Scene dalla città pazza – Seconda parte

La mattina si era presentata insolitamente fredda.
Molti cittadini, al momento di salire in macchina, si erano trovati davanti agli occhi uno spesso schermo ghiacciato, dai riflessi cangianti.
“Ah, però! E adesso?”
Mai dare per disperata, tuttavia, la situazione dei guidatori centromeridionali italiani alle prese con dei fenomeni climatici da loro ritenuti estremi: la loro reazione sarà prontissima, anche se non sempre lucida.

Di solito accade questo.
Se la temperatura nel corso del giorno precedente è scesa fino a toccare l’esasperato valore diurno di dieci gradi, la mattina successiva il conducente centromeridionale medio, ammaestrato da quei rigori artici e costretto ad uscire di casa per andare al lavoro, raggiunge la sua auto nel parcheggio con un’aria tesa e vigile a presidiargli il volto.
O almeno ciò che del suo viso è visibile, nascosto, come è, da strati e strati di indumenti tecnologici, da baveri di altezze ottocentesche e da sciarpe ustionanti dismesse da Messner.

Tipico abitante di una città centromeridionale alle prese con la rigida temperatura di 10°C

Dieci gradi, ma durante la notte, ora se ne rende conto, si è precipitati addirittura sotto zero!!
In un primo momento si deprime, va giù di umore.
Intriso di italica nostalgia per l’incandescente e prolungata estate, dalla quale è uscito da poco, condita dai bruttissimi tormentoni musicali pseudocaraibici, il nostro “Eroe delle Terre Calde”, non si da pace di trovarsi ora in una specie di Groenlandia.
Il piazzale è desolato, gremito di auto ferme in posa da morto, mummificate dai ghiacci, costellato da pozzanghere che, a specchio, riflettono un mondo grigio e depresso.
“Cazzo che gelo, porca pu… ! E dire che appena un mesetto fa facevo il bagno al mare!
L’homo guidans è sorpreso e preoccupato, così si fa cauto.
Sta in guardia: si aspetta da un momento all’altro l’attacco di un orso polare.

E’ pronto a difendersi, conta sul crick, incastrato in un vano del bagagliaio: se riuscisse ad arrivarci in tempo, che ci provasse pure il plantigrado ad accostarlo!
Le zanne, dopo, gli servirebbero solo per far collanine da vendere ai turisti per procurarsi del brodino.
Intanto però bisogna prevenire la minaccia pelosona ed entrare alla svelta nell’abitacolo.
Cercare le chiavi della macchina indossando guanti spessi come quelli di un pugile è un’impresa sfibrante, che ha effetti nervini: l’umore dell’intera giornata risentirà di quei tentativi sfortunati.
Nonostante la sua ottusa ostinazione, trascorso un congruo periodo di acrobazie e ballonzolamenti, l’uomo prende atto definitivamente che con una zampa superfasciata non si possono suonare brani di Paganini per virtuosi di  violino.

La chiave dell’auto giace all’interno dei suoi costosi calzoni supermoderni, serrati da tasche a combinazione numerica ad otto cifre e da una parola d’ordine (Quetzalcoatl) che lui ha già dimenticato.
Con quei guanti a sette strati non riuscirebbe mai a raggiungerla, tanto meno a tenerla tra le dita.
Molla quindi: sarà costretto ad agire a mani nude.
Col ghigno estremo del martire si sfila i guanti.
Il contatto degli arti con la temperatura esterna è un vero ceffone, le mani gli si fanno livide, toccare poi la chiave gelida gli provoca addirittura una balbuzie del respiro.
Fa per premere il pulsante di apertura degli sportelli, ma con gli occhi sbarrati dall’orrore, si accorge di essere il primo uomo al mondo le cui mani tossiscano.
Fa per strillare ma alzando gli occhi si placa: un vasto campionario di automobilisti, fatte le stesse sue scemenze, è arrivato al suo stesso punto del percorso.
Dopo vari e penosi sforzi, finalmente riesce a far scattare l’apertura centralizzata.

Con un ruggito di liberazione, il conducente centromeridionale penetra nell’abitacolo e si lascia andare pesantemente, sedendosi al posto di guida.
Ora però, maledizione, vede il mondo come potrebbe fare un pinguino quando nuota sotto il pack.
Non si vede un beato accidente, insomma.
La lastra sul parabrezza lo introduce ad un mondo totalmente bianco: le pennellate di ghiaccio iridescente che decorano quel candore traslucido, compongono un disegno affascinante.
Lui per qualche secondo vi si perde.
Gli tornano in mente certi documentari della BBC che ha visto in tivvù involontariamente, incappando per pochi secondi in un canale sbagliato per eccesso di qualità, prima di virare deciso, e spalleggiato da tutta la famiglia, sulle eterne scipitezze di Amadeus.
Qualche ricordo gli è tuttavia rimasto in mente.
Gli pare di vedere una volpe artica corrergli davanti fiutabonda, ma è solo un attimo.

La realtà intanto incalza in tutta la sua durezza: il calore corporeo sta viaggiando verso le dimissioni e lui deve decidere in fretta come uscire da quella fodera di ghiaccio, come tornare a vedere.
Il più sprovveduto dei guidatori centromeridionali a quel punto tenterà la carta più stupida: raspare energicamente la calotta gelata, cercando di eliminarla dal parabrezza.
Sprecherà un mucchio di energia usando come raspe pezzetti di carta raccattati sul momento e intaccando solo un po’ la lastra, oppure, usandoli per fare il medesimo servizio, infradicerà pesantemente i guanti.
Tutt’al più, dopo molti sforzi penosi, finirà per spargere qua e là un po’ di ghiaccio tritato, buono tutt’al più per prepararsi una decente caipiroska.

La visibilità con quel sistema potrebbe migliorare solo dopo un’oretta e mezza di quel trattamento faticosissimo.
I tipi appena più attrezzati, invece, accorgendosi del pak che riveste la loro automobile, tirano fuori lo specifico attrezzino in plastica, una sorta di pelapatate color verde acceso, comprato dal cinese, grugnendo silenziosi di compiacimento per l’affare fatto.
Quel piccolo arnese, al contrario di aspettative esagerate, o fornisce un saggio di pattinaggio artistico, scivolando innocuo sul ghiaccio, oppure, constatando la propria inidoneità, la fa finita, decidendo quasi subito di spezzarsi in due.

La corsa, con imprecazioni annesse, per procurarsi un bottiglione di acqua calda, rappresenta comunque il rimedio statisticamente più adottato.
Abdhulafiah, il consulente finanziario en plen air amico di Tarallo, prestando da anni i suoi servigi presso lo sterminato parcheggio del supermercato Carreconad, in materia di lotta al parabrezza ghiacciato, nel corso del tempo ne aveva viste di tutti i colori.
Aveva potuto osservare ogni singolo esemplare di guidatore centromeridionale alle prese con quelli che interpreta come i larvali segni di una glaciazione, alquanto improbabile nella realtà.
Aveva catalogato anche il tipo superattrezzatissimo, quello che sulla sua adorata auto ha installato di tutto, dalle fontanelle interne in stile Villa d’Este, alla cucina da campo, dal giardino d’inverno alla sala di registrazione privata.

Questo genere di connazionale intrattiene con la sua vettura rapporti intimi maniacali, al limite della pornografia, e, come un eremita lussurioso, vi trascorre gran parte della vita, lontano da una famiglia che, al contrario del suo veicolo, lascia quasi sempre in riserva…
Ma tornando a quel mattino ghiacciato, il Professor Cervellenstein, coperto bene e con la consueta eleganza, si era recato al supermercato di buon ora, ancor prima di recarsi nel suo studio, per ricostituire la sua riserva di tamarindo “Yucatan Dream”.
Il Carreconad era l’unico posto dove riusciva a trovare quella marca rara, la sua preferita, che, guarda caso, era anche la bibita che fungeva da tappeto gustativo dei suoi incontri con la fascinosissima Donna Romualda.

Donna Romualda

Non poteva dunque fare a meno di quel nettare.
La risata rauca di quella donna dopo un sorso di tamarindo Yucatan Dream, avrebbe potuto trasformare in satiri d’assalto svariati plotoni di anacoreti in lotta con le tentazioni demoniache,  abbandonati da cent’anni all’opera del sole, delle piogge e dell’incontrollata crescita pilifera.
Abdhulafiah col quale lo psicologo si era brevemente intrattenuto, gli stava appunto raccontando il caso di Gigi Gigi, un tizio che avendo avuto un padre che vantava la minore immaginazione di tutto l’emisfero, si chiamava davvero così.
Era un lucidatore di aureole, e grazie a quel lavoro superspecializzato, che gli lasciava un’enormità di tempo libero, era divenuto tutt’uno con la propria Simca Rally, un amante morboso.

Nelle rare giornate in cui si ghiacciavano i parabrezza, lui era in grado di provvedere a ristabilire velocemente la visibilità in pochi secondi, grazie alla fiamma ossidrica prodotta dal “Dragonzo”, un dispositivo turboelettrico che aveva ideato e collegato al motore della autovettura.

Quello, naturalmente, non era l’unico optional da lui infilato in quella macchina.
L’autoveicolo, dall’aria falsamente mansueta, grazie alle arti di Ramon Peluso, l’elaboratore motoristico personale di Gigi, riceveva il supporto di un potentissimo motore supplementare, un ordigno dismesso da uno Shuttle ed arrivato in Italia per vie certamente illegali.
Premendo un semplice pulsantino, Gigi Gigi arrivava così a far toccare al suo trabiccolo la ragguardevole velocità di duecentotrenta chilometri orari.

Ramon Peluso, elaboratore motoristico

Un’altra manopola comandava l’immissione nell’abitacolo di vapori caldi, che grazie anche al posizionamento sotto i sedili di grandi asciugamani bianchi, garantiva, a richiesta, l’effetto sauna termale.
Cervellenstein, chiacchierando con Abdhulafiah, aveva già preso a sviscerare gli innumerevoli disturbi psichici di Gigi Gigi, quando i due furono raggiunti da Afid, il loro amico falsario.
Quest’ultimo aveva una settantina di Gronchi rosa da piazzare che, secondo lui, avrebbero potuto forse interessare la clientela del consulente finanziario ambulante.
Bastò uno sguardo ad Abdhulafiah per individuare la magagna: nel vero “Gronchi rosa” erano sbagliati i confini del Perù, in quelli di Afid il Perù stava placidamente a bagno nel Mediterraneo, al posto della Grecia!

“Dovresti perfezionarli, – gli disse Abdhulafiah trattenendo una risata – e sappi in ogni caso che ai miei clienti non rifilo bufale. Avrei finito di lavorare, altrimenti”, disse all’amico, che ne fu terribilmente rattristato.
Ripresosi in pochi centesimi di secondo, Afid diede in giro un’occhiata guardinga, poi abbassando di molto la voce, disse agli altri due: “Prepariamoci, cari miei, a grosse novità che potrebbero riguardare il nostro Lallo: dal prelato col quale ho messo su il business dell’acqua di Lourdes frizzante, ho saputo che il potentissimo Monsignor Verafè è caduto malamente in disgrazia e dati i collegamenti tra la discar…tra la Proprietà, volevo dire, e i gesuiti, non ci vuole molta fantasia per immaginare chissà quali cataclismi interni al Fogliaccio!”.

Al compassato Professor Cervellenstein scappò un fischio di stupore.
Non ebbe però il tempo di commentare ulteriormente la notizia perchè, subito dopo, tra la folla che vagava incessantemente per il parcheggio, aveva individuato la ben nota figura del suo paziente più impegnativo, Omar Tressette.

Omar Tressette
Omar Tressette

L’ometto stringeva tra le dita le chiavi acuminate della sua vecchia Fulvia Coupe ed osservava con aria pensosa la fiancata di una Smart color follia, parcheggiata trasversalmente a due posti auto…

Continua…

Sotto il divertente pseudonimo di Lallo Tarallo si cela lo scrittore,  polemista satirico, storico della filosofia kirghiza e collezionista di barchette fatte con carta di quaderni Pigna, Lallo Tarallo.
Nato da qualche parte in un giorno di settembre a vostra scelta, si dedicò dapprima a studi classici, approfondendo soprattutto i nebulosi rapporti tra Sparta e Pontinia, poi, all’insaputa di tutti, lui stesso incluso, iniziò l’attività di scrittore.
Nel 2017, infilatoci da una muscolosa raccomandazione di uno zio piduista, entrò nella redazione del Fogliaccio Quotidiano, rimanendo però sempre pericolanti i suoi rapporti di lavoro e personali col Direttore, Ognissanti Frangiflutti.
Vinte mille difficoltà, è riuscito infine a conquistare Consuelo, una donna tanto bella da rischiarare il mondo, e a mettersi definitivamente calmo sul piano sentimentale.
Ha frequentazioni con soggetti migranti o bizzarri, o entrambe le cose, e da quando era feto è in cura con l’illustre Psicologo e clinico Samuel Cervellenstein.



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