Abraham Yehoshua e il gioco nascosto

Diceva qualcuno, non ricordo chi, che quando due ebrei si incontrano si formano tre fazioni.
Parlando nelle scorse settimane di Amos Oz e di David Grossman, due colossi israeliani della letteratura mondiale, abbiamo in qualche modo sottolineato un’attitudine che potrebbe essere peculiare del popolo ebraico, quella al narrare, allo scrivere.
E’ una propensione che, come si è ipotizzato, potrebbe derivare dal peso di una tradizione orale millenaria e dal valore sacro attribuito successivamente ai testi e alla parola, fatti oggetto di studio ed esercizio costante.
Analizzando ora il significato dell’aforisma iniziale, al di la della sua carica umoristica, potremmo dedurne che esista anche un’altra tendenza ebraica culturalmente assimilata, facente parte, quasi antropologicamente ormai, del bagaglio intellettuale del popolo ebraico: la tendenza a ragionare sulle cose non fermandosi ad una prima e più ovvia interpretazione di esse.

Osservando il lavoro di tanti intellettuali di origine ebraica che operano in svariatissimi campi, lavoro teso ad analizzare i fenomeni legati alle dinamiche sia individuali che sociali del nostro tempo, si ricava infatti l’impressione che il loro compito sia svolto con tale profondità, incisività e metodo, da far sì che le loro posizioni assumano spesso un forte rilievo e che si traducano in una influenza determinante sui dibattiti culturali mondiali.
Dalla scienza alla sociologia, dalla filosofia all’economia, dalla letteratura alla psicologia: in ognuno di questi ampi ambiti si possono rintracciare personalità di origine ebraica che vi hanno inciso profondamente e che tuttora operano ottenendo risultati, alimentando filoni di ricerca e facendogli fare passi in avanti.

Chaim Potok

Leggendo i meravigliosi ed appassionanti romanzi di Chaim Potok, scrittore ebreo americano, libri quasi tutti centrati sul rapporto spesso difficile tra gli obblighi di fede e la libertà individuale, si trovano spesso parti del racconto dedicate alle scuole primarie ebraiche, le yeshivah.

Colpisce, in quelle pagine così ben scritte, il fatto che nell’insegnare ai piccoli alunni i testi sacri ed impartendo loro i primi rudimenti di istruzione religiosa, li si inviti costantemente a fornirne delle interpretazioni personali, a coltivare un proprio pensiero, incentivando possibili divergenze da tesi già classicamente accettate. 
Leggendo quei passi rimane forte l’impressione che nella funzione dell’istruire rientri anche quella di allenare fortissimamente l’intelligenza, rafforzando con la conoscenza la fede, che risulta per lo più corroborata da questo esercizio, ma contemporaneamente educando alla dialettica, al concepire alternative al pensiero dominante.
Sarà per questo che il popolo ebraico ha regalato al mondo grandi figure di mistici ed altrettante di grandi sovversivi?
Di chiara origine ebraica fu, ad esempio, oltre al più famoso dei personaggi mistici, Gesù, anche Yisrāēl ben Eliezer, meglio conosciuto come il Ba’ al Shem Tov, fondatore della corrente religiosa dello Chassidismo.
Sul fronte opposto, quello dei laici irriducibili, basterebbe ricordare i nomi di Carlo Marx, o Leon Trotsky.
E se ne potrebbero fare altre decine di esempi.
Uno dei campi nei quali la presenza ebraica è stata più che semplicemente importante addirittura essenziale è, come noto, quello della psicoanalisi, scienza fondata dall’ebreo Sigmund Freud.

Sigmund Freud

Scherzando, ma non troppo, Moni Ovadia disse che la psicoanalisi era stata inventata dagli ebrei laici che provavano nostalgia del rabbino.
E per riportarci nel campo della letteratura, anche lì vi si rintraccia la medesima ricchezza dicotomica.

Moni Ovadia

Se alle opere di scrittori come Isaac Bashevis Singer, o del già citato Chaim Potok, pervase in profondità dall’aspetto religioso e dai suoi riflessi sociali, si affiancano quelle di grandi narratori laici di cui abbiamo già parlato, come Oz e Grossman, risulta che, pur nella loro diversità, tutti questi autori hanno un tratto comune, ovvero quello di cui si parlava all’inizio, la costante tendenza ad approfondire.
Si confermerebbe insomma, anche in letteratura la propensione ebraica a non fermarsi alla superficie delle cose.
In tutti questi grandi autori comune è infatti l’attenzione continua alle dinamiche psicologiche, la tendenza a scavare nell’animo umano, a cercare di decifrare le forze che regolano i rapporti tra i  personaggi.
Questa sommaria ed insufficiente analisi sembrerebbe dar ragione in qualche modo alla battuta con la quale ho iniziato questo articolo, perché è soprattutto nella letteratura che si realizza maggiormente l’atteggiamento ebraico all’approfondimento, a spaccare il capello in quattro.
E’ in quell’ambito che si fa vistoso il lascito intellettuale delle due tradizioni culturali fondamentali, quella religiosa e quella laica. 
E se si parla di scavo nei recessi dell’animo umano, la terza figura di spicco della straordinaria trinità israeliana di scrittori di livello mondiale, quella cioè di Abraham “Boolie” Yehoshua, è la più decisamente indirizzata a curare l’aspetto psicologico dei personaggi e l’intreccio nascosto dei loro rapporti. Cerchiamo brevemente di conoscerlo meglio.

Abraham Yehoshua

Yehoshua è nato a Gerusalemme nel dicembre del 1936, da una famiglia di origini sefardite.
Questo termine, che deriva dalla parola Sefarad, cioè Spagna, connota i discendenti degli ebrei che, almeno fino all’epoca dell’Inquisizione, vivevano nella penisola iberica.
Già all’interno del suo nucleo familiare, il giovane Abraham ha potuto respirare un’aria di frequentazione intensa con la cultura: suo padre Yaakov, infatti, era uno storico che si era dedicato con studi lunghi e approfonditi alla storia di Gerusalemme.
Come quasi tutti gli israeliani della sua generazione Yehoshua ha prestato servizio militare per un lasso di tempo piuttosto lungo, i tre anni che andavano dal 1954 al 1957.
Ha ricevuto la prima educazione scolastica presso la Scuola Tikhonaime, iscrivendosi successivamente all’università Ebraica di Gerusalemme, dove si è laureato in Letteratura ebraica e Filosofia.
Nel 1962 è uscito il suo primo libro: “La morte del vecchio”, una raccolta di racconti che già testimoniava la particolare bravura dello scrittore nel misurarsi con questo genere letterario difficile.

Abraham “Boolie” Yehoshua

A riprova di una stima che precocemente lo ha accompagnato, Yehoshua ha poi ottenuto incarichi quale docente esterno presso prestigiose università americane, quali quelle di Harvard, Chicago e Princeton.
La sua vita errante di quel periodo lo portò anche ad insegnare a Parigi per quattro anni e a ricoprire anche la carica di Segretario Generale dell’Unione Mondiale degli Studenti Ebrei.
Come autore fornì le sue prime prove principalmente come drammaturgo e, come si è già detto, in qualità di straordinario scrittore di racconti.
Solo successivamente però, e soprattutto per merito dei suoi romanzi, ebbe il riscontro di un vasto successo internazionale.
Dai primi anni del nuovo millennio in poi la sua fama e la sua conseguente autorevolezza si sono enormemente accresciute, tanto che Yehoshua può essere considerato oggi il più conosciuto scrittore israeliano nel mondo.
Le sue opere sono tradotte in un’infinità di paesi e i suoi testi teatrali vengono rappresentati un po’ ovunque.
Scoperto per primo in Italia dalla qualitativa casa editrice La Giuntina, specializzata in letteratura e saggistica ebraica, Yehoshua ha poi pubblicato da noi l’intera sua opera con la Einaudi.

E stato felicemente sposato con Rivka, psicanalista specializzata in psicologia clinica, scomparsa recentemente.
I due hanno vissuto ad Haifa dove è ubicata anche l’università in cui lo scrittore insegna Letteratura comparata e Letteratura ebraica.

Abraham e Rivka Yehoshua

Altrettanto autorevole del letterato è stato lo Yehoshua portatore di un costante impegno civile, l’appassionato protagonista di tante lotte.
Molte di esse le ha combattute al fianco degli altri grandi scrittori israeliani, soprattutto quelle tese a cercare un’equa risoluzione del conflitto israelo – palestinese.

Grossman, Oz e Yehoshua

Da sempre favorevole ai due stati separati e nemico aperto della politica degli insediamenti coloniali nelle terre palestinesi, negli ultimi tempi Yehoshua ha adottato una visione strategicamente diversa sul percorso da fare per risolvere una situazione da sempre esplosiva.
Queste sue posizioni più recenti sono state riportate in una bella intervista pubblicata da l’Espresso.

Secondo Yehoshua la situazione degli insediamenti è stata spinta ad un punto tale che:

“Ecco, non è più possibile sradicare i coloni.
Non c’è oggi un’autorità in grado di costringerli a lasciare le terre che hanno rubato.
Ora come ora la situazione (prendendo in considerazione Israele più la Cisgiordania) è complessa.
Potrei descriverla così: gli arabi israeliani hanno quasi tutti i diritti; quelli di Gerusalemme Est, qualche diritto, quelli dell’Autorità nazionale palestinese (che controlla il 40 per cento della Cisgiordania) un pezzettino di sovranità.
Resta la realtà dell’occupazione militare.
Ci sono palestinesi privi di qualunque diritto.
Ed è una situazione insopportabile per qualunque persona voglia definirsi un democratico”…

 … “E oggi, da democratico, da persona razionale e illuminista, voglio l’uguaglianza dei palestinesi di fronte alla Legge.
Israele deve offrire ai palestinesi della Cisgiordania la cittadinanza; con tutti i vantaggi: dal servizio sanitario al sistema pensionistico.
Ma, ripeto: la cosa più importante è l’assoluta uguaglianza davanti alla Legge.
Non sono un ingenuo.
È probabile che molti non vorranno prendere la cittadinanza israeliana. Molti diranno: accettarla significa approvare l’annessione della Cisgiordania a Israele.
Ed è ovvio che io non posso imporre loro la cittadinanza.
Ma l’importante è il gesto, l’intenzione: per me voi siete cittadini con pari dignità e uguali.
Ed è importante dire un’altra cosa: se, per miracolo, un giorno dovesse nascere uno Stato palestinese, loro saranno liberi di rinunciare alla cittadinanza israeliana”. 

Yehoshua

Come si diceva all’inizio di questo articolo, la principale caratteristica tematico stilistica di Yehoshua è stata quella di spostare l’attenzione dai gruppi agli individui, scavando costantemente nel profilo psicologico dei suoi personaggi e descrivendo con minuzia e sensibilità l’intreccio sottile che si stabilisce tra le persone, il gioco nascosto, complesso e a volte imprevedibile dei rapporti umani.
Nei suoi racconti soprattutto, ma anche nei romanzi, si possono talvolta incontrare delle figure che, per il lavoro che svolgono o per loro caratteristiche personali, vivono isolate dai contesti sociali affollati.
In questi casi Yehoshua descrive così minutamente e bene il loro dialogo interiore da poter essere considerato forse l’erede migliore di quel gruppo di scrittori ebrei mitteleuropei ottocenteschi che, come Schnitzler, furono maestri del monologo interiore, del cosiddetto flusso di coscienza.

Altrettanto abile lo scrittore si dimostra quando descrive il gioco di relazioni che intercorrono in gruppi di persone tra loro legate per ambiente frequentato, lavoro o parentela.

Addirittura straordinario si dimostra Yehoshua nei casi in cui, come ne “L’amante” o in “Un divorzio tardivo”, adotta la tecnica del romanzo corale, in cui la trama viene raccontata a turno da ciascuno dei protagonisti, rendendo così efficacissima la constatazione di come ogni singolo personaggio si denudi leggendo in modo diverso gli stessi eventi.
Inutile nominare qui tutte le opere di Yehoshua, numerosissime e di grande livello letterario, ma come ho fatto per i libri di David Grossman, tra i quali ho menzionato due titoli da me particolarmente apprezzati, posso dirvi che leggere “Ritorno dall’India”, che pure non è tra le opere più note dello scrittore, è stato per me fare un viaggio appassionante nel meno prevedibile percorso dell’amore. 



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