Miracolo di Natale per Tarallo

Già dal primo pomeriggio

il cielo, che all’alba si presentava di un cupo color antracite, impermeabile alle previsioni del meteo che predicavano tempesta, si era invece ampiamente schiarito, e di mattina piena sfoggiava una divisa di sole festante.
Lallo, come Gregor Samsa, si era destato molto presto da una notte di sogni inquieti. Al contrario di quello sventurato, avrebbe dovuto già trovare conforto nel fatto di non essersi trovato addosso una corazza chitinosa ed un set completo di zampine da scarafaggio.

E invece nessun pensiero positivo gli venne in mente, gravato, com’era, da brutti ricordi.
Erano ancora freschi gli incubi in cui vedeva l’ingegnere di Consuelo, a cui nel sogno aveva regalato una faccia di muschiosa pedanteria, descrivere, troppo a lungo e con voce inespressiva, ad una folla del tutto disinteressata alla cosa, in cosa consistesse il bouquet del Müller Thurgau, pungente al naso di fiori bianchi, erbe e di altri sentori erbacei e minerali: frutta bianca, come mela e pera, salvia, lime, ginestra, mirto e carbon coke.
Tarallo passò caracollando dalla stanzetta da letto allo specchio del bagno, dove, rimanendone impressionato, vide riflesso qualcosa di simile al tizio dell’“Urlo” di Munch.

Tarallo al risveglio

Doveva scuotersi, trovare il modo di sopravvivere ai pensieri nefasti.
Se li sentiva addosso come le palline nere che nelle vetrine delle agenzie di pompe funebri, adornavano gli incongrui alberi di Natale.
Decise di uscire in bicicletta.
Era quello uno dei sistemi coi quali Lallo regolava le frequenti intemperie del suo sistema nervoso: pedalare per le stradine di campagna che fuggivano svelte dalla città, lo faceva sentire, in appena pochi minuti, come se vi fosse anni luce distante.

La prospettiva di dover andare quella sera alla festa per gli auguri natalizi, organizzata da Consuelo in casa del suo ingegnere, Andrea Ferrozzi, lo nauseava.
Ogni tentativo di defilarsi da quell’impegno, che per lui sarebbe stato assolutamente contro natura, era andato fallito; la ragazza nel corso di una tragicomica conversazione telefonica, non gli aveva concesso scappatoie. Nemmeno l’invenzione di una zia etilista residente in Bulgaria, in punto di morte per una cirrosi rampante, aveva funzionato: Consuelo lo conosceva troppo bene e non l’aveva bevuta.
Ora Tarallo pedalava nel sole, sfiorava gli alti sterpi e vedeva sfilare veloci i fossi.
Vento e pensieri lo accarezzavano. Lui li sentiva arrivare, quei pensieri, e gli doleva l’animo.
L’asfalto delle stradine strette era consunto e per lunghi tratti corrugato, come una fronte: una lunga striscia di perplessità.
La memoria gli soffiava immagini che lo ferivano con improvvise fitte emotive: il sorriso della Consuelo di un tempo, quello che illuminava interi quartieri, e subito dopo la recentissima e spiacevole avventura professionale.
Ripensava  scoraggiato, infatti, al suo disastroso blitz a Roccamassima.

Obbedendo a Frangiflutti, solo perché costretto, si era davvero recato in paese per tirar fuori un reportage, chiamiamolo così, sul Natale nella tradizione locale.
Sbarcato subito nel bar centrale del paese, aveva tentato di farsi raccontare qualcosa dello spirito natalizio di un tempo, da quattro vecchi bacucchi impegnati in una briscola.

Purtroppo non aveva imbroccato il momento giusto per approcciare quel catalogo umano vivente: quelle collezioni di ossa malferme dovevano avere avuto dei conti in sospeso tra loro.
Mentre si avvicinava, Lallo aveva già notato un lieve impennarsi delle voci.
Tentando di sembrare cordiale, si avvicinò al loro tavolo improvvisando un sorriso depresso, da iena in rotta con la vita, e chiese:

“Scusate signori, sono un giornalista, potreste rispondere a qualche domanda sul Natale in paes…” .

Non lo fecero nemmeno terminare: i quattro vegliardi si alzarono contemporaneamente, tremando di rabbia e di vecchie sciatiche e cominciarono ad azzuffarsi con la furia di un ossario in tumulto.
Tarallo rimase pietrificato per più di un istante, con la mascella abbassata per lo sbigottimento, mentre la zuffa si rimpolpava e l’aria si affollava di ringhi, rantoli, sbuffi di fatica e parolacce da far arrossire un camallo in vista della pensione.
Ripresosi in ritardo dallo stupore, Lallo si buttò in mezzo ai quattro per sedare la rissa. Il proprietario del bar, privo di qualsivoglia espressione, puliva il bancone con uno straccio, indifferente come il gestore di un saloon nei film western.

Tarallo, che si era beccato anche qualche unghiata in faccia,  riuscì infine a separarli e anche se soffiavano come una batteria di mantici, uno dei vecchi, quello dall’aria più fiera, tra un sibilo e l’altro, gli indirizzò un malevolo:

“Vattenaffanguloteelnatale!!”. 

Il giornalista aveva allora dirottato l’attenzione su una massaia famosa in  paese che l’aveva annoiato a morte con un paio di ricette tipiche del Natale di Roccamassima, piatti che negli anni Quaranta erano stati studiati dagli scienziati di Los Alamos che avevano pensato di sfruttare la loro inusitata pesantezza come arma bellica, ripiegando poi sulla più leggera bomba atomica.

Il Colesterolo dunque, un mostro peggiore di Godzilla, bava alla bocca, si aggirava affamato di vittime per i vicoli stretti del paese.
D’altronde l’anomala impennata di mortalità che ogni anno si registrava in quella zona a gennaio, doveva pure avere qualche causa non riconducibile all’operosità degli assassini o alla vena creativa degli incidenti casuali.
Appuntatesi dunque le fatali ricette festive, Tarallo proseguì il suo lavoro, cercando ulteriori suggestioni natalizie da riportare, senza essere troppo melenso e retorico nel raccontare come si viveva la santa festa nel presente e nel passato.
“Cercati una medium locale e intervista i defunti!” gli aveva detto irridente Frangiflutti, imponendogli quel servizio, e Lallo allora lo volle prendere sul serio.
Tutti in paese indicavano una donna come fattucchiera ufficiale del posto, una stregona dalle funzioni eclettiche: poteva coprire molte necessità, dalla semplice fattura percussiva al filtro d’amore, dal levare il malocchio al torchiare il tuo defunto zio Gualtiero su dove avesse nascosto in casa il suo mucchietto di Bot.

Zi’ Cesarina

Zi’ Cesarina era una anziana nanerottola, tarchiata e ancora ben prestante, dalla faccia sveglia nella quale brillavano vivissimi due occhi volpini.
Tarallo le chiese se fosse in grado di raccontare, chiedendolo ad un defunto, un Natale in paese che risalisse ad almeno centocinquant’anni prima.
La fattucchiera non solo non si scompose, ma rispose tranquilla che c’era uno spirito, quello di un tal Filomeno Cianfoni, che essendo stato da vivo usciere del Comune, sapeva un po’ i cavoli di tutti e spesso veniva utilizzato dai giornalisti.
Tarallo si ammosciò per un attimo, l’originalità della sua idea veniva decisamente ridimensionata dall’affermazione della vecchia.
Alla fine si disse che essendo in forte ritardo sulla stesura del pezzo, avrebbe comunque intervistato Filomeno Cianfoni, per il tramite di Cesarina.

Si sedettero nella sala di casa della fattucchiera, un salotto pieno di oggetti vistosi con un numero spropositato di trine e merletti posti sui mobili a prender polvere.
La donna gli mise in mano un bicchierino d’epoca con dentro quello che poteva indifferentemente  essere un nocino o un cocktail di oli esausti e, convogliate le sue rughe in una smorfia di concentrazione, chiuse gli occhi.
Cominciò a dondolarsi chiamando con voce lamentosa:

“Filumeee, Filumee, viene a ecco Filumee, fatte sendìì”.

Ad un tratto si irrigidì: aveva recuperato lo spirito del defunto e stava trasmettendogli la richiesta di Lallo.
Trascorsero pochi istanti e Cesarina sembrò riaversi, tornare nella contemporaneità.
Aprì gli occhi e, guardando fissa Tarallo, gli disse:

“Ha dette Filumeno che vuole li soldi pe parlà!

– il nostro eroe sgrano gli occhi stupefatto –

Dice che chello iuornalist dell’anno scorso, glie ne dette sessant de eure…”

Tornando a casa incazzato, Lallo scrisse mentalmente il solito articolo di fantasia che avrebbe poi spedito al giornale, un misto di melma retorica e di romanzo horror coi morti zombie a ballare intorno al presepe e a fregare i dolcetti di cioccolata dall’albero di Natale. 

Sbrigata l’incombenza, la sera gli saltò addosso velocissima, rapida come una pantera nera: pochi minuti e avrebbe dovuto avviarsi verso casa dell’Ingegner Ferrozzi e fingere di partecipare alla felicità di Consuelo e ai logori riti natalizi.
Era un compito per il quale si sentiva non solo inadeguato, ma costernato, percorso da spilli di dolore e di rimpianto: perché non aveva mai trovato il coraggio di mostrare i suoi sentimenti alla ragazza fenomeno, lasciandola ad un ingegnere scacchista, radioamatore, modellista e pure sommelier?
Dove avrebbe preso la forza per non scoppiare a piangere dinanzi a quel disastro da tragedia greca?
Il saggio Abdhulafiah  aveva previsto la crisi e si era offerto di scortare Tarallo.

Si presentò così a prelevarlo, anzi quasi a prenderlo con la forza, accompagnato da Afid, il loro amico falsario.
Tarallo che per l’occasione si era infilato uno dei suoi maglioni blu, quello meno spiegazzato, si infilò sciattamente un giaccone, blu anch’esso, “ca va sans dire”, ed uscì esitante dietro ai due ex migranti. 

La Consuelo che li accolse sorridente sull’uscio di casa Ferrozzi, pur non avendo perso del tutto la sua straordinaria bellezza, sembrò a tutti come opacizzata, ripiegata su se stessa, spenta: il sorriso non le illuminava il bel volto, apparteneva più alla bocca che agli occhi.
Andrea Ferrozzi, l’ingegnere, era un tipo dimenticabilissimo: faccia piatta, occhiali con la sottile montatura dorata, fronte alta sovrastata da una sorta di “tombolo” di capelli nerastri ed un’espressione che non lasciava trasparire nulla se non l’accenno di una certa autostima, sicuramente mal riposta.

L’ingegnere Andrea Ferrozzi

La casa era ordinaria, la libreria, travolta da orrendi trofei, esponeva per lo più libri sugli scacchi, sul modellismo e sui vini.
Quadri di nessun conto, paesaggi stilizzati più che altro, intristivano le pareti, immacolate come se fossero state verniciate mezz’ora prima.
Un colossale albero di Natale troneggiava, decorato incredibilmente con fiocchi di neve posticci, piccole pedine degli scacchi dorate, modellini di aerei militari e mini bottiglie di vino, emblemi tutti della ricca personalità del padrone di casa.
Tarallo al momento delle presentazioni si era imbambolato, fu Afid con una piccola spinta a portarlo a tiro dell’ingegnere perché potessero stringersi le mani: Lallo trovò quella di Ferrozzi gelida e sudaticcia insieme.
Come se non aspettasse altro, l’uomo, che aveva una voce lievemente nasale disse: “Consu mi ha detto che lei è giornalista! Allora guardi, mi dovrebbe spiegare perché i periodici locali danno così poco spazio agli scacchi. Eppure qui in zona, lo dico senza falsa modestia, ci sono almeno dieci giocatori di livello nazionale: venga, le faccio vedere i miei trofei.

Tarallo, che già a sentir chiamare “Consu” la donna dei suoi sogni, aveva avuto un flash di fantasie degne del “Canaro della Magliana”, seguì l’ingegnere nel funesto tour degli scaffali.
Dopo cinque minuti era già mezzo asfissiato di noia.
Sentiva le voci degli altri che sfaccendavano in cucina, sovrastate da quella, riconoscibile e autorevole del Professor Cervellenstein, appena arrivato in compagnia di Giulia, l’ultima preda della sua perenne campagna di seduzione.
Avrebbe voluto raggiungere quella compagnia e tentare di diluire la tristezza opprimente che lo schiacciava, ma intanto Ferrozzi lo pressava con la sua nenia: ”In quella partita vinsi facendo esattamente come fece Botwinnik nel celebre scontro del 1954 contro Smislov, e sacrificai un alfiere alla 11ª mossa, entrambe le torri a partire dalla 18ª e la donna alla 22ª, per ottenere lo scacco matto…”.

Tarallo, mentre l’ingegnere continuava senza sosta a vantare sue epiche vittorie in tornei scacchistici locali, sentiva il pugno ammuffito della noia addentargli il collo, togliendogli l’aria.
Consuelo se ne stava di là con gli altri a cucinare.
Ferrozzi passò poi a mostrargli i suoi modellini di aereo, non risparmiando dettagli quando si trattò di ragguagliare l’ospite sul tipo di vernice che usava per colorarli, particolarmente affidabile ed economica.

Finalmente sedettero a tavola.
Consuelo andava e veniva dalla cucina con le zuppiere, l’ingegnere stette mezz’ora a trafficare col vino scelto, annusandolo e rigirandosi il primo calice tra le mani, facendolo ballonzolare con aria severa.
La sua ordinarietà era addirittura contundente, perfino Cervellenstein, uomo di mondo, aveva l’aria di uno che aveva ingoiato una balla di polvere. Ferrozzi raccontò quel vino a lungo, cantilenando per un’altra mezz’ora, prima di versarlo, parcamente, nei bicchieri, con gesti gravi da officiante di messa.
La serata andò avanti così, con Consuelo taciturna, spenta e col volto decorato da un sorriso che le si faceva sempre meno vivo col trascorrere delle ore. 

Il gruppo degli amici taralliani, pur fiaccato ulteriormente da una dotta conferenza sull’amaro che il padrone di casa aveva avuto la munificenza di far loro assaggiare, col corollario delle erbe che lo componevano e delle proprietà digestive, intravedeva ormai la salvezza: la serata era agli sgoccioli.

A quel punto Ferrozzi disse:

“E sapete quanto è costata questa splendida cena che la mia Consu vi ha cucinato? Fosse stato per lei, che fa sempre sperperi, sarebbe venuta una fortuna, credetemi.

Ma essendomi occupato personalmente dell’acquisto delle vettovaglie, ho fatto miracoli, prendendo ciascuno degli ingredienti nel posto migliore per garanzia di qualità e prezzo! È costata una vera sciocchezza così: massimo risultato col minimo investimento di danaro!”

Tutti ammutolirono, Consuelo abbassò gli occhi, mentre di colpo riaccesosi, l’Ingegner Ferrozzi esclamava: “Ma non vi ho fatto ancora vedere i miei album dei francobolli!!”

Tarallo ebbe una specie di mancamento, gettando ad Abdhulafiah un’occhiata malevola: gli avevano nascosto che quell’impiastro era anche un filatelico! L’amico chinò il capo, imbarazzato, ma in quel momento un urlo formidabile strappò letteralmente l’aria greve di casa Ferrozzi: 

“BASTAAAAAAA!”

Consuelo si era alzata di scatto dalla sua sedia.

“Non ne posso più Lallo! Guarda cosa deve fare una poveretta per darti una svegliata”. 

Raggiunse Tarallo al suo posto, gli rovesciò la testa con forza e lo baciò appassionatamente.

Da “Via col Vento”

Un vortice di vento impetuoso si sollevò: i tovaglioli di carta mulinavano roteando sopra il tavolo, due o tre degli orribili trofei di Ferrozzi caddero schiantandosi, gli amici stentavano a reggersi in piedi e strizzavano gli occhi per ripararli da quel turbine.

Consuelo non si staccava da Lallo, continuando a baciarlo, e progressivamente il suo corpo, la testa, i capelli prendevano fuoco mandando bagliori rossastri.
Tutto il quartiere si illuminò e, incredibilmente, in quella stanza tutti i modellini dell’ingegnere decollarono, prendendo il volo.
Ferrozzi gemendo li rincorreva cercando di acchiapparli in aria: “Se si schiantano dovrò rifarli tutti: una fortuna mi costeranno in soldi, pazienza e tempo”.
Intanto il turbine proseguiva e i due che si erano ritrovati finalmente, si baciavano come se non avessero, da quel momento in poi, nient’altro da fare nella vita.

Infine, l’albero di Natale dell’ingegnere, senza più la sua piccola flotta aerea, si illuminò prodigiosamente, visto che non gli era stata messa su nemmeno una sola lucina.
Tutti, a parte Ferrozzi che rincorreva disperato i suoi modellini, ridevano. Consuelo e Tarallo continuavano a baciarsi e davanti all’albero illuminato, furono solo Abdhulafiah e Afid, due musulmani, a strillare:

“Buon Natale!!”






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