Strippozzi a volontà per Tarallo. Parte terza


Riassunto delle puntate precedenti. Costretto dal Direttore temporaneo del Fogliaccio a fare un articolo sulla Sagra degli Strippozzi a Castel di Borbolonzo, Tarallo, con Consuelo e Cervellenstein riesce a sfuggire alle molte trappole di una festa paesana, ma Dora, l’ultima conquista del Prof. Cervellenstein viene catturata dal Comitato Organizzatore e ridotta allo stato di majorette… 

Basito per la sorpresa, il gruppetto di amici, cominciò a studiare un piano per demajorettizzare la povera Dora, che di concerto con le altre tristi figure femminili e rigorosamente fuori tempo rispetto alla banda, andava allontanandosi brandendo scioccamente una specie di scettro.
Tarallo era per un blitz improvviso: avrebbero sparato musiche di Marco Mengoni o una salva di singhiozzi dei Negramaro per paralizzare le altre majorettes, neutralizzare eventuali guardiani e afferrare Dora mettendola in salvo.

Il Professor Cervellenstein suggerì invece di sostituirsi, stordendolo con una terzina dantesca, al “direttore musicale” della banda, il Maestro Italo Grassi Ravioli, un tizio che era il ritratto sputato di Al Capone, facendo cessare anzitempo l’esibizione. Due, a parere dello Psicologo,  i vantaggi di una tale opzione: in primis, si sarebbe dato modo alla musica di presentare denuncia per lo stupro subìto, e inoltre lo sciogliete le righe concesso alla banda, avrebbe liberato anche le majorettes, permettendo a Dora di fuggire.
Consuelo, infine, si offrì di fingersi la nipote di Dora e di andare a prelevarla portandogli la falsa notizia della scomparsa, all’età di centotre anni, di sua zia Alabarda.
A quel punto la loro amica, colpita da un tale, insopportabile lutto, sarebbe stata autorizzata perfino dai cuori di pietra del Comitato ad abbandonare la sfilata in tempo per le presunte esequie, disperdendosi subito dopo nella calca.
Si decise di adottare quest’ultimo progetto, così Consuelo corse dietro alla processione per metterlo in atto, mentre Tarallo e Cervellenstein, in attesa di sviluppi, decisero di farsi un aperitivo al Bar Centrale.

Un gruppo di artisti ed intellettuali all’esterno del Bar Centrale

Il locale registrava il pienone, ma appena entrati i due amici sentirono immediatamente un gran vociare e percepirono un’atmosfera elettrica, vibrante di tensione.
A ridosso del bancone si affannava accalcandosi una muraglia di gente. Qualcuno urlava a pieni polmoni. Sentirono una voce levarsi strillando sulle altre:

“Lei mi deve dire caro signore, che le viene in tasca dal fare quel gesto insopportabile! Cosa le viene, eh? Le migliora forse la vita ruotare la tazzina prima dell’ultimo sorso di caffé o di cappuccino? Agitarla in tondo nell’aria rende migliori quelle bevande? A che le serve eh, ad arpionare più zucchero? Più schiuma forse? Ho sempre odiato chi ruota la tazza prima dell’ultimo sorso e non mi metterò ora a perdonare lei. Cosa? Che va dicendo? Non mi faccia ridere caro signore, e non mi faccia più vedere quel gesto insulso, inutile e antiestetico, perché a costo di finire in galera, io le pianterò quella tazza nel…”

Omar Tressette
Omar Tressette

Omar!! Omar!! Si Calmi!”, urlò il Professor Cervellenstein. Aveva ovviamente riconosciuto la voce di Tressette e, ripresosi dallo stupore e senza nemmeno chiedersi da dove fosse saltato fuori il suo paziente più idiosincratico, si era lanciato a spintoni verso di lui per bloccarne l’azione, che minacciava di degenerare. Il Professore prese il famoso intollerante per un braccio, scostandolo dallo scuotitazzine, uno strano essere che era rimasto così sbalordito da sembrare ritratto nel marmo, rigido come una statua. 

“Che ci fa lei qui a Castel di Borbolonzo, Tressette? Da dove sbuca?”

“Ah, Professore – disse Omar, che aveva abbassato di molto il piumaggio e aveva assunto un’aria innocente – siamo venuti qui con Abdhulafiah e Afid perché sapevamo che Lallo e voialtri eravate qui e volevamo fare anche noi una gitarella… Ora si scherzava un po’ con questo amico che ruota la tazzina prima dell’ultimo sorso…”

Il professor Cervellenstein
Il professor Cervellenstein

Omar, domani sposterò l’orario del lanciatore di coltelli e insegnante di tombolo, nonostante la gravità del disturbo da personalità multipla da cui è afflitto, e lo farò pur di concedere a lei una seduta straordinaria! Vedo bene che ce n’è bisogno: venga quindi puntuale alle 18,00. Non mi piacciono queste ricadute.
L’intolleranza al ruotaggio della tazzina di caffè o di cappuccino, se ricordo bene, causò il suo secondo divorzio già quando, alla fine del vostro pranzo di nozze, dopo mille portate, si arrivò al caffé e la sposa, poveretta, bevendolo, si fece scappare quel gesto. Non andò così forse?”

“Mi pare di sì. Forse sì. Anzi certamente sì: io vidi, diedi fuori di matto e decisi subito di mollare, così il mio avvocato, che era tra gli invitati, cominciò a stilare i documenti per la nostra separazione mentre mangiava una fetta della nostra torta nuziale..”.

La sposa di Tressette nel fatale gesto della tazzina

“Fiuuhh –  fischiò a mezza bocca Tarallo –  un accidente di record!”

Uscirono tutti e tre dal bar.
Tressette, a capo chino, cercava di riguadagnare le simpatie del suo analista, Cervellenstein per il momento rimaneva tuttavia sulle sue, con un’espressione severa a serrargli i lineamenti del viso.
In piazza intanto era cominciata la distribuzione degli strippozzi: si mangiava finalmente e l’odore forte della salsa innamorava i nasi, facendoli vibrare come alucce.
Numerosi, i turisti cercavano di barcamenarsi coi piatti di carta e le posate di plastica, ma domare con quell’attrezzatura essenziale un piatto di strippozzi imbizzarriti era cosa che poteva riuscire solo ad un castelborbolonzese puro. Il selciato iniziava infatti a coprirsi di sugo e di pasta esanime. 

Tarallo vide Consuelo provenire da una via laterale, aprendo la folla al suo passaggio come un coltello caldo scioglie il burro: Dora era con lei, libera dunque, ed erano comparsi pure Abdhulafiah e Afid con due monumentali piatti di strippozzi fumanti

Il gruppo riunito, grazie alle arti diplomatiche del Professor Cervellenstein che si era rasserenato  per aver recuperato Dora, riuscì a trovar posto ad un tavolo del Circolo Culturale “ Sant’Ampelio Divin Sommozzatore”, che affacciava sul corso principale del paese.
Consumarono in letizia quasi mezz’ettaro di strippozzi, annegandoli in più fiaschi di Borbolonzello, il tossico rosso locale, e godendosi lo spettacolo tipico di quel rito collettivo.

Le giostre sputavano in orbita cento bambini strillanti al minuto, i padri lanciavano occhiate sbieche e febbrili alle majorettes mezzo disfatte e le mamme li incenerivano con occhi di bragia.
Coriandoli vaganti atterravano su nuvolette di zucchero filato e le bocche delle bambine si spalancavano allora in urli prolungati, in sirene di pianto dirotto. Appartato in un angolo poco illuminato, un mangiafuoco dall’espressione infelice ingollava una bustina di Gaviscon. Tarallo a quel punto sapeva già cosa scrivere, ed era cosciente che non sarebbe piaciuto al Direttore dalle ascelle palustri.
Del resto da tempo il nostro giornalista d’assalto aveva rinunciato ai plebisciti in favore della sua persona, non cercava mai il facile applauso: lui filava molto meglio controcorrente.
Teneva stretta la sua Consuelo, felice al punto che una insolita indulgenza per il mondo lo aveva invaso.

Se la spassavano gli amici, si divertivano davvero: Abdhulafiah aveva comprato nasi finti per tutti e recitava il listino dei titoli bancari come fosse un’orazione, una nasale, ipnotica giaculatoria.
L’atmosfera non avrebbe potuto essere migliore.

Tutto cambiò di colpo quando, calate le prime ombre, si accesero abbacinanti le luci del palco.
Una inconscia inquietudine si sparse come un odore tra la folla stipata ai piedi del palco. Sotto quei riflettori dalla potenza inusitata comparve improvvisamente quel gruppo di criminali del liscio che aveva già seminato una lunga scia di terrore nelle orecchie di intere comunità innocenti. 

Un tizio, un cerimoniere troppo colorato e molto malvestito, farcito di strippozzi e rubizzo per i troppi bicchieri di Borbolonzello scolati, guadagnò barcollando il centro della scena, afferrò il microfono e con voce impastata dai meteorismi annunciò:

“Signore e Signori, abbiamo il piacere di avere con noi 

“I SICAARIIII”.

Trascorse qualche secondo durante il quale i malviventi della nota, acclamati dalla folla inconsapevole, si scambiarono significative occhiate, con dei ghigni appena accennati. Partirono poi con la prima, distruttiva mazurka. 

E fu subito notte.   

Sotto il divertente pseudonimo di Lallo Tarallo si cela lo scrittore,  polemista satirico, storico della filosofia kirghiza e collezionista di barchette fatte con carta di quaderni Pigna, Lallo Tarallo.
Nato da qualche parte in un giorno di settembre a vostra scelta, si dedicò dapprima a studi classici, approfondendo soprattutto i nebulosi rapporti tra Sparta e Pontinia, poi, all’insaputa di tutti, lui stesso incluso, iniziò l’attività di scrittore.
Nel 2017, infilatoci da una muscolosa raccomandazione di uno zio piduista, entrò nella redazione del Fogliaccio Quotidiano, rimanendo però sempre pericolanti i suoi rapporti di lavoro e personali col Direttore, Ognissanti Frangiflutti.
Vinte mille difficoltà, è riuscito infine a conquistare Consuelo, una donna tanto bella da rischiarare il mondo, e a mettersi definitivamente calmo sul piano sentimentale.
Ha frequentazioni con soggetti migranti o bizzarri, o entrambe le cose, e da quando era feto è in cura con l’illustre Psicologo e clinico Samuel Cervellenstein.


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