Il mito di Faust















“Quell’uomo, del quale tu mi scrivi, che ebbe la sfrontatezza di definirsi principe dei negromanti, è un vagabondo, chiacchierone e giramondo, degno di essere frustato”

(dalla lettera di un abate, 1507)

Johannes Georg Faust

Non erano dei ritratti molto lusinghieri quelli tracciati dalle fonti dell’epoca sul personaggio storico di Faust.
In verità di lui si sa ancora molto poco di sicuro, se non che Johannes Georg Faust nacque nel 1480 a Knittlingen nel Württemberg. 
Faceva il maestro girando per tutta la Germania e  fece inoltre il mago e il consigliere di varie corti.
Più volte venne cacciato via da una città perché colpito dalle più svariate accuse.
Ricorreva spesso a dei soprannomi per mascherare precipitose partenze oppure la sua ricomparsa in una città dove aveva già commesso qualche misfatto.
Faust si laureò all’Università di Heidelberg nel 1509, trasferendosi poi in Polonia per studiare scienze naturali. Presto si fece conoscere in giro come astrologo e negromante.

Si sa che nel 1520 l’uomo si trovava alla corte di Giorgio III di Bamberg, al quale faceva l’oroscopo, fregiandosi del titolo di astrologo di corte del principe-vescovo.
Per un certo tempo insegnò a Norimberga, ma nel 1532 fu licenziato e bandito dalla città con l’accusa di corrompere i suoi allievi.

Johannes Georg Faust (Autore anonimo) XVII secolo

Bisogna comunque considerare il fatto che nel 1500 non esisteva ancora una chiara distinzione tra scienza e quella che oggi chiamiamo magia.
A quell’epoca magia, filosofia e scienza erano ancora viste come un unico corpo di discipline.

Oggi non è facile comprendere l’atteggiamento di allora verso le cosiddette “scienze” praticate dai negromanti.
L’astrologia, per esempio, era considerata una scienza degna di rispetto fra le persone colte, e perfino Galileo e Keplero scrissero degli oroscopi.
Anche la magia bianca era accettata perché vista come un tentativo di scoprire e di dominare le forze della natura con metodi naturali.
Secondo la leggenda, però, Faust era uno di coloro che osavano praticare la magia nera, accettandone i rischi per acquisire una maggiore conoscenza esoterica.

L’oroscopo di Galileo redatto di propria mano e conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze

Come tanti altri, anche Faust praticava l’alchimia, anzi alcuni studiosi sostengono che egli sia stato uno dei veri alchimisti, uno di quelli che si proponevano di raggiungere la perfezione interiore e di purificare l’anima con lo studio severo e solitario.
Già quando era ancora in vita cominciarono a formarsi le leggende più avventurose intorno a lui e oggi risulta difficile, dunque, separare la verità dalle  invenzioni. 

Eugène Delacroix “Faust e Mefistofele”

La voce che fosse accompagnato da Mefistofele era molto diffusa cosicché il suo arrivo in una città suscitava contemporaneamente paura e ammirazione.
Faust morì attorno al 1540, a Staufen.

Alla sua figura nei secoli successivi furono ispirate opere musicali e rivisitazioni letterarie.
Anche le arti visive con Rembrandt, Delacroix e Tissot in primis, celebrarono la sua leggenda.

Rembrandt Harmenszoon van Rijn – “Faust nel suo studio guarda un disco magico” 1653 ca.

In letteratura i primi libri anonimi che ebbero come argomento Faust erano tutti impregnati da un miscuglio di tradizioni popolari di origine medievale tedesca.
La gente amava sentirsi raccontare le storie più incredibili e a circa 50 anni dalla sua morte, nel 1587, uscì un libro, scritto da Johann Spies, un volume dallo strano e lunghissimo titolo che copriva tutto il frontespizio:

Storia del dottor Johann Faust, ben noto mago e negromante, di come si è promesso al diavolo per un determinato periodo della sua vita, di quali straordinarie avventure egli fu protagonista o testimone, fino al momento in cui ricevette la ben meritata mercede. Un esempio orrendo per tutti i superbi, i saccenti e gli empi, un esempio disgustoso oltre che amichevole ammonimento”.

Johann Carl Spies

Questo lavoro, noto come “Faustbuch”, nel 1592 fu tradotto in inglese, ed un lettore d’eccezione, Christopher Marlowe, ne trasse ispirazione per la sua celebre tragedia.

Il libro non usava toni sfumati o ambigui perché l’uomo di quell’epoca doveva recepire un concetto chiarissimo: chi come Faust vendeva la sua anima al diavolo per averne in cambio il sapere e una bella vita, avrebbe dovuto fare la fine più crudele che si potesse immaginare.

E anche l’epilogo della sua vita era descritto emblematicamente.
In una notte del 1540, un terrificante frastuono scosse i muri della Locanda del Leone.
Urla, boati e un rombo singolare spaventarono il vicinato, ma solo all’alba l’oste trovò il coraggio di bussare alla porta della stanza assegnata a Faust. Non ricevendo risposta, la aprì tremando e lo vide: orrendamente sfigurato, il famoso mago giaceva senza vita in mezzo a mobili rotti.

L’edizione del “Faust” di
Christopher Marlowe del 1620

L’autore lasciava infine un chiaro ammonimento: “Non fate come ha fatto Faust, non abbiate la presunzione di voler sapere tutto, la scienza è diabolica, piuttosto siate figli ubbidienti della chiesa e sottomessi a Dio!”
Il libro ebbe un enorme successo e sulla sua traccia ne uscirono costantemente degli altri, tutti contenenti “nuove storie del dottor Faust”.
Era come leggere una specie di telenovela ambientata nel Cinquecento.
Quello del negromante che strinse un patto col diavolo divenne per due secoli uno dei miti popolari più citati.

Ciò che affascinava di più i lettori erano le infinite possibilità che si aprivano quando con questo patto ci si poteva spingere oltre i limiti mentali e fisici dell’uomo

Il problema che si ponevano tutti era questo: è bene o male che l’uomo voglia di più dalla vita, rispetto a ciò che la natura gli concede? É lecito che l’uomo voglia dominare  tutto con l’intelletto, anche i segreti più nascosti del mondo? 

La prima opera di successo apparve nel 1594, in Inghilterra, un anno dopo la morte del suo autore, Marlowe.
La tragedia avrebbe influenzato tutta la letteratura faustiana nei 200 anni successivi. Faust per Marlowe non era un imbroglione, ma un dotto che aveva desiderato l’aiuto di Mefistofele per impadronirsi della conoscenza di ogni possibile esperienza umana e che avrebbe dovuto pagare con l’anima questa straordinaria facoltà.

Eugène Delacroix, Mefistofele appare a Faust

Se l’illuminista Lessing redimeva invece Faust in forza della sua razionale sete di sapere, la generazione dello Sturm und Drang, il movimento letterario romantico tedesco, accentuò in lui la componente terrena, avida di vita e in lotta con la miseria della realtà che lo circondava.
Il dubbio religioso, condotto fino a dubbio di se stessi, il divorante nichilismo romantico e il suicidio, erano invece al centro della figura di Faust trattata da Lenau nel 1836, che ribadiva l’esemplarità della dannazione dell’empio Faust.                                                                        

Ma tra tutte, la più importante rielaborazione letteraria della vita di Faust avrebbe visto la luce con Goethe, che nel tratteggiare il personaggio si era ispirato a quello di Marlowe.

Il messaggio del Faust goethiano sta nella rivelazione che l’uomo possa raggiungere nobiltà e bontà, malgrado il male insito nella sua natura stessa.

Quel Faust era un vecchio professore universitario ed alchimista.
Aveva studiato tutta la vita, ma si rendeva conto che, per quanto si sforzasse, la sua conoscenza era vana.

Edizione del Faust di Goethe del 1808


Si dedicava allora alla magia per cercare di svelare i segreti della Natura. Per ottenere lo scopo Faust faceva un patto con Mefistofele perché lo servisse per tutta la vita, esaudendo ogni suo desiderio e mettendogli a disposizione i suoi poteri. In cambio, Faust lo avrebbe servito nell’altra vita. Faust in realtà, non credendo ad una vita futura, mutava il patto in una scommessa: “Se dirò all’attimo: sei così bello, fermati! allora tu potrai mettermi in ceppi”. Mefistofele era convinto che Faust sarebbe caduto comunque nella perdizione. La posta in gioco era la libertà.

Iniziava così per il protagonista una vita piena di piaceri e desideri appagati, ed in questo contesto avveniva l’incontro con Margherita, una ragazza che Faust accostava mentre usciva di chiesa.
Con l’aiuto di Mefistofele, le regalava poi gioielli, corrompendola  inevitabilmente. Più tardi Faust veniva a sapere che Margherita avrebbe dovuto subire la pena capitale per infanticidio.
Dopo aver partorito il figlio di Faust, che l’aveva abbandonata, la disperazione l’aveva portata alla follia, spingendola all’uccisione del figlio. Veniva poi salvata in punto di morte per la  buona fede del suo cuore semplice, tratto in inganno.

James Tissot “Faust e Margherita nel giardino”

Nella seconda parte della tragedia si inserivano personaggi tratti dalla classicità, Elena di Troia tra gli altri, e vi si avvicendavano figure mitologiche, mistiche e personaggi storici.

Si arrivava così alla vecchiaia di Faust che rimpiangeva l’umanità che aveva rinnegato affidandosi alla magia, non riuscendo a scacciare più l’angoscia che già una volta l’aveva portato vicino al suicidio.
Prossimo alla morte e ormai cieco, Faust nell’ultimo istante pronunciava le parole del patto rendendo Mefistofele felice per aver vinto la scommessa.
Ma proprio quando si spalancavano per lui le porte dell’Inferno, una schiera di angeli veniva infine a prendere la parte immortale di Faust, conducendola in Cielo.

Venne salvato perché “Chi sempre faticò a cercare, noi possiamo redimerlo”

Per Goethe, che voleva penetrare tutto con la luce della ragione, l’aspirazione dell’uomo a superare i propri limiti non poteva che essere positiva. Nella visione di Goethe Faust si salvava, facendo ricongiungere così la fede illuministica nella ragione con la nuova fede idealistica nell’azione. 

Ritratto di Johann Wolfgang von Goethe

Faust si salvava tuttavia non tanto in virtù delle sue azioni, perché il suo agire era condannato dal patto con Mefistofele a volgersi in male, ma per il suo trovarsi sempre al di là di se stesso, in un’indistruttibile tensione verso uno stato più perfetto. Mefistofele perse dunque la sua scommessa poiché “l’uomo che cerca è soggetto a errare, ma è sempre conscio della meta anche nell’errore e nella lotta disperata fra le sue due anime, ossia fra attaccamento viscerale alla terra e anelito alla perfettibilità infinita”.

Nel Novecento, Thomas Mann, che aveva visto di che cosa fosse capace un popolo come il suo, abbagliato dai falsi ideali del nazismo, trattando la figura di Faust certamente non fu in grado di darne una lettura altrettanto ottimistica. 

Edizione del 1949

“Doktor Faustus” era un romanzo,  la descrizione della “vita del compositore tedesco Adrian Leverkühn narrata da un amico”

Il romanzo ricalcava la leggenda di Faust, ovvero la storia dell’erudito, un artista in questo caso, che, preso dalla smania di spingersi sempre più oltre nelle sue conoscenze, stipulava un contratto con Mefistofele.
Questi gli consentiva di operare prodigi pretendendo in cambio la sua anima allo scadere di un periodo di tempo stabilito in ventiquattro anni.

Mann riprese sì l’idea classica di Faust ma, riplasmando completamente il materiale artistico, giunse a scrivere un’opera che solo vagamente ricordava il mito originale.
Concluso il patto col diavolo, il protagonista compositore si ritirava a Pfeiffering e, come voleva la clausola del contratto, rinunciava all’amore di Marie Godeau ed alle sue amicizie, ricevendo in compenso anni a venire di instancabile lavoro artistico. 
Anni in cui ideava nuove tecniche e ardite teorie compositive, che raggiungevano il loro acme con “La Lamentazione del dottor Faust”

L’esecuzione al pianoforte dell’opera diveniva il pretesto per una riunione dei più cari conoscenti di Adrian, indetta dallo stesso compositore.
Essa aveva luogo nel 1930 a Pfeiffering e in quella stessa occasione Adrian confessava infine il suo segreto esiziale, la sua ineluttabile dannazione.
Dopodiché, dice l’amico Zeitblom nel romanzo:

Aprì la bocca come per cantare, ma dalle sue labbra proruppe solo un lamento, che mi è rimasto per sempre nelle orecchie”. 

Chino sullo strumento l’artista allargava le braccia quasi volesse stringerlo, e improvvisamente, come spinto di fianco, cadeva dalla seggiola.

L’epilogo del romanzo non era altro che la descrizione degli ultimi dieci anni di vita di Leverkühn, immerso ormai nella pazzia.
Il Doctor Faustus venne pubblicato qualche anno dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando Mann era giunto al suo quattordicesimo anno di esilio dalla Germania. 

Thomas Mann

Era quindi un’opera gravida dell’orrore appena cessato: era noto come lo scrittore volesse coagulare in questo romanzo le varie componenti di tutta un’epoca, quella cioè che andava dagli anni ’80 del diciannovesimo secolo, fino al secondo conflitto mondiale.

Col suo Faust, ultima grande rilettura di una leggenda secolare, Mann ha voluto rappresentare simbolicamente il patto e l’inganno messo in atto dai nazionalsocialisti ai danni del popolo tedesco per portarlo alla distruzione e alla sua inevitabile dannazione.

“Il sogno di Faust” di Luis Ricardo Falero – 1880



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