Lazarillo, il primo dei Picari

Esiste, nel vasto universo dei libri, un genere di opere che, pur essendo fondamentali per la loro qualità, per la capacità di essere emblematiche di un periodo o per il posto che occupano nello snodarsi della storia della letteratura, sono sconosciute al grande pubblico dei lettori.

Solitamente trascurati dai programmi scolastici, che necessariamente devono limitarsi a tracciare le linee fondamentali della materia, e che poco concedono alla letteratura internazionale, i libri appartenenti a questa categoria sono puntualmente ristampati perché ritenuti ormai dei classici, ma di essi si parla pochissimo, e se lo si fa avviene che se ne parli più in sede universitaria o di analisi critica degli specialisti che nel grande mondo della divulgazione culturale.

Uno dei romanzi che meglio risponde a queste caratteristiche apparve anonimo nella Spagna della metà del Cinquecento.

Pubblicato intorno al 1552 0 1553, è giunto a noi attraverso quattro edizioni del 1554: una stampata a Burgos, una a Alcalà de Henares, una ad Anversa e recentemente, nel 1992, ne è stata scoperta una versione prodotta a Medina. Il titolo di questo breve romanzo era: “Vida de Lazarillo de Tormes y de sus fortunas y de sus adversidades”, spesso sintetizzato col solo nome del protagonista e narratore: Lazarillo de Tormes.

 

Con ogni probabilità il suo autore, scrittore di accertata cultura che adottò tuttavia le fogge della scrittura popolaresca, preferì ricorrere all’anonimato per tenersi più libero nel ritrarre la società spagnola del suo secolo ed evitare nel contempo i disagi che avrebbe potuto causargli la satira pungente ad essa rivolta.

Questa prudenza, come vedremo, non fu sufficiente ad evitargli guai. Il successo dell’opera presso i contemporanei fu fulmineo e ne furono tratte anche diverse traduzioni, ma cinque anni dopo la sua pubblicazione, il libro venne proibito. Le autorità civili e religiose finirono per accorgersi della impietosa satira che l’autore faceva della loro società, un mondo in crisi che si aggrappava ai suoi più esteriori stereotipi per reggere l’impatto con una miseria che impediva ai più di aspirare a qualcosa di meglio che una stentata sopravvivenza.

La realtà contemporanea diveniva in Lazarillo la materia stessa del racconto ed il suo protagonista diventerà così il prototipo dell’antieroe di quel genere letterario che fu poi ribattezzato “picaresco”, dal termine spagnolo picaro, ovvero briccone. Ancora oggi certa critica individua nel libro la prima forma moderna di romanzo.

Il giovane Lazarillo, come si è già detto, è il protagonista e narratore di questo falso racconto autobiografico. Nato da una famiglia sciagurata, egli si rende prestissimo conto che la sua sopravvivenza sarà legata al suo spirito di iniziativa ed alla sua capacità di adattamento. Così il giovane passa da un padrone all’altro ed ogni personaggio che di volta in volta sfrutta i suoi servigi viene descritto sapientemente, fornendo un tassello per il complessivo ritratto della società spagnola in quel dato momento. Un cieco dal quale apprende ogni sorta di inganni e trucchi, un prete avarissimo e sordido, uno scudiero morto di fame che si sacrifica per mantenere intatto il suo onore, o almeno l’apparenza di questo, un truffaldino venditore di bolle papali: questa è la Spagna che fa da sfondo alla storia personale di Lazarillo.

Il racconto è diviso in episodi, ciascuno dei quali racconta un’esperienza ed un padrone. E sono storie brevi, pennellate micidiali che ritraggono alla perfezione le misere virtù dei tizi presso i quali il giovane presta servizio: lo scudiero si piazza digiuno fuori di casa all’ora in cui solitamente si digeriscono i pasti, e per dare l’impressione di aver mangiato usa un filo di paglia come stuzzicadenti; il prete avaro arriva a farsi prestare trappola e crosta di formaggio per acchiappare i topi in casa, e così via.

Attraverso questa straordinaria galleria di tipi umani e sociali vengono in luce i problemi della società spagnola del Cinquecento, che pur sull’orlo di uno sfacelo, si descrive ancora fastosa.

Pasolini, di Lazarillo ebbe a scrivere: Che cosa preme dimostrare a Lazarillo? Qual è la sua tesi? È semplice: bisogna molto lottare per non morire di fame. Tutto lì. Nel suo racconto non c’è altro A questa monotonia animale del pasto, corrisponde però unesperienza della vita che non ha proporzioni con essa: si tratta infatti di una esperienza irreligiosa, e dunque enormemente vasta.

Lazarillo, perfetto interprete del ragazzo al quale la vita del suo tempo svela presto i suoi segreti più intimi, pronto a tutto per garantirsi la sopravvivenza, anche quando troverà infine una “sistemazione” stabile quale banditore a Toledo, dovrà adattarsi al fatto di dovere la sua migliorata condizione alle fragili virtù morali di una moglie che entra ed esce dalla casa dell’arciprete, munifico con la coppia. La buona e sospetta disposizione del religioso nei loro confronti causerà un ben tollerato sbertucciamento di Lazarillo ad opera dei vicini.

Non resta quindi che suggerirvi di affiancare il picaro nelle sue realistiche avventure, che dietro il divertimento celano lamarezza in unopera nella quale si fondono una notevole qualità di scrittura e unimportanza letteraria che i suoi molti eredi successivamente accentueranno.



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