Armin Wegner e il genocidio armeno

L’Armenia è una regione montuosa di origine vulcanica a sud del Caucaso.
Gli Armeni abitavano un vasto territorio che si estendeva oltre i confini dell’attuale Repubblica armena e che comprendeva il lembo nord-occidentale dell’Iran, tutta la parte orientale della Turchia, le regioni occidentali dell’Azerbaijan ed una parte nel sud della Georgia.
Alla fine del III secolo l’Armenia divenne il primo stato cristiano nel mondo e presto si trovò circondata dai paesi confinanti di fede musulmana.

Nel corso della storia il popolo armeno ha subito ripetute invasioni sia da parte dei Turchi che dei Persiani e dei Russi.

Il 24 aprile 2015 sono passati cento anni dalla più cruenta strage del popolo armeno, forse il momento più oscuro della loro storia.

Un crimine immane, che fu commesso nel silenzio della comunità internazionale, già provata dalla Prima guerra mondiale.
Come se non bastasse, meno di trent’anni dopo Adolf Hitler lo prese ad esempio per mettere in pratica il proprio odio antiebraico.
Nell’agosto 1939, poco prima di invadere la Polonia, per vincere le titubanze di alcuni suoi collaboratori nei confronti dei suoi piani di sterminio antisemiti, Hitler disse loro espressamente: “Chi si ricorda più ormai del massacro degli armeni?”

La strage degli armeni nell’impero Ottomano, venne incoraggiata in particolare dal movimento nazionalista dei “giovani turchi”, che aveva come obiettivo la creazione di un’entità sovrana che inglobasse tutte le popolazioni di origini turche.

Il I congresso dei Giovani Turchi a Parigi, 1902

L’enclave armena, presente in Anatolia orientale da più di 2000 anni, rappresentava un ostacolo che poteva essere risolto solo con la sua eliminazione fisica.
Tra il 1915 ed il 1922, una cifra imprecisata di persone, che va da 1 a 1,5 milioni, morì in seguito a deportazioni e feroci violenze.
Una ferita aperta, però, per essere suturata ha bisogno di essere riconosciuta, in primis dal Paese i cui cittadini ne furono direttamente responsabili: la Turchia.

La legge turca però prevede addirittura il carcere per chi parla di “genocidio armeno”, e perfino lo scrittore Orhan Pamuk, un Premio Nobel, ha rischiato di essere arrestato per alcune sue dichiarazioni in merito.

Photo: Armin T. Wegner

La comunità internazionale, invece, ha ormai generalmente sposato la tesi del genocidio: 20 Paesi, tra cui l’Italia, con una risoluzione del 2000, riconobbero lo sterminio.
Ultime nazioni a farlo, in ordine di tempo, sono state la Germania e gli Stati Uniti.
L’argomento è peraltro uno dei principali punti di tensione tra Turchia e Unione Europea, e nonostante la quasi totalità dei paesi europei riconosca il genocidio, si cerca diplomaticamente di non sollevare il tema.

Per capire bene il senso e le motivazioni di quanto accaduto un secolo fa, bisogna fare un salto indietro nella storia e ricordare che la comunità armena è stata la prima nella storia a dichiarare il Cristianesimo religione ufficiale del proprio Paese: lo fece nel 301.
La religione cristiana è sempre stata molto sentita nella comunità armena nel corso dei secoli e sotto diverse dominazioni.
Giunti alla fine del 1800, l’Impero Ottomano, guidato da Abdul Hamid II, ormai in decadenza, si preoccupava delle varie spinte autonomiste che provenivano dalle minoranze etniche.

Abdul Hamid II

Tra di esse spiccava la comunità armena, che aspirava all’indipendenza, appoggiata dalla Russia, che aveva lo scopo di indebolire l’influenza ottomana.
Il sultano sobillò così la popolazione curda contro gli armeni e a partire dal 1894 iniziò nei loro confronti una persecuzione che in due anni fece 50.000 vittime.

La situazione non migliorò affatto perché nel periodo precedente lo scoppio della grande Guerra, nel 1908 il movimento dei Giovani Turchi si impadronì del potere e la situazione per gli Armeni precipitò.
I Giovani Turchi volevano affermare la loro supremazia sugli altri popoli imponendo l’uso della loro stessa lingua e religione.

Alla luce di un simile progetto, il popolo armeno, di fede cristiana, era visto come un pericolo interno da annientare.
I piani di pulizia etnica del nuovo governo vennero alla luce già nel 1909, quando, circa trentamila armeni vennero sterminati.

Nel pieno della Grande Guerra al governo dell’impero turco c’erano ancora, e ben saldi, i “Giovani Turchi”.
Il movimento mirava a sostituire all’impero ottomano una monarchia costituzionale, ed era animato anche da un forte nazionalismo.
In Turchia, a causa della guerra, si creò un’organizzazione speciale, mirata al “controllo” delle minoranze, su tutte quella armena.
Si cominciò ad agire la notte tra il 23 e il 24 aprile 1915, quando vennero eseguiti degli arresti tra la borghesia armena della capitale.

Photo: Armin T. Wegner

La persecuzione aveva preso l’avvio all’inizio del 1915 con la soppressione della parte esercito di etnia armena.
In un mese, più di mille intellettuali tra cui giornalisti, scrittori, poeti e delegati parlamentari, furono deportati verso l’interno dell’Anatolia e alcuni vennero uccisi durante il tragitto.
Migliaia di civili morirono di fame, malattia e stenti e tutto ciò avvenne sotto la supervisione dell’esercito del Governo dei Giovani Turchi e dell’esercito tedesco, a quel tempo alleato dell’Impero Ottomano.

Era solo il primo passo: a maggio nelle città turche venne diffuso un bando che intimava alla popolazione armena di prepararsi per essere deportata; la maggior parte di loro durante il lungo cammino morì per le fatiche e le privazioni, tra le quali quella di cibo ed acqua.
Altri sfortunati vennero abbandonati nel deserto.
I numeri di questo piano criminale alla fine risultarono all’incirca i seguenti: da 1.000.000 ad 1.500.000 armeni furono eliminati nelle maniere più atroci; circa 100.000 bambini armeni furono dati in adozione a famiglie turche o curde e solo 600.000, circa, scamparono al massacro.

Photo: Armin T. Wegner

Gli armeni di Anatolia e di Cilicia vennero quindi deportati verso i deserti della Mesopotamia.
Le “marce della morte”, tra stenti e violenze, culminavano quasi immancabilmente con la fine per sfinimento dei deportati.

Nonostante tutti questi episodi siano storicamente accertati e confermati da numerose testimonianze, il governo turco ha sempre negato che si sia trattato di un genocidio: parlano ancora solo di “deportazione”.

Nel 1918, al termine della guerra, venne deciso di creare uno stato armeno, ma nel 1923 nell’ambito del trattato di Losanna, si destinò agli armeni solo un territorio all’interno dell’Unione Sovietica.

La maggior parte degli storici considera le motivazioni addotte dai Giovani Turchi come mera propaganda, sottolineando invece la natura del loro progetto, mirante alla creazione di uno Stato turco etnicamente omogeneo.

Photo: Armin T. Wegner

Le reali motivazioni del genocidio devono essere ricercate anche nella situazione di crisi in cui si trovava l’Impero Ottomano all’inizio del Novecento.
Lo stato era diventato “il malato d’Europa” e contemporaneamente alla sua crisi, vedeva sorgere all’interno del suo impero, svariati nazionalismi ispirati dagli irredentismi europei.
Quando gli armeni cominciarono ad avanzare qualche rivendicazione, il governo dei Giovani Turchi iniziò a creare quella miscela esplosiva di ossessione e razzismo da cui sarebbe partito il genocidio.
Dopo la proclamazione dell’indipendenza della Grecia, nel 1822, le popolazioni balcaniche si ribellarono e chiesero autonomia.
La Russia, eterna rivale della Sublime Porta, cercò di ottenere vantaggi dalla situazione proponendosi come la protettrice dei cristiani in Medio Oriente, strategia, questa, che le permetteva una pesante ingerenza nell’area.

Esecuzioni sommarie di armeni

I trattati di Londra del 1827 e di Parigi del 1856 si rivelarono solo un’arma spuntata di intervento nella zona ottomana da parte delle Potenze occidentali.
Per lo più l’Europa chiedeva al governo ottomano continue riforme.
Era una politica del tira e molla perché l’Impero Ottomano era comunque un alleato fondamentale per il contenimento della Russia.
Da parte loro, gli armeni, esercitarono una pressione autonomistica legale ma dal 1890 erano nati anche dei partiti rivoluzionari che sostenevano la lotta armata, come la Federazione Rivoluzionaria Armena, il FRA.

Questa particolare combinazione di pressioni esterne ed interne all’Impero Turco si rivelerà fatale per gli armeni. E “Nessuno stato -scrisse Claude Mutafian, storico francese – è più crudele di un grande impero in agonia”.

Fortunatamente però, come talvolta accade, ci sono persone che non permettono a questi fatti tragici di andare perduti, e li fanno riemergere in vari modi.

Papa Francesco ne è un esempio e un altro lo si può trovare nella musica dei “System of a Down”, una band i cui componenti discendono dai pochi superstiti del genocidio armeno: le loro canzoni sono vere e proprie denunce contro l’oppressione e il velo di omertà che ancora aleggia sul loro popolo.

Serj Tankian, il fondatore del gruppo, parla delle loro canzoni : “… La questione armena è spiegata in P.L.U.C.K, è una canzone rivoluzionaria, che ti deve far pensare, di come le ingiustizie vengono commesse e come non vengono fuori”.
(System of a Down – Live in Yerevan, Armenia, 2015)

Il negazionismo che si è formato negli anni, ancora oggi, purtroppo, è ancora vivo e vegeto e la posizione ufficiale del Governo turco risulta essere davvero oltraggiosa.
La corrente negazionista è stata sostenuta da una lunga serie di giustificazioni, tutte divergenti e discostanti tra loro: le uccisioni, si è anche sostenuto, erano giustificate dalla indiretta minaccia russa, fondata sul considerare gli armeni un gruppo etnico protetto dai russi.

 “gli armeni sono semplicemente dei morti di fame.\ Quante volte e per quanto tempo dobbiamo ancora leggere\ giustificazioni simili per decidere di dire basta? \ Il piano è stato svelato e chiamato Genocidio \ Presero tutti i bambini e poi morimmo.\ I pochi che rimasero non furono mai trovati. (System of a Down)

Fotografia scattata dal prete cattolico Freir Rafael nel 1919 a Urfa.

Nella risoluzione del parlamento di Berlino, che ha condannato il genocidio degli armeni, suscitando la reazione dei turchi con il ritiro del loro ambasciatore in Germania, ci sono alcuni passaggi che non sono stati messi in piena luce.
Il clamore della crisi diplomatica con la Turchia ha infatti posto in secondo piano i brani della risoluzione con cui il Bundestag condannava fermamente la collaborazione della Wehmacht con il governo turco di Mehmet Talat Pascià, lo stesso che tra il 1915 e il 1916, attuò le marce della morte che portarono allo sterminio di circa un milione e mezzo di armeni. Soprattutto vecchi, donne e bambini, condotti sino ai confini del deserto e poi abbandonati al loro destino, a marciare verso il nulla.
Non furono poche le madri che abbandonarono i propri figli ai bordi di una strada nella speranza che qualcuno li salvasse, o che addirittura scelsero il suicidio assieme all’intera famiglia.

Questa storia sempre attuale e la recente risoluzione tedesca richiamano alla memoria la figura di un un uomo che ebbe il coraggio di parlare: Armin Theophil Wegner, un prussiano al quale Gabriele Nissim ha dedicato la biografia “La lettera a Hitler”.

Armin Wegner, nato nel 1886 a Elberfeld e morto nel 1978 a Roma, nel 1933, ebbe il coraggio di scrivere ad Hitler un’infuocata lettera in difesa degli ebrei.
Era un testo straordinario in cui lo scrittore tedesco spiegava al leader nazista per quale motivo fosse sbagliata la persecuzione degli ebrei.
Quello ebraico era infatti un popolo che tanto aveva dato alla costruzione della civiltà germanica, non solo con le opere di filosofi, musicisti, poeti, ma anche con le imprese di grandi industriali e con la passione sinceramente patriottica di tanta gente comune.

Pochi mesi dopo aver scritto la lettera, ufficialmente per le sue idee “antipatriottiche”, Wegner ricevette la visita della polizia politica che lo torturò e poi lo rinchiuse in prigione.
Questo atto di coraggio non comune gli è valso un posto tra i giusti dello Yad Vashem di Tel Aviv (L’Ente nazionale per la Memoria della Shoah, in Israele).

Un altro episodio, altrettanto importante nella vita di questo giornalista e scrittore, risale agli anni della prima guerra mondiale e riguarda proprio lo sterminio degli armeni, che fu documentato dal giovane Wegner attraverso una serie di reportage fotografici.
Di tendenze pacifiste sin da giovane, Armin aveva scelto di partecipare alla Grande Guerra come ufficiale di sanità.

Armin T. Wegner
(©Photo: Deutsches Literaturarchiv Marbach)

Venne destinato alla sesta armata del Feldmaresciallo von der Goltz, un militare che avrebbe poi visto morire di tifo petecchiale.
Anche Armin contrasse la febbre tifoidea ma ne uscì salvo per miracolo.
Fu forse questo a dargli la forza di non voltarsi dall’altra parte quando nel deserto della Cilicia si trovò davanti alla “fiumana di profughi armeni che dal passo del Tauro e dell’Amano si dirigevano verso il deserto in un percorso assurdo che non aveva nessuna meta”.

Il cuore gli si strinse ancora di più quando vide

“ragazzini e ragazzine di ogni età, abbandonati, ridotti come animali, affamati, senza acqua o pane, privi del minimo aiuto umano, stretti l’un l’altro e tremanti per il freddo della notte…
Piangevano a dirotto e i loro capelli gialli di urina scendevano sulla fronte, sui loro visi c’era un fango di lacrime e sporcizia.
I loro occhi di fanciulli… erano scavati dal dolore e benché guardassero muti davanti a sé, sembravano portare sul volto il più amaro rimprovero verso il mondo.
Era come se il destino avesse collocato qui all’ingresso di questo deserto tutti gli orrori della terra”.

Armin Wegner

Armin Wegner non si limitò a descrivere nelle sue lettere l’orrore che vedeva, ma cominciò a scattare foto per documentare per quel genocidio a vantaggio dei posteri.
L’ordine per tutti i militari impegnati, turchi e tedeschi, ma che valeva anche per i civili, era quello di ignorare quella fiumana dolente.
L’interesse di Armin, invece, cresceva al punto che cercò senza successo di adottare uno di quei bambini destinati a sicura morte.
Le autorità si insospettirono ed il giovane ufficiale tedesco venne degradato e mandato a occuparsi di mansioni più pericolose, come l’assistenza ai malati di colera.
Una volta rientrato in patria, Wegner non potè denunciare subito l’orrore al quale aveva assistito.
Attese la fine della guerra e l’avvento della repubblica di Weimar per fare delle conferenze pubbliche in cui utilizzava le sue foto e quelle che aveva chiesto ad altri conoscenti, per denunciare con più forza il massacro del popolo armeno.

Photo: Armin T. Wegner

Il ritardo nella denuncia e l’uso anche di foto non sue, costarono ad Armin l’assurda accusa di opportunismo e di plagio.
In realtà lo scrittore stava svolgendo una straordinaria opera di informazione, un lavoro che nel 1968 gli avrebbe fruttato l’invito in Armenia e l’assegnazione del titolo dell’Ordine di San Gregorio l’Illuminatore.

Armin Wegner nel 1921 aveva anche avuto il coraggio di testimoniare in difesa di Soghomon Tehlirian, l’armeno che aveva ucciso in un attentato a Berlino Mehmet Talat Pascià e che nel 1919 aveva scritto una lettera al presidente americano Woodrow Wilson in cui lo invitava a interessarsi del problema armeno.

Armin diventato scrittore di successo, sposò la scrittrice e giornalista ebrea Lola Landau, da cui ebbe una figlia.
Non volle rinunciare, anche nella Germania nazista, al suo essere un tedesco figlio dell’Illuminismo.
Un atto di orgoglio che gli costò presto l’allontanamento dalla moglie, che scelse di rifugiarsi con la figlia in Palestina.
Wegner, comunque, per il fatto di aver sposato un’ebrea non poteva restare in Germania.

Photo: Armin T. Wegner

Così si rifugiò a Positano, dove incontrò una ceramista di origine polacca, cattolica ma di famiglia ebraica, Irene Kowaliska, da cui avrebbe avuto un figlio, Misha.

La politica fascista della razza del 1938 mise di nuovo in pericolo la felicità familiare di Armin, che si decise ancora una volta a spedire una delle sue lettere mirate.

Il 7 dicembre 1938 scrisse una lettera a Benito Mussolini, perorando la causa di Irene, sottolineandone le origini polacche, la religione cristiana e la bravura artistica.

Era una lettera, come tenore, del tutto diversa da quella furente scritta a Hitler cinque anni prima.
La missiva evidentemente piacque al capo del fascismo: così Mussolini diede l’ordine di lasciare in pace la famiglia di quello scrittore tedesco. Armin non abbandonò mai più l’Italia, sino alla sua morte, avvenuta a Roma, nel 1978.

Armin Wegner

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.



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