Tarallo Beach. Parte Seconda

                                                    

Erano appena passate le dieci di mattina quando Sebastiano Caboto Jr, da sempre tuttofare, dermatologo abusivo, astrologo e autista di Omar Tressette, parcheggiò la Lada Vaz Zigulì rossa, unico mezzo automobilistico tollerato dal suo eccitabile datore di lavoro, nel parcheggio riservato allo stabilimento. 

Era un modello russo, esteticamente più che asciutto, che occhieggiava platealmente alle carrozzerie  delle vecchie ed eleganti Fiat degli anni Sessanta: era squadrato, con interni abbastanza spaziosi per organizzarvi tornei di golf o gare di liscio, e vantava un motore eterno, robusto e capace di grandi prestazioni.

Mentre il discutibile testo e la riprovevole melodia della sciropposa canzone “T’aggio a strapazzà ‘a succlavia” si diffondevano per la spiaggia, valorizzati, si fa per dire, dalla voce bituminosa di Tony Burro, l’idiosincratico Omar Tressette e Tristano Cacace, detto “uno, nessuno e centomila” a causa del suo disturbo da personalità plurima, raggiunsero il Professor Cervellenstein sulla terrazza de “La pinna ingioiellata”. 

L’illustre psicologo, che non aveva tardato ad ambientarsi in quel contesto balneare, al momento stava spiegando a Darja Petrovna, una avvenente turista russa, i sintomi e gli effetti della Sindrome di Stendhal sugli abitanti di Kenosha, nel Wisconsin, sorbendo frattanto un cocktail dalla fantasmagorica fluorescenza. 

Ripresosi dalla sorpresa di vedersi comparire davanti Tressette con un costume da bagno d’altri tempi, lungo e striato, da zebra posticcia, mentre Cacace fiutava l’aria come un bracco, Cervellenstein chiese al suo paziente più eccitabile come fosse andato il loro viaggetto verso il mare.

Omar, già nervoso come un neurologo a fine turno, non si fece pregare per rispondere, con la sua vocetta acuta e stizzosa: “Beh Professore, con quel tipo lì, come si chiama, ah sì, Cacace, non ci si annoia certo.
Eravamo solo noi due in macchina, lasciando perdere Caboto, eppure c’era un tale chiasso!
Sembravamo una comitiva in gita perché lui partecipava alla conversazione con almeno tre o quattro personalità diverse.
Pensi che a volte riusciva pure a farle litigare, così dovevo cercare di calmare gli animi: si figuri! Proprio io!!

Il Professore non fece alcun commento ma, sempre attento all’etichetta, presentò i due nuovi arrivati a Darja Petrovna. 

Fu così che dopo che Tressette, facendola rabbrividire di imbarazzo, ebbe ispezionato attentamente la tenuta balneare della russa, non trovandovi nulla di esecrabile, Cacace, con prodigiosa intuizione sulla nazionalità della donna e assecondandola in pieno, andò in trance.

Venne posseduto alla velocità del fulmine da una personalità nuova di zecca.
L’occhio gli divenne assorto e umido, come se rivedesse, rimpiangendola acutamente, la luce rosata e dolce di San Pietroburgo, coi suoi tramonti struggenti sulla Prospettiva Nevskij.
La postura gli si irrigidì dandogli un tono marziale, da ufficiale che risente ancora di una vecchia ferita alle terga, e fece per lisciarsi un paio di baffetti che non aveva. 

Capitano Eugenij Zorzikov/Cacace

Prese la mano della donna, chinandosi in un profondo inchino, e la sfiorò appena con le labbra in un casto baciamano: “Capitano Eugenij Zorzikov, per servirla, Signora…”, disse, scoccandole uno sguardo febbricitante.

“Ohh, molto onorata, Capitano! Sono Darja Petrovna Cicikin, dama di compagnia della Signora Irina Kazzeggiovna Struttov: sì, ha capito bene, proprio lei, la moglie di Anatolij Lardenko, il Re degli insaccati alla frutta”.

Nell’assistere a questo scambio di convenevoli tra russi, veri o apocrifi che fossero, gli occhi di Tressette, già piuttosto sporgenti, presero le dimensioni di una palla da tennis. 

Sbalordito, osservò: “Cazzolina! E questo qui da dove esce ora?
Sulla macchina, venendo qui, non c’era: lui aveva impersonato perfino un thug malese con tanto di laccetto da strangolo e santini di Kalì, ma non ha mai prodotto alcun ufficiale russo!”.  

La Dea Kalì

Cervellenstein intervenne allora con tutto il peso della sua autorità morale ed intellettuale, cercando di recuperare sia la personalità originale di Cacace che la presa sulla bella Darja. 

Spedì quindi i due pazienti a fare una passeggiata sul bagnasciuga, facendo in modo di tenerli d’occhio e di registrarne le interazioni con l’ambiente.

Tarallo e Consuelo intanto parlavano fitto fitto, arrostendosi gli occhi in reciproci sguardi infuocati, come sempre dimentichi di tutto. 

Abdhulafiah e Afid nel frattempo si erano portati nel settore di costa riservato allo stabilimento confinante, “Il pescecane vegano”, e avevano attaccato bottone con due costumiste lucane nella pretesa, non troppo velata, di scostumarle. 

Il Professore, pur concentrato sul suo lavoro di osservazione dei suoi due pazienti, era riuscito a riacciuffare l’attenzione di Darja Petrovna, accennando a cantare “Parlami d’amore Mariù”. 

La sua voce tenorile e l’interpretazione della canzone, intensa ed appassionata, non mancarono di incidere sulla romantica indole slava della bella signora, che fu presto preda di un forte fremito di piacere. 

Con gli occhi semichiusi, Darja sussurrò qualcosa di caldo e incomprensibile in un russo dolce e musicale, bevve d’un fiato il suo crodino e con un gesto teatrale lanciò alle sue spalle il bicchiere, nel classico rito russo del brindisi.

Brandon De Filippis, al suo primo giorno di mare, idraulico e ballerino di salsa, una vera belva da caccia grossa a qualsiasi essere di sembianze anche vagamente femminili, sport che esercitava prevalentemente nei locali della palestra “El Coguaro”, gestita dal Maestro Ciro Duarte, tra tutte le migliaia di balneatori presenti, fu colui che con la parte occipitale della testa intercettò il bicchiere della Cicikin:
Riuscì a non svenire, e nemmeno suo cugino, Randall Postiglione, suo vicino di sdraio, dal tenore dei discorsi che prese a fare si accorse che aveva riportato un trauma cranico

Il maestro Ciro Duarte dirige una seduta di Zumba nella palestra “El Coguaro”

Disse dopo, anzi, quando cioè Brandon si era ormai già prodotto nell‘imitazione di un astice col mal di chele, di non avere riscontrato differenze significative dalla norma nel livello dialettico di suo cugino dopo la botta ricevuta.

Ad un tratto, tra i bagnanti si diffuse come un’onda di nervosismo. La folla vibrò e si sentirono prima suonare alti strilli e versi strozzati che dopo un istante di sospensione tracimarono in un potente muggire collettivo. La spiaggia fermentava sotto la calura.
Tarallo, col suo istinto di giornalista, colse subito i prodromi di un evento spettacolare e mise mano al suo taccuino.

Nemmeno un secondo dopo si scatenò una furiosa rissa da spiaggia. Era tutto un mulinare di membra: volavano botte e sospiri, ringhi e sudori, calci e rantoli. Roteavano le trippe e tremavano i lombi pasciuti nella fatica del picchiarsi sulla sabbia alta, sotto un sole già manesco di suo.

Il Professor Cervellenstein, che nonostante il dovere professionale, discorrendo con Darja si era distratto per un attimo di troppo, corse subito a dar manforte ad un gruppo di volenterosi paceri che nel tentativo di sedare gli animi esacerbati, avevano già preso più di un ceffone in faccia.
Per un po’ non si capì nulla: tutti picchiavano tutti, tutti urlavano a pieni polmoni. 

Quando, dopo svariati minuti di pazzia totale, tornò la calma, qualcuno disse allo psicologo che tutto quel disastro era iniziato quando un tizio, un infiltrato che nessuno era riuscito ad individuare con esattezza, aveva lanciato in acqua un paio di Pirkenstuck, i famosi sandaloni tedeschi, che purtroppo apparteneva ad Ercole Coratella, un uomo spazioso, ma del tutto privo di doti riflessive, un colosso che praticava il mestiere di scaricatore di supercocomeri presso i Mercati Generali.
L’uomo non si era fatto pregare per abbrancare il primo tizio che gli era venuto a tiro, dando così inizio alla tremenda zuffa. 

Ercole Coratella

Cervellenstein, sbigottì: conosceva ovviamente il nome del colpevole di tutto quel subbuglio e, senza dar nell’occhio, cercò tra migliaia di bagnanti la sagoma zebrata di Tressette. 

Lo individuò infine. Stava presso il bagnasciuga, ostentava un’ingannevole aria di innocenza ed era apparentemente impegnatissimo a fare con l’alluce dei piccoli cerchi nella sabbia bagnata.

Uno sbuffo di rabbia mal trattenuta, fu l’unico segnale avvertibile del disappunto dell’illustre cattedratico… (continua)      

Sotto il divertente pseudonimo di Lallo Tarallo si cela lo scrittore,  polemista satirico, storico della filosofia kirghiza e collezionista di barchette fatte con carta di quaderni Pigna, Lallo Tarallo.
Nato da qualche parte in un giorno di settembre a vostra scelta, si dedicò dapprima a studi classici, approfondendo soprattutto i nebulosi rapporti tra Sparta e Pontinia, poi, all’insaputa di tutti, lui stesso incluso, iniziò l’attività di scrittore.
Nel 2017, infilatoci da una muscolosa raccomandazione di uno zio piduista, entrò nella redazione del Fogliaccio Quotidiano, rimanendo però sempre pericolanti i suoi rapporti di lavoro e personali col Direttore, Ognissanti Frangiflutti.
Vinte mille difficoltà, è riuscito infine a conquistare Consuelo, una donna tanto bella da rischiarare il mondo, e a mettersi definitivamente calmo sul piano sentimentale.
Ha frequentazioni con soggetti migranti o bizzarri, o entrambe le cose, e da quando era feto è in cura con l’illustre Psicologo e clinico Samuel Cervellenstein.


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