Flussi e riflussi della storia: l’Italia e le migrazioni  

Nel corso degli ultimi vent’anni l’ampliarsi dei flussi migratori e la presenza sul suolo italiano di centinaia di migliaia di stranieri, regolari e irregolari, sono serviti a suscitare nella popolazione il timore di un’ ‘invasione’ senza controllo, scatenando odio e intolleranza in un paese che non era stato mai considerato a rischio xenofobo. La migrazione attuale verso l’Italia ha avuto però anche un effetto positivo: quello di ricordare agli italiani che i protagonisti dei più grandi esodi della storia moderna sono stati proprio loro. Basti pensare che nel periodo della cosiddetta ‘Grande Emigrazione’ che va dal 1861 al 1985 ben 29 milioni di italiani lasciarono la Penisola. Di questi 17.250.000 non tornarono più.

Secondo lo storico Matteo Sanfilippo, la riscoperta dell’emigrazione italiana è dipesa anche da vicende di ordine politico-amministrativo, in particolar modo il dibattito sul voto degli italiani all’estero, e dallo sviluppo di Internet. Quest’ultimo ha consentito ad associazioni e giornali di emigranti, studiosi e centri studio di mettere sul web le proprie analisi, opinioni ed esperienze, acquistando cosí una voce autonoma.[1]

Sulla scia del crescente interesse alle migrazioni gli studi dedicati all’esperienza italiana si sono moltiplicati esponenzialmente. Sono sorti anche musei e centri per conservare e valorizzare l’emigrazione storica italiana. Giornali, tv e cinema dal canto loro hanno portato la vicenda migratoria all’attenzione del grande pubblico con articoli, film, documentari e mini serie che hanno drammatizzato e reinterpretato le vicissitudini degli emigranti italiani nel ventesimo secolo.

Una lunga storia

Il fenomeno migratorio che si conosce meglio è quello dell’Otto-Novecento rivolto soprattutto verso le Americhe. Per inquadrare la ‘Grande Migrazione’ italiana a partire dall’unificazione politica del paese (1861) bisogna però prendere in considerazione quanto è successo nei secoli precedenti. Gli studi storici più recenti hanno sottolineato la continuità e lunga durata delle migrazioni nella storia d’Italia. A causa della sua posizione nel Mediterraneo, la Penisola è da tempo immemorabile crocevia di scambi commerciali e demografici tra est e ovest, nord e sud: a cominciare dal 2000 a.C. quando arrivarono da nord e da sud i flussi di popolazione di lingua indoeuropea che formarono le varie popolazioni italiche.

 

La  grande migrazione Indo-Europea. (fonte: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=38133641)

 

E non sono solo i movimenti da e verso l’Italia ad avere radici lontane, ma anche quelli interni, tanto che già in epoca romana i municipi italici si erano posti il quesito di come limitarli.

In epoca antica i movimenti migratori si presentano caratteristicamente come spostamenti di popolazioni. Tra il VI e il IV secolo a.C. arrivarono i Celti nell’Italia settentrionale, mentre in Sicilia e in Sardegna si stabilirono comunità di Fenici. A partire dall’VIII secolo a.C. genti di origine greca approdarono nella parte meridionale della Penisola e in Sicilia, dando luogo alla cosiddetta Magna Grecia.

Nell’epoca romana il fenomeno della migrazione fu caratterizzato dall’esistenza di una potenza che, conquistando nuovi territori, vi esportava  i propri soldati e cittadini, mantenendo i precedenti abitanti in stato di sottomissione. Parallelamente, l’Italia diventò luogo di arrivo di schiavi di etnie diverse, bottino vivente di guerre di conquista ai confini dell’Impero.

L’età tardo-antica e l’inizio del medioevo coincisero con una fase di movimenti migratori conosciuti come invasioni barbariche: dai Visigoti di Alarico ai Longobardi di Alboino. Gli ultimi venuti fondarono un regno indipendente che nel giro di due secoli (dal 568-69 fino al 774) estese progressivamente il suo domino sulla maggior parte del territorio continentale e peninsulare.

 

L’Italia bizantina e longobarda (fonte: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6878810)

 

Nel frattempo era cominciata la conquista islamica della Sicilia. La prima incursione araba avvenne nel 652. Successive spedizioni culminarono nell’852 in una vera e propria invasione che si concluse con la conquista di Taormina nel 901-902 e il consolidamento del dominio arabo nell’isola.

 

La presa di Siracusa (878) secondo il miniaturista medioevale Giovanni Scilitze (fonte: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15073900)

 

Nel 1061 i Normanni sbarcarono a Messina. Provenienti originariamente dalla Scandinavia e attestatisi poi nella Francia settentrionale e nell’Inghilterra orientale, i Normanni erano già insediati in Puglia e in Calabria quando si presentò loro l’occasione di invadere la Sicilia. Sconfitti gli arabi dopo trent’anni di lotta, i Normanni iniziarono un processo di latinizzazione della Sicilia, incoraggiando migrazioni della loro gentes, francese (normanni, bretoni e provenzali) e dell’Italia settentrionale (sopratutto liguri e piemontesi). Di questa migrazione se ne conservano ancora forti tracce nei centri maggiori della “Lombardia siciliana”: Nicosia, Sperlinga e Piazza Armerina, dove il dialetto gallo-italico è parlato ancora in tutti gli strati sociali.

 

Ruggero I riceve le chiavi della città di Palermo (1071) (fonte: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3679170)

 

Le migrazioni in età medievale e moderna

Durante il medioevo si passa dalla migrazione dei popoli a quella degli individui. Oltre alla migrazione, soprattutto stagionale, dalla montagna alpina verso la pianura e la città si stabiliscono flussi di manodopera specializzata. La decisione di partire è determinata prevalentemente da motivi di lavoro, ed ha lo scopo di valorizzare competenze professionali e di mestiere. Chi parte si appoggia frequentemente a compaesani precedentemente emigrati, mantenendo i legami con la madrepatria e la possibilità del ritorno.

Il processo di urbanizzazione spinge gli individui a lasciare le campagne per le città. Nelle città giungono non solo artigiani ed operai, ma anche proprietari terrieri che, senza abbandonare  gli interessi economici in campagna, abbracciano mestieri e professioni urbane, dal mercante al notaio . La crescita dei centri urbani contribuisce allo sviluppo dell’emigrazione femminile, sia come serve che come balie. In tutte le città, da Napoli a Roma, da Bologna a Mantova, la servitu’ femminile è in aumento, anche se diversa è la percentuale di donne venute dalla campagna rispetto a quelle cittadine. Ma anche le campagne sono toccate da movimenti di popolazione, specialmente dopo la “Peste Nera” della metà del Trecento: ad esempio le terre lungo tutta la fascia costiera dell’Adriatico, che vengono ripopolate da un flusso migratorio proveniente dall’Europa balcanica orientale.

In questo quadro si sviluppa la rete degli spostamenti degli italiani. I Bergamaschi, per esempio, monopolizzano il mestiere di facchinaggio nelle grandi città e sopratutto nei porti, come a Genova dove sono organizzati in compagnie (i caravana). Bologna e Venezia favoriscono l’immigrazione di manodopera lucchese specializzata nella tessitura della seta. Le città del Meridione diventano meta di emigranti dalla Toscana che svolgono funzioni economiche (il commercio, il credito, l’artigianato) per le quali i locali non possiedono le tecniche necessarie. Nei porti spagnoli e portoghesi approdano moltissimi genovesi e savonesi che esercitano mestieri legati alla navigazione.

Ad interagire con le migrazioni degli Italiani, esterne ed interne, sono quelle degli stranieri verso l’Italia, specialmente verso le città capitali di Stati. Una città particolare è certamente Roma. Capitale mondiale del cattolicesimo, Roma era sempre stata una città cosmopolita, ma dopo il ritorno dei papi da Avignone (1377) il numero di non italiani si accresce notevolmente, tanto che nel ‘400 alcuni cronisti prospettano addirittura (senz’altro esagerando) ‘una città di stranieri’. [2]Con il rilancio dell’economia urbana, promossa dalla Curia, la corte pontificia e le singole corti dei cardinali diventano i magneti che attraggono verso la città intellettuali, architetti, artisti, banchieri, mercanti e artigiani specializzati, talvolta provenienti da molto lontano. Il flusso di pellegrini stimola la nascita di nuclei stranieri e di strutture di accoglienza: confraternite, ospizi e chiese nazionali, come per esempio  Sant’ Antonio dei Portoghesi e San Luigi dei Francesi.

 

La Chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma (fonte: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=869982)

 

La presenza di una clientela di una specifica nazionalità serve anche ad attirare quelli che sono interessati a servirla, come osti e albergatori specializzati nel servire i viaggiatori del proprio paese. La comunità piu’ numerosa è quella degli spagnoli, concentrati nel ‘quartiere spagnolo’ attorno all’Ambasciata di Spagna, ma altrettanto numerosi sono i francesi e i tedeschi.

Al numero di quelli che si stabiliscono fuori dal paese natio per periodi più o meno lunghi va aggiunto lo stuolo di itineranti che girovagano per tutta l’Europa: mendicanti, suonatori, artisti di strada e domatori di animali. Questi flussi sono stati rivalutati dalla storiografia recente, in quanto servono da veri e propri “apripista”: in seguito, lavoratori più o meno specializzati seguiranno gli stessi percorsi geografici attraversati da questi girovaghi.[3]

I musicanti ambulanti si spingeranno lontano, arrivando a fine Ottocento fino all’America. Nella Londra Vittoriana il suonatore di organetto diventa uno dei mestieri più diffusi tra i migranti italiani (diventando così anche motivo di grande irritazione per i Londinesi amanti della quiete, ai quali gli organettisti concedono pochi momenti di tregua). Al mestiere di suonatore d’organetto è legato il triste fenomeno del traffico di bambini, ceduti con regolare contratto da genitori indigenti ad un ‘Padrone’ che s’impegna a sostentarli in cambio del loro utilizzo come suonatori ambulanti. In realtà questi bambini, giunti stremati nella capitale dopo lunghi viaggi a piedi dalle zone dell’Italia centrale, spessissimo vivono in condizioni di schiavitù. In Inghilterra il fenomeno assume dimensioni tali da richiedere l’intervento delle autorità, sia  britanniche che italiane, ma è solo agli inizi del ‘900  che scompare, insieme a tutti gli altri mestieri girovaghi.

L’emigrazione politica

Una nuova tradizione migratoria, collegata all’emigrazione di tipo economico,   comincia ad emergere durante il periodo Napoleonico: quella dell’esilio politico. Nel triennio giacobino la Lombardia diviene meta di esuli politici da tutta Italia: vi giungono anche molti giacobini napoletani, costretti a rifugiarsi all’estero dopo la congiura anti-borbonica del 1794. 630 superstiti della repubblica napoletana trovano asilo in Francia nel 1799, ai quali si aggiungono 250 dalla repubblica romana. I fatti del 1848 spingono alla fuga un numero molto maggiore: dalla sola Lombardia ben 120.000 persone cercano scampo in Svizzera dopo il rientro degli Austriaci ai primi di agosto.[4]

Le destinazioni principali degli esuli sono la Spagna rivoluzionaria,  la Francia repubblicana, la Gran Bretagna, il Belgio e la Svizzera. Quello che determina le scelte sono le politiche di accoglienza intraprese dai vari paesi. La Gran Bretagna, per esempio, concede di fatto il diritto di asilo a chi ne ha la necessità, benché la sua normativa non lo riconosca formalmente. Mete alternative di fuga sono Malta, Istanbul, Algeria, Istanbul e Tunisia, dove sono già radicate comunità storiche di emigrati italiani.  Meno favorite sone le mete transoceaniche, perché la distanza ostacola l’azione politica e il mantenimento di reti di comunicazione con la madrepatria.

Dal punto di vista del lavoro, gli esuli si trovano svantaggiati perché, a differenza degli emigrati che partono alla ricerca di lavoro, essi sono spesso sprovvisti di competenze spendibili all’estero. Del fatto ne sono consapevoli le autorità dei paesi di accoglienza, che stanziano fondi per il soccorso degli esuli. Le  reti di migrazione economica consolidatesi in passato si rivelano un punto di appoggio per gli esuli: così a Londra come a Lugano e a Locarno prendono vita associazioni caritatevoli e comitati di soccorso esuli. Professionisti e intellettuali si improvvisano istruttori di musica, di scherma e di matematica. L’insegnamento dell’italiano (lingua che nell’800, specie nei paesi anglosassoni, contraddistingue le persone colte) costituisce per molti una risorsa. C’è chi si dà agli affari, come Giuseppe Mazzini che, esule a Londra,  nel 1839 sperimenta senza successo l’importazione di salumi e poi di olio e vino dalla Liguria.[5]Nonostante i soccorsi pubblici e privati, molti si trovano in difficoltà. I più sfortunati sono ridotti a cantare per le strade, nella speranza di racimolare qualche elemosina.

 

Giuseppe Mazzini trascorse la maggior parte della vita in esilio (foto di Domenico Lama)

 

L’intreccio tra emigrazione economica ed emigrazione politica continua nella seconda metà dell’800, prendendo nuove direzioni.  La grande ondata di emigrazione economica verso le Americhe dà l’avvio a quella dei militanti politici che scelgono di  rifugiarsi negli Stati  Uniti e nell’America del Sud per sfuggire alla persecuzione delle autorità giudiziarie.

A cavallo tra Ottocento  e  Novecento gli Stati Uniti offrono rifugio a  gruppi di sovversivi italiani che cercano di sottrarsi alla violenta repressione del movimento dei fasci contadini in Sicilia, delle agitazioni anarchiche in Lunigiana, e al successivo soffocamento delle proteste contro il carovita.  Gruppi di esuli anarchici si ritrovano non solo nelle grandi città, ma anche nei centri minori come Paterson, cittadina del New Jersey, che tra i 20.000 emigrati italiani ospita una folta comunità anarchica. Il più celebre abitante tra loro è Gaetano Bresci. Emigrato in America nel 1896, Bresci torna in Italia nel 1900 per vendicare l’eccidio di dimostranti contro il carovita a Milano. Ritenendo Umberto I responsabile massimo di quei tragici avvenimenti, il 29 luglio 1900 lo uccide, sparandogli tre o quattro colpi di pistola.

 

L’attentato contro Umberto I in una raffigurazione dell’epoca (Achille Beltrame, Domenica del Corriere)

 

La situazione per gli anarchici italiani non è tuttavia facile nemmeno all’estero. Nel biennio 1893-4 la Francia promulga le cosiddette lois scélérates, ovvero una serie di normative espressamente indirizzate a reprimere il movimento anarchico, responsabile di numerosi attentati. Nel 1903 il Congresso Americano approva una legge che vieta l’ingresso non solo ad epilettici, mendicanti e importatori di prostitute,  ma anche a quelli sospettati di anarchismo (il cosiddetto Anarchist Exclusion Act): reazione giustificata dall’assassinio due anni prima del Presidente McKinley, per mano dell’anarchico polacco Leon Czolgosz. Ma la legge ha un impatto assai limitato, perchè tra il 1903 e il 1914 impedisce l’ingresso a soli 15 anarchici. Un po’ più gravi per il movimento anarchico statunitense sono le conseguenze di una seconda legge adottata nel 1918, che permette la deportazione anche degli immigrati già residenti sul territorio nazionale. Tra gli anarchici più noti che vengono deportati c’è Luigi Galleani e i suoi seguaci, autori di una campagna di attentati che culmina nel 1920 col tragico attentato di Wall Street a New York.

 

Le conseguenze dell’attentato di Wall Street il 16 settembre 1920 (fonte: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2113489)

 

CONCLUSIONE

Questi brevi accenni su Italia e migrazioni servono a sottolineare che le migrazioni più recenti hanno radici profonde.  L’emigrazione italiana è una vicenda plurisecolare che non va ridotta a pochi episodi. Fin dai tempi più remoti la Penisola è stata attraversata da flussi migratori in entrata ed uscita che hanno contribuito a mescolare di continuo popolazioni in moto per ragioni diverse: una caratteristica che accomuna presente e passato.

Volgendo lo sguardo al passato più remoto, una dinamica appare costante: il continuo sovrapporsi di politica ed economia nell’orientare i flussi migratori. Come sottolinea Matteo Sanfilippo,

‘Dalle colonie alla [sic] guerra, dalla religione alla conflittualità tra i comuni, è necessario sempre leggere le migrazioni come un fenomeno strettamente legato alle trasformazioni economiche e politiche dei territori in cui si manifestano. [6]

Il paziente lavoro degli storici in questi ultimi vent’anni ha portato al  recupero di questa storia, colmando alcuni dei più vistosi vuoti riguardanti interi periodi dell’emigrazione italiana, e affrontando temi sinora poco trattati. Ma molta è la strada ancora da percorrere. Ciò che manca soprattutto è una rilettura del fenomeno migratorio che consenta di valutare piu’ attentamente il ruolo dell’emigrazione italiana , non come fenomeno a se stante, ma come parte integrante della storia d’Italia. [7]

Nel 1899 il vescovo Geremia Bonomelli, vescovo di  Cremona e fondatore dell’Opera di Assistenza per gli italiani emigrati in Europa (poi denominata Opera Bonomelli), disse: ‘La storia dell’umanità, non sto in forse a dirlo, è la storia delle migrazioni: mutano forma, ma sono sempre emigrazioni.’ [8]

A più di un secolo di distanza,
questa affermazione
sembra più attuale che mai.

 

 


 

 

BIBLIOGRAFIA DELLE OPERE CONSULTATE

Angelini, M., “Suonatori ambulanti all’estero nel XIX secolo: considerazioni sul caso della Val Graveglia”, Studi Emigrazione / Études Migrations, XXIX (1992), 106, pp. 309-318

Anselmi, A. “Il quartiere dell’ambasciata di Spagna a Roma”, in La città italiana e i luoghi degli stranieri XIV-XVIII secolo, a cura di D. Calabi e P. Lanaro, Roma-Bari, Laterza, 1998, pp. 206-221.

Colucci, M. e Sanfilippo, M., Guida allo studio dell’emigrazione italiana, Viterbo, Edizioni Sette Città, 2010.

Esposito, A., Un’altra Roma. Minoranze nazionali e comunità ebraiche tra   Medioevo e Rinascimento, Roma , Il Calamo, 1995.

Gage, B., The Day Wall Street Exploded: a Story of America in Its First Age of Terror, Oxford, Oxford University Press, 2010.

Morelli, E,  Mazzini in Inghilterra, Firenze, Le Monnier, 1938.

Pizzorusso, G., ‘Le radici d’ancien régime delle migrazioni contemporanee: un quadro regionale’, in  Emigrazione e storia d’Italiaa cura di M. Sanfilippo, pp. 267-292.

Sanfilippo, M., “Cronologia e storia dell’emigrazione italiana”, Studi Emigrazione / Études Migrations, XLVIII  (2011), 183, pp. 309-318.

Sanfilippo, M. ‘Elementi caratteristici di un museo d’emigrazione: Introduzione’, in L’Italia nel mondo: il mondo in Italiaia cura di N. Lombardi e L. Prencipe, Museo Nazionale delle Migrazioni, Roma, 2008, pp. 131-37.

Sanfilippo, M., ‘Introduzione’,  Emigrazione e storia d’Italia, Cosenza, Pellegrini Editore, 2003, pp. 7-27.

Sanfilippo, M.,  ‘Roma nel Rinascimento: una città di immigrati’,
in Le forme del testo e l’immaginario della metropoli, a cura di B. Bini e V.
Viviani, Viterbo , Edizioni Sette Città, 2009, pp. 73-85.

Zucchi, J. E., Little Slaves of the Harp: Italian Street Musicians in Nineteenth-Century Paris, London and New York, Montreal e Kingston, McGill-Queen’s University Press, 1992.

NOTE
[1] Sanfilippo, M. ‘Elementi caratteristici di un museo d’emigrazione: Introduzione’, in L’Italia nel mondo: il mondo in Italia, a cura di N. Lombardi e L. Prencipe, Museo Nazionale delle Migrazioni, Roma, 2008, pp. 131-37.

[2] A. Esposito,  “…La minor parte di questo popolo sono i romani”. Considerazioni sulla presenza dei forenses nella Roma del Rinascimento. In Istituto Nazionale di Studi Romani, Romababilonia, Roma, Bulzoni, 1993, pp. 41-60.

[3] Vedi per es. Zucchi, J. E., Little Slaves of the Harp: Italian Street Musicians in Nineteenth-Century Paris, London and New York, Montreal e Kingston, McGill-Queen’s University Press, 1992.

[4] Giuseppe Martinola, Gli esuli nel Ticino, II, Lugano, Fondazione Ticino nostro 1994, p. 81.

[5] Emilia Morelli, Mazzini in Inghilterra, Firenze, Le Monnier, 1938, pp. 16-17.

[6] Sanfilippo, M. , ‘Profilo storico’, Guida allo studio dell’emigrazione italiana, Viterbo, Edizioni Sette Città, 2010, 13-32, p. 14.

[7] Sanfilippo, M., ‘Introduzione’, in Emigrazione e storia d’Italia,  Cosenza, Pellegrini Editore, 2003, pp. 7-27.

[8] Bonomelli, G., ‘L’emigrazione’, in Esposizione Generale Italiana – Esposizione delle missioni , Gli italiani all’estero, 1899.

 


 

 

 

 

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