La Premiodeportazione

La sala grande del Palazzo della Cultura era quasi piena.
Il “quasi”, se il gioco di parole non vi offende, era quasi scontato.
“Quasi”, infatti, era un’espressione inscindibile dalla città e dalle sue varie declinazioni: Littoria era quasi Latina, Latina era quasi grande, era quasi città, era quasi un enclave veneta, era quasi un pezzo di Roma defluito dall’EUR e quasi un quartiere di Napoli o di Caserta. 

Le poltrone in quasi velluto delle due prime file erano ancora vuote, l’unico loro ospite per il momento era il cartellino bianco con la scritta RISERVATO.
Nel resto della sala la gente si dava a produrre il tipico brusio delle occasioni di quel genere, la somma cioè di un migliaio di conversazioni oziose.

L’inizio del programma era fissato per le 18,00, ora che era appena scoccata, ma il continuo arrivo, alla spicciolata, di persone poco in confidenza con l’orologio, lasciava presupporre che la cerimonia sarebbe iniziata con qualche insignificante ritardo, quasi puntuale dunque.

Un’impennata del cicaleccio che si trasformò in una sorta di ronzio elettrico, proveniente dall’ingresso della sala, fece capire che stavano per fare il loro ingresso alcune delle autorità attese. 

Uno sciame di nullafacenti di professione, di vicenotabili, di quasi noti al braccio di dame restaurate di fresco, precedette il corteo delle alte personalità, scivolando velocemente all’interno, compatto e quasi liquido nel suo occupare, dilagando, lo spazio rimasto fino a quel momento sgombro.
Chi era già seduto si alzò in piedi per assistere all’arrivo dei potenti.
Ne erano attesi diversi, anche fuori dall’ambito strettamente cittadino e provinciale, ma  il chiacchiericcio che se n’era fatto era rimasto incompleto: non se ne conosceva bene l’elenco.
Gli spettatori più alti, che stavano in piedi dinanzi alle poltroncine, sorridevano tranquilli, pregustando lo spettacolo, quelli più bassi, allungavano penosamente il collo o si rizzavano sulla punta delle scarpe, facendosi dolere i polpaccetti dai muscoli abulici, regalo di una zona piatta quasi come i Paesi Bassi…

Un urlo collettivo, appena soffocato, accolse l’arrivo di un paio di ex sindaci ai quali la galera non aveva rovinato il sorriso elettorale.
Poi, ed il respiro di tutti si prese una pausa, fece il suo ingresso in sala Luigi Guglielmo, Margravio del Baden Württenberg, solenne e vistosamente imparruccato.

Luigi Guglielmo, Margravio del Baden Württenberg

Coperto di sete e velluti nei quali il celeste, il rosa ed il dorato si sposavano sapientemente, e più decorato, dunque, della tappezzeria di un postribolo viennese fin de siecle, si portava appresso quattro nani che gli tenevano sollevato il mantellone di pelliccia bianca e lo agitavano ritmicamente, all’unisono, ventilando così le terga accaldate del loro sire.
La sua scorta personale, degli archibugieri provenienti tutti da Lussemburgo Scalo, soldati che per antica tradizione si lasciavano crescere solo mezzo baffo, gli tennero dietro fino a che quel grande d’Europa, che aveva visitato Littoria già alla metà del Seicento, non si accomodò, altero e sussiegoso, nel posto che gli era stato assegnato, completo di targhetta col nome stampato, acqua frizzante e piattino di salatini accanto al microfono di spettanza.
Lallo Tarallo era stato fatto accomodare in un settore della platea riservato alla stampa.


Più che altro era una fila di sedili di legno scrostato che erano stati aggiunti all’ultimo momento in coda alla sala, prelevati dagli scantinati del cinema parrocchiale, dove il vecchio arredo era stato ammucchiato a prender tarli e polvere quando quella storica sala era stata sfarzosamente rimodernata dai preti.
Lallo in effetti, non solo stava scomodissimo su quelle sedute in origine destinate principalmente ad adolescenti smagriti dall’ipercinetismo e dall’estenuante attività autoerotica, ma gli pareva addirittura, nonostante il forte brusio circostante, di avvertire il rumore delle mandibole delle batterie di tarli al lavoro, un rumore compatto e ritmico come quello prodotto da una ciurma di galeotti che remavano su una triremi romana.


Accanto a lui aveva preso posto Argano Castrucci, mestierante di lungo corso, un quasi giornalista che ad onta di una lunghissima carriera, benedetta dai poteri locali, non aveva ancora preso confidenza con grammatica e sintassi, anche se i suoi, nella provincia del “quasi”, erano peccati che venivano perdonati di cuore.
Castrucci, che detestava visceralmente Tarallo, gli sorrise con la bocca perché gli occhi erano altrove, e piegandosi verso di lui, e dandogli di gomito, gli strillò:
“Hai sentito? Pare che venga anche Rozzini!”.
Lallo cercò di scacciare il sentore di aglio che aveva scortato, nauseandolo, le parole del quasi collega, tentando di respirare con branchie che nonostante l’umidità cittadina ancora non possedeva. 

“Ah sì? E che accidenti viene a fare?” rispose seccato.

“Zitto che ti sentono! Qui ormai sono tutti leghisti: figurati che l’altro giorno  una ventina di bancarottieri catanesi ha costituito l’Associazione Alpini dell’Etna! E fanno bene perché si dovrette badare ai propri affari. Comunque Tarà, io una dritta per stasera ce l’ho: sembra che il Ministro avesse istituito un premio e che venisse a consegnarlo” concluse Castrucci.

“Sì, magari premierà te per i tuoi esperimenti di anni sui congiuntivi…” sospirò  piano Tarallo senza farsi sentire dall’altro. 

Ormai la sala si era riempita. Allora, come da copione, Ognissanti Frangiflutti, Direttore del fogliaccio quotidiano al quale Lallo era stato imposto come collaboratore da un suo zio piduista, guadagnò il palco con passo dinoccolato e afferrò il microfono. 

Toccava a lui fare da cerimoniere.
Tarallo si agitò sul suo sedile scomodissimo. Frangiflutti tenne un discorso breve, abbastanza incolore e sulfureo, la cui unica impennata si ebbe quando definì Latina/Littoria come una città che già si slanciava verso un passato glorioso.

“Come no, – pensò Lallo – si torna in palude, alle sanguisughe autoctone”.

Fu il suo ultimo barlume di lucidità prima che qualcosa di anormale si impadronisse della realtà, deformandola.
Sentì freddo allo stomaco mentre le gambe prendevano a formicolargli.
Sulle prime il giornalista maledì un monumentale supplì che aveva affrontato e in apparenza sconfitto, prima di arrivare al Palazzo della cultura e che ora, con le certezze scientifiche di un sinologo improvvisato, avrebbe periziato come un reperto risalente al periodo Ming.
Non ebbe tuttavia tempo di soffermarsi su quel pensiero, altro impelleva, velato dalla sua sensazione di straniamento.
L’eco delle parole di Frangiflutti gli arrivava attutito, come gli applausi della gente in sala che pure scrosciarono forti ed improvvisi.
Tarallo strinse più volte le palpebre per mettere a fuoco il palco e con assoluto sbigottimento vide un vescovo impadronirsi del microfono e dire ad un invisibile fonico:

“Tonino vai con la base”.

Partì una musica poco sopportabile e il religioso attaccò a cantare: “Luca era gay e adesso sta con lei…”. 

“Cazzo quel vescovo è Povia! – sbalordì Lallo sbandando per un istante – Lo dicevo che quella faccia mi pareva conosciuta”.

Frangiflutti attese che la canzone terminasse e che le ovazioni si spegnessero per consegnare a Povia il “Premio Pillon” per meriti ideologici.
Ma i riconoscimenti all’artista non si fermarono lì.
Dal Sottosegretario al Sesso Produttivo, onorevole Peretta, gli venne consegnato anche il certificato di proprietà dell’intero Comune di Pietragalla, in Lucania, con la annessa rendita di quattromila anime, proprietà ottenuta dal cantante per via di una recente legge, in occasione della nascita di Ohh, suo dodicesimo figlio. 

Il senso di gelo allo stomaco che aveva aggredito il nostro giornalista si era frattanto tramutato in vera e propria nausea.
Tarallo scosse la testa ripetutamente, come a recuperare lucidità, e vide Castrucci in piedi sul sedilaccio di legno che strillava estasiato:
“Bis! Bis! Cantasse, cantasse ancora Eminenza, noi lo ascolterrimo volentieri!!!”.
Poi, rivolto a Lallo, con convinzione, sussurrò:

“Qui ci scappa un fondo dei miei, un fondone!”.

“Sì, certo, più probabilmente ti verrà fuori uno sfondone” disse il reporter a se stesso in un istante di ritrovata lucidità.
Subito dopo un uragano di urla, applausi e ovazioni coprì per qualche minuto perfino il roboante attacco di “O mia bela Madunina ti trasferisco a Mergellina”, inno dei leghisti dopo la riforma Rozzini.
Il Ministro per lo Sfruttamento della Paura in effetti si materializzò sul palco e nel delirio generale abbracciò Frangiflutti.
I due accennarono a qualche  vago passo di danza a pro della platea scalpitante.
Sorridente nella sua uniforme da Corazziere, il ministro attese che si placasse l’ondata di entusiasmo e messosi al centro del palco, tra Povia travestito da Vescovo e Frangiflutti conciato da giornalista, prese la parola.

“Gente littoria, noi le promesse le manteniamo: è finita la vergogna dei clandestini che importunavano i bravi cittadini elemosinando fuori dai supermercati e intasandone i parcheggi! Oggi abbiamo passato le nostre ruspe su quei parcheggi, smantellandoli tutti e prelevando quei nullafacenti. Ora li rispediamo verso i loro parcheggi,

è finita la pacchia!

Con l’occasione abbiamo anche distrutto una rete di integralisti nigeriani e maltesi.
Il Ministro del Lavoro De Meio, informato dell’episodio che ha coinvolto appunto
questi integralisti, si è subito fatto promotore di una legge che stabilisca, una volta per tutte, che nulla di integrale sarà più tollerato in Italia.


Chi venga pescato d’ora in poi con confezioni di bucatini integralisti, o a cercare cornetti della stessa razza, 
pagherà un’ammenda pari al costo del rimpatrio di trenta senegalesi. Stiamo passando dalle parole ai fatti.
Ed ora fate un bell’applauso alla sfilata dei clandestini pizzicati a mendicare nel parcheggio del Supermercato Carreconad: non li rivedrete perché stiamo per ributtarli a casa loro.
Eccoli qua, li portiamo via, out, foera de ball!”.

Tarallo inorridì: una fila di almeno quindici migranti di colore, incatenati insieme, percorse il palco a testa bassa.
Il quarto della fila, l’unico che tenesse un atteggiamento fiero, era Abdhulafiah, il suo amico.
Lallo sentì la gambe piegarsi e strillò immediatamente il nome di Abdhulafiah.
La sua voce si perse tra le acclamazioni degli ex terroni pontini.
Fece per rialzarsi ma era debolissimo e ricadde a sedere malamente sul legno del sedile, incattivito dagli anni. 

Frangiflutti accompagnò il drappello che sfilava via con un applauso per poi riprendere il microfono, gigioneggiando: “Ma so bene, caro ministro, – disse a Rozzini – che c’è un altro riconoscimento da assegnare oggi, una vera sorpresa, mi dicono”.

“Dice bene caro Direttore, – fece Mattia Rozzini scuotendo la criniera del suo elmo da corazziere – è un premio che fa giustizia di tutte le insinuazioni che ci vorrebbero pregiudizialmente contrari a qualsiasi occupazione.
Non è così: esistono occupazioni virtuose, alcune che amiamo, così il governo ha deciso di istituire La Gran Croce per la Piena Occupazione di Stabili che premia quindi sia la piena occupazione che la stabilità.
Ora andiamo a svelare chi sarà il vincitore.

Signore e Signori i primi ad ottenere la Gran Croce di Occupante Virtuoso sono ……………..( la cosiddetta pausa Amadeus)……….
I MERAVIGLIOSI RAGAZZI DI CASO BOUND!!!”

Tarallo deglutì a vuoto un paio di volte, poi appoggiandosi coi gomiti ai braccioli del sedile, cominciò a strillare con tutta la forza che poteva:

”Fascisti! Razzisti! Vergognatevi…”

Una delle mani perse la presa sul bracciolo e Lallo cadde, cadde continuò a cadere sempre più velocemente.
Venne afferrato dal vortice ed ebbe la vertiginosa sensazione di svenire o forse di morire… 

Aprendo gli occhi si trovò ad un millimetro dalla faccia il muso rincagnato e perplesso di Ralph, il cane quasi bulldog che Consuelo gli aveva regalato la settimana prima.
Fischiando come un bollitore l’animale gli stampò una gran leccata sulla faccia. Tarallo, ansimando più di Ralph, si guardò intorno smarrito e confuso: lenzuola e coperta erano state scalciate via e giacevano aggrovigliate sul pavimento, il cartone con le macerie della pizza ai funghi, pachino e ghisa, mangiata la sera precedente mentre guardava un programma sul barocco in Armenia, dimenticato sul letto, aveva unto la sopraccoperta. 

Sentiva la testa più evanescente di un libro di Baricco e la lingua paralizzata ed acre.
Provò a pronunciare la parola parallelepipedo, riuscendoci solo al quarto tentativo.
Che spavento che si era beccato!
Il numero del Professor Cervellenstein era il primo ad essere registrato nella rubrica del suo cellulare bronzeo, un vecchio modello al quale era morbosamente attaccato.
La ricaduta negli incubi, dopo mesi e mesi di tregua, era una cosa tanto preoccupante da dover essere comunicata seduta stante allo Psicologo.
Necessariamente, assolutamente.
Bevve un bicchiere d’acqua, canticchiò Granada, e fece partire la chiamata.

Lo squillo lacerò il buio della sontuosa camera da letto del Professore come una lama vorace squarcia una trippa.
L’illustre cattedratico dormiva scomposto, quasi impigliato in se stesso.
Era reduce da una notte rovente, trascorsa con la prosperosa e appassionata Domizia.


I due avevan fornito una prestazione intensa ed acrobatica, roba da assi volanti, che aveva però ridotto Cervellenstein alla stessa consistenza di una meringa.

“Chi cazzo sei, eh!?” 


Il suono reiterato, molesto e penetrante, del telefono, agendo dolorosamente, come una pialla al lavoro sul suo sistema nervoso, finì per svegliarlo.
Lo psicologo,  lamentandosi, cercò la cornetta a tastoni.
Dalla periferia di quella grande alcova arrivava intanto il russare profondo e gorgogliante di Domizia, dal volume simile a quello prodotto da un doganiere bulgaro di buona stazza.
Cervellenstein riuscì infine ad afferrare quell’accidenti di cornetta e a rispondere, ruggendo un:

“Sono Tarallo Professore, mi scusi, ma ci risiamo: sono incappato in un incubo. Capisce? Un incubo e quindi volevo dirl…”
“Maledizione Tarallo, maledizione:

questo non è il suo incubo, è il mio”….   




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