadella e altre perle del made in Italy, e così via.

Il settore intolleranza, sul giornale, quindi, al momento è già coperto.
Fatti piuttosto un giro nelle discoteche, che cavolo! Rilassati un po’. Chiedi ai dj che si balla quest’anno e scrivici su una robina di colore, frizzante, allegra” e accennò a qualche passo di danza caraibica.

“Swfzxchtrfiglieputtana” biascicò piano Tarallo a denti stretti.

“Cosa sta dicendo?” tuonò Ognissanti sospettoso.

“Ma niente, cantavo” rispose Lallo che si era nuovamente distratto in malinconici pensieri. 

“A proposito, stronzo: non mi fermerai” mormorò Tarallo mentre usciva da quell’ufficio tanto profumato quanto puzzolente.
E già che c’era, mentre guadagnava l’uscita della redazione, passando tirò uno scappellotto al collega Tim Ballo che vegetava come un muschio abbarbicato alla sua scrivania.

 

 

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