Antichi ricordi

Non so bene per quale motivo, ma in questi ultimi giorni mi è tornata alla mente una vecchia fiaba che veniva raccontata intorno al fuoco nelle lunghe serate d’inverno, nella terra da cui provengo. Ogni volta si arricchiva di qualche particolare, perdendo per strada dettagli superflui.

Oggi ve la propongo così come la ricordo, forse nella sua versione più essenziale, sperando di farvi cosa gradita.

C’era una volta, tanto tempo fa, in un Paese lontano lontano, un popolo piuttosto distratto.

Quel Paese era baciato dalla fortuna per posizione e ricchezze naturali: dalle stupende montagne a un mare da sogno, dai monumenti storici (retaggio di un passato glorioso) ai paesaggi incantevoli con un clima ideale; il posto in cui chiunque, in qualunque parte del mondo, sognava di vivere.

 

Però quelle genti non erano consapevoli di tanta ricchezza e passavano il tempo a lamentarsi e ad invocare qualcuno che risolvesse tutti i loro problemi, veri o presunti.

Pur essendo passati sotto le grinfie di governanti attenti più al proprio tornaconto che al benessere della comunità, continuavano a dare fiducia a chi la sparava più grossa.

Il vero problema forse era la scarsa memoria, che comporta la condanna a ripetere nel tempo i medesimi errori.

Un brutto giorno si arrivò al punto di dare fiducia, e quindi affidare la guida di quella meravigliosa terra, a due personaggi molto diversi tra loro, accomunati però dall’arte di presentare come attuabili le promesse più fantasiose. Uno faceva la faccia brutta, l’altro apparentemente più sorridente, si ripartivano il compito di solleticare gli istinti più bassi della loro gente, prospettando un futuro di benessere senza limiti.

E allora ecco progetti di fantasmagoriche riduzioni di balzelli con aumento dei servizi ai cittadini e aiuti ai più poveri, gogna e punizioni corporali a chi le tasse non le paga ma sanatorie a chi non le aveva pagate in passato, sostegno alla famiglia e assistenza all’infanzia, ma non sul mare.

Per dimostrare di essere veri difensori del popolo, quei signori inventavano quotidianamente pericoli e minacce dall’esterno, fomentando ogni genere di paura e di repulsione verso qualunque cosa venisse da fuori. Minacce ai Paesi vicini, proclami di superiorità, chiusura delle frontiere, tutto per distrarre il popolo e non far vedere la realtà dei fatti, come ogni abile prestigiatore che si rispetti.

Quelle genti tributavano applausi a ogni nuova dichiarazione, senza prestare alcuna attenzione ai pochi che prevedevano la fine del sogno per l’evidente impossibilità di mantenere tutti i proclami e per le conseguenze dell’isolamento.

Ma il tempo passava e ad ogni nuovo proclama si rinnovava la fiducia dei cittadini.

Semplicemente, come il famoso chiodo, la nuova promessa stendeva il velo dell’oblio su quella precedente, che quindi non andava nemmeno più onorata. La memoria corta si porta dietro questi effetti collaterali.

E fu così che quel Paese prese il nome con cui ancora oggi lo ricordiamo:

 

Molte persone sognano ancora di andare a visitarne le tristi rovine.

 

 

Tanto il vostro Erasmo dal Kurdistan vi doveva, senza nulla a pretendere.

 

 

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