Gabriella Ferri: Roma nel cuore…

                                   

“Ognuno ha tanta storia / tante facce nella memoria / tanto di tutto / tanto di niente / le parole di tanta gente / Tanto buio tanto colore / tanta noia tanto amore / tante sciocchezze / tante passioni / tanto silenzio / tante canzoni…”

La sua voce non era di qualità superiore, ma era la personalità di Gabriella, a renderla particolare, meravigliosamente unica.
Trasmetteva emozioni, anche quella più forte che si possa avvertire: l’infelicità della vita.
Gabriella cantava la consapevolezza dell’insensatezza della vita e dell’impossibilità di ribellarvisi, anche quando si è ubriachi di gioia e di voglia di vivere.
Anche nelle sue interpretazioni apparentemente più ricche di allegria, da esse arrivava al cuore un sentimento di malinconia e di fragilità di fronte al mistero della vita.
Nella sua esistenza, dopo aver riportato successi trionfali, ha finito per cedere alla depressione.
Non è importante che abbia voluto o no togliersi deliberatamente la vita, cosa che la famiglia ha sempre smentito con fermezza, o se sia stata vittima di un infortunio conseguente alla mancanza di lucidità.
In ogni caso non poteva esserci una conclusione diversa o altrettanto simbolica, per la sua testimonianza, costante nella sua vita, dell’alternarsi di gioia e dolore. 
Perfino a “Dove sta Zazà”, la celebre canzone napoletana, Gabriella aveva dato un’anima malinconica e drammatica, perfetta al punto che Cutolo, l’autore della stessa, le scrisse: “Dopo tanti anni finalmente ho trovato l’interprete giusta”.

Pare si fosse ammalata di depressione dal giorno della morte del padre. Suo figlio ha raccontato: “Si svegliava con il panico, aveva paura e prendeva pillole che la facevano sentire un po’ meglio”.

La sintesi migliore su di lei, la fece Fellini: “Una voce, una faccia, un clown”.

Ma il suo ritratto più perfetto e struggente fu quello di una sua amica, l’attrice Antonella Morea: 

“Come diceva un titolo sul Messaggero: adesso il cuore di Roma è più povero… Lei era un pagliaccio straordinario, un pagliaccio di razza. Veramente l’amica ideale, ti dava tutto. Dove cantava, ecco, lì era il centro del mondo. La disperazione degli autori. Un po’ un pazzariello, uno sguardo dolce e disperato che non si può sfuggire. Era la maschera con cui lei nascondeva tutto, tutto quel macello. Molto sensibile, molto ansiosa, molto severa con sé stessa. Ogni sua frase era un urlo lanciato al mondo. Donna bellissima che non aveva paura di imbruttirsi, eccentrica, anticonformista, libera, rivoluzionaria, troppo in tutto”.

Sulla depressione, la compagna di sempre, la Ferri diceva spesso: “Ero stanca di sentirmi un oggetto, che si avesse interesse solo per il mio personaggio, sentivo la necessità di essere un po’ persona…”

Sempre sincera, su di sé raccontava: “Mi piace vestirmi da pagliaccio, da Ridolini, con la bombetta calata sugli occhi, la biacca al viso: non è tanto per umiliare il mio corpo, ma per una ribellione a tutte quelle che vogliono apparire snelle e sexy”. 

Anche il rapporto con Roma era passionale e contraddittorio.
C’era intanto del livore: “Con Roma io sono arrabbiatissima. Questa Roma che ha un fardello così pesante di storia e di cultura, con questi romani pigri, che tirano a campa’, che fanno la siesta per digerire le strippate di spaghetti, con tutte quelle macchine da scavalcare quando cammini, è stata snaturata, è diventata sciattona, sporca.”
Ma c’era anche l’amore intenso“Il mio rapporto con Roma è viscerale, inviolabile, perché è la mia città nativa. Se mi guardo allo specchio non vedo me, vedo Roma, i suoi colori, i tetti, questo incastro di vicoli, di piazze, un bellissimo mosaico. Per me Roma è un meraviglioso merletto, fatto a mano, dagli angeli”.
E ancora: “Sono molto legata a Testaccio, il monte dei Cocci. Io sono nata proprio qui nel quartiere romano per eccellenza, di fine ‘800, inizio ‘900, un po’ felliniano… povero Fellini, che ogni tanto citiamo per esprimere le nostre immagini. Con tutto il rispetto e l’ammirazione s’intende, perché è stato un padre per me e un grande amico. Testaccio è un po’ felliniano perché è semivuoto, c’è un silenzio particolare, la gente ama starsene nei cortili o sui ballatoi… Un sapore che solo un testaccino tosto, gajardo e duro riesce ad assaporare”. 

Una vecchia immagine del Monte dei Cocci al Testaccio
(Foto: Roma Sparita)

Un pensiero per la cucina: “La cucina romana, quella della mia povera mamma, era una cucina pesante, perché era il dopoguerra, c’era povertà e quindi si mangiavano le interiora (…) e queste cose io le rifiutavo. Io sono cresciuta con zuppe, con quelle minestre che poi il grande Aldo Fabrizi ha raccolto in un libro che mi ha dedicato. Mi piacevano molto pasta e lenticchie, pasta e fagioli, pasta e patate, pasta e ceci (…) invece la pajata, la coratella, la coda alla vaccinara sono cose da dar da mangiare a omoni grandi e grossi…”

E c’era sempre la sua Roma nel sangue: “Adesso non posso allontanarmi tanto da Roma, se vado via sto male, malissimo; Quando torno a casa non ti dico la gioia. Ho vissuto in Venezuela, in Africa, in Messico, in Francia, in Inghilterra… però non posso allontanarmi da Roma, mi manca troppo. Roma è la mia pelle”.

Gabriella Ferri nacque il 18 settembre 1942 a Roma, nel rione popolare di Testaccio.
Il rapporto con il padre Vittorio, commerciante ambulante di dolci, fu piuttosto burrascoso a causa dei suoi modi tirannici, anche se fu proprio lui a trasmetterle l’amore per la musica del repertorio tradizionale romano
Gabriella, comunque, nonostante il rapporto tra loro fosse contrastato, non si allontanò mai dal padre, considerandolo sempre una figura centrale della sua vita. 
La prima ambizione di Gabriella fu quella di diventare un’indossatrice, ma non disdegnò di fare lavori umili come l’operaia e la commessa. 
Abbandonata la casa natale, andò a lavorare in un negozio nei pressi di piazza del Popolo, dove nel 1963 conobbe Luisa De Santis e ne divenne amica. 
Insieme diedero vita ad un duo chiamato Luisa e Gabriella, che cercava di riscoprire il repertorio folk romano, riproponendo canzoni come “Barcarolo romano”, “Le Mantellate” o “La società dei magnaccioni”

Un anno dopo decisero di andare a vivere a Milano, dove grazie alle conoscenze di Luisa, trovarono l’appoggio dei salotti intellettuali locali. 
La svolta per loro avvenne quando un entusiasta Enzo Jannacci riuscì a farle esibire all’Intra’s Derby Club dove vennero notate dal discografico Walter Guertler, che le mise sotto contratto con la Jolly, pubblicando una loro rielaborazione del brano “La società dei magnaccioni”, che presentarono anche nella trasmissione televisiva “La fiera dei sogni” condotta da Mike Bongiorno.
Il duo però non durò a lungo, a causa della timidezza di Luisa che non amava cantare in pubblico, così Gabriella continuò da sola, incidendo nel 1966 anche il suo album di debutto.

Dodici canzoni, cinque delle quali registrate insieme a Luisa prima della separazione, e tre dal repertorio di Romolo Balzani: “Er carrettiere a vino”, “L’eco der core” e “Barcarolo romano”.
Dopo una tournée in Canada assieme ad altri esponenti del folk come Caterina Bueno, Otello Profazio e Lino Toffolo, con lo spettacolo teatrale “Folkitalia”, Gabriella tornò a Roma e nello stesso periodo fu tra i protagonisti che animavano la vita notturna dei locali della capitale, soprattutto il Piper Club. 
Lì conobbe e strinse amicizia con Patty Pravo, uno spirito libero che come lei non conosceva convenzioni e amava divertirsi. 

Iva Zanicchi Gabriella Ferri e Patty Pravo

Sempre in questi anni spensierati la Ferri fu la prima persona che Renzo Arbore incontrò a Piazza del Popolo, appena trasferitosi a Roma con la sua Cinquecento. 
Tra i due fu subito love story e mentre lui la avviò al repertorio napoletano, lei lo introdusse alla romanità e al giro degli artisti della capitale, come un moderno cicerone.
Alla fine del 1966 Gabriella approdò al Bagaglino di Roma di cui divenne la cantante ufficiale e qui conobbe Piero Pintucci, che divenne un suo collaboratore musicale abituale. 
Nel 1968 incise un 45 giri per la ARC, il cui lato B “Ti regalo gli occhi miei”, raggiunse i vertici delle classifiche di vendita in Sudamerica, nella sua versione spagnola che si intitola “Te regalo mis ojos”, vendendo svariati milioni di copie.
Conseguentemente intraprese un tour nei paesi sudamericani, con strepitoso successo, per poi tornare ad esibirsi al Bagaglino con Enrico Montesano. 

Enrico Montesano, Gabriella Ferri e Pino Caruso
(FOTO archivio ANSA)

Fu a questo punto che si appropriò di tutte le canzoni che, vecchie o nuove, che fossero, le dessero la possibilità di costruire dei veri e propri numeri, quasi delle “macchiette”, nelle quali però non c’era imitazione dei vecchi artisti, ma il filtro di una personalità esuberante.
Nella sua versione, “Dove sta Zazà”, che nel dopoguerra era stata il simbolo dell’Italia dissolta, si trasformava in un brano intriso di amarezza, esattamente come in “Ciccio Formaggio”, il vecchio brano di Nino Taranto.

Gabriella Ferri al mercato romano di Porta Portese

Negli anni ’70 aumentarono le sue apparizioni in televisione e verso la metà degli anni ’70 condusse per la televisione anche il varietà “Dove sta Zazà”. Aveva intanto conosciuto un giovane diplomatico, Giancarlo Riccio, che sposò nel 1967.
Si trasferì con lui in Kenya, a Kinshasa, ma soffriva la forzata inattività e convinse presto il marito a tornare a Roma.
Quel matrimonio non durò però a lungo: dopo separazioni e riconciliazioni, si concluse nel 1970.
Due anni dopo, in Venezuela, conobbe l’imprenditore americano di origine russa Seva Borzak, che sposò solo tre mesi dopo: da lui ebbe l’unico figlio, Seva junior. 
Racconta di lei il figlio: “Madre attenta e aperta. Nel mondo dello spettacolo aveva però pochi amici veri: Pier Francesco Pingitore, Pippo Franco, Leo Gullotta, Pino Strabioli, Enrico Montesano, Renato Zero, Mara Venier e Patty Pravo”.

Adorava il suo pubblico, amava il popolo, la gente comune, senza pregiudizi. 
Era geniale e quindi spesso si sentiva sola e incompresa per effetto della micidiale solitudine del talento. 
I suoi primi successi personali furono “Barcarolo romano” e “La società dei magnaccioni”.
Un milione e 700.000 copie nel 1964!  Era famosa nel mondo e a Roma, tra Bagaglino, Folkstudio e Piper. 
Un neo nella sua carriera avvenne nel 1969, al Festival di Sanremo. Fu la sua unica partecipazione: in coppia con Stevie Wonder, propose un’ottima canzone “Se tu ragazzo mio” ma fu eliminata al primo turno.
Di quel periodo va ricordata anche la bellissima canzone “Sinnò me moro”, scritta per lei da Pietro Germi! 

Un bellissimo filmato da non perdere: Gabriella parla con il regista prima di incidere il brano

Ebbe solo gloria e trionfi negli anni Settanta, anche in tv, insieme con Pippo Franco ed Enrico Montesano e nel 1980 l’ispirazione le arrivò dalle canzoni scritte per lei da Paolo Conte come “Non ridere” e l’autoironica “Vamp”. Successivamente si trasferì per qualche tempo negli Stati Uniti. 
Le sue due ultime uscite artistiche avvennero nel 1996, al Premio Tenco di Sanremo, spettacolo nel quale si esibì con gli Avion Travel e nel luglio del 1997 con un concerto al Parco Celimontana a Roma davanti a 7.000 spettatori quando se ne aspettavano forse appena un migliaio. 
Nel 1997 annunciò il ritiro definitivo dalle scene. Anche a causa delle frequenti ricadute nella depressione, suo tormento ormai da anni, e da quel momento in poi, a parte qualche sporadica apparizione televisiva, scelse di condurre una vita ritirata.

Il 3 aprile 2004 Gabriella Ferri morì, in seguito alla caduta da una finestra della sua casa di Corchiano, in provincia di Viterbo. 

Nonostante molti affermassero che il suo fosse un suicidio, soprattutto per averlo già tentato nel 1975, dopo la morte del padre, non vi è stata mai certezza che lo fosse stato davvero, tra l’altro la cantante non lasciò nessun biglietto di addio.
Anche i familiari smentirono fermamente quella analisi, ipotizzando che ciò che la stroncò poteva essere stato un malore, causato forse dai medicinali antidepressivi che le facevano girare spesso la testa. 
Per volontà dell’allora sindaco di Roma, Walter Veltroni, la camera ardente venne allestita in Campidoglio, nella Sala Protomoteca, dove migliaia di romani le resero l’ultimo omaggio.
La sua salma riposa oggi nel Cimitero del Verano.

Disse di sé, più di una volta: 

“Il mio non è un discorso musicalmente colto: la mia è una certezza del tutto emozionale, ma io credo che un cantante debba poter cantare tutto ciò che ama davvero”.

Tonino Panino è nato, o meglio è stato covato a Roma negli anni del boom italiano, cioè all’incirca a metà degli anni Cinquanta.
Già da piccolo amava a tal punto i suoi contemporanei che meditava di fondare un Erode Fun Club.
La faccenda si concretizzò solo qualche decennio dopo e Panino, insieme col collega Tarallo, venne nominato membro a vita del sodalizio, percorrendone per intero il cursus honorum.
Figlio unico, per buona sorte dei suoi mancati fratelli e sorelle, da piccolo non era molto studioso, preferendo trascorrere il suo tempo tra le braccia di Euterpe, piuttosto che a scuola, ascoltando musica e suonando: prima il pianoforte, poi il violino, quindi le percussioni e per ultimo il campanello di casa.
Senza musica non vivrebbe, lo sanno anche in casa, luogo nel quale è sottoposto giornalmente ad una flebo di gorgheggi melodici.
La sua musica preferita è il folk jazz sinfonico, ma non gli dispiace neppure la musica elettro-barocca da camera: comunque vista la sua spaventosa apertura mentale in campo musicale si può dire gli piacciano tutti i generi tranne i raga tibetani.
Non è una buona forchetta e non ama stare in tavola più di 35 secondi, e questo solo nel raro caso si senta di buon umore.
Ha la cordialità di un riccio arrabbiato ed è abitudinario al punto di non aver mai cambiato moglie.
Parla fluentemente un po’ di lingue tra cui l’uzbeco e il sezzese. 


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