La parabola del Wanderer, dal medioevo al Winterreise

Il viandante, in tedesco Der Wanderer, nella nostra mentalità latina è sempre stato colui che si sposta da un luogo all’altro, da una collettività all’altra, consapevole che la sua casa o il suo gruppo sociale sono i soli ambiti in cui si riconosce. Egli è legato affettivamente alla famiglia, alla sua terra e alla sua cittadina: per lui il cammino è un viaggio da compiere nel più breve tempo possibile perché talvolta può essere pericoloso e quasi sempre ha carattere episodico. 

E il viaggio, quando è conseguenza dell’imperativo della fame o delle guerre, diventa trauma, lacerazione, diviene il dolore degli emigranti che nei nuovi paesi dove sono arrivati cercano di ricostruire luoghi e gruppi di persone, il più possibile simili a quelli che hanno dovuto lasciare. 

Nella concezione mitteleuropea il Viandante era invece chi seguiva un cammino senza dirigersi verso una meta reale e tangibile; era un essere alla ricerca di sé stesso, o meglio dell’indefinibile, di ciò di cui una lontana eco nel proprio animo rendeva certa l’esistenza, ma che sfuggiva ad ogni disamina razionale. 

I pellegrini e i Clerici vagantes che solcavano l’Europa nel medioevo furono i referenti storici di chi faceva Wanderung (in tedesco: muoversi senza meta): giravano quasi sempre a piedi, giacendo di notte sotto un riparo di fortuna offerto da uno stanziale ospitale, ben sapendo che ciò non sarebbe stato per sempre, che il giorno successivo il cammino sarebbe dovuto riprendere lungo prati verdi, radi villaggi annunciati da campanili, sotto cieli spazzati dal vento e dalla neve, talvolta plumbei ed ostili, talvolta muovendosi in compagnia, ma più spesso da soli.

Il viandante divenne così una figura tipica del romanticismo nordico, figura di quell’immaginario artistico cui faceva riferimento il concetto di Wanderung e che rinviava a immagini e temi della cultura di fine Ottocento, primi del Novecento.

Il viandante romantico dunque rappresentava uno stile di vita e di pensiero più che un riferimento a personaggi realmente esistiti, di conseguenza la corrispondente espressione Wanderung si può tradurre con il vagare senza meta, l’erranza e simili.

Non va confusa col vagabondare, perché il muoversi senza meta qui era dovuto ad un continuo anelito spirituale a qualcosa di nuovo, qualcosa che desse senso alla vita. 

Il viandante, l’uomo in cammino che cercava sé stesso, esisteva e viveva immerso nella natura che non sempre era ostile: essa poteva anche essere il campo in cui si esprimevano i disegni del Divino.
Così la concepiva Klopstock, cantore di una vitalità essenziale, profonda, in cui anche il tuono, la folgore, dovevano essere ammirati e capiti, perché capire ed ammirare la folgore era capire ed ammirare Dio e sulla stessa prospettiva, ma più lontano da una visione cristiana e più vicino ad un panteismo cosmico, si collocava Goethe.

Johann Wolfgang von Goethe

Goethe, la cui opera fu come poche ricca di Wanderung. Un viandante era Wilhelm Meister, che per seguire la sua vocazione teatrale rinunciava alla sicurezza per vivere la passione con una compagnia di squattrinati artisti girovaghi. Degli anni di apprendistato, gli rimase quell’imperativo categorico:

“Ricordati di vivere!”,

che ricordava la necessità dell’entusiasmo, dello sguardo meravigliato sul mondo e sugli uomini anche da parte di chi viandante non è stato mai o non lo è più.

Se ci si sofferma sul tema del viandante, l’appassionato d’arte non potrà non essere supportato dall’immagine del ‘’Viandante sul mare di nebbia’’ del pittore tedesco Caspar David Friedrich, uno dei dipinti più noti dell’arte romantica tedesca, esposto oggi all’Hamburger Kunsthalle. 

“Viandante davanti al mare di nebbia” di Caspar David Friedrich (1818)

La sublime bellezza del quadro ci viene in aiuto per aprire una finestra sulla specificità di questa figura sfuggente, quasi mitica, dell’immaginario di tutti i tempi: il viandante è l’uomo alla infinita ricerca di qualcosa, di qualcuno, forse di se stesso, forse della vera essenza della vita, e la condizione eterna della sua esistenza è per l’appunto il viaggio, la precarietà.

Questo concetto ha assunto di volta in volta varie connotazioni a seconda dell’area e del periodo storico in cui prendono forma le varie leggende e le opere d’arte che hanno per protagonista l’uomo costantemente in viaggio, quelle che vanno da Omero a Gilgamesh, da Goethe a Nietzsche. È un cammino come quello del personaggio dipinto da Friedrich, dalle connotazioni tipicamente eroiche e quasi titaniche nell’idea che ne avevano i grandi artisti ed intellettuali dello Sturm und Drang e romantici.

Al di fuori del mondo tedesco il più vicino esempio di Wanderung sarà il nostro Leopardi che in certi canti, come il Passero solitario, si sentiva straniero in ogni luogo anche in quelli conosciuti e anelava a quel vagare continuo che è la vita, pur essendo il suo viaggio spesso più mentale che reale. 

Giacomo Leopardi

Ma il cammino esistenziale del viandante può anche condurre ad un esito infausto e questo accade quando il movimento continuo diventa una ricerca senza speranza: “Dove tu non sei, là è la felicità”, recitava la lirica ‘’Der Wanderer’’ di Schmidt. 

Questo si sostanziava quando la volontà di solitudine prendeva il sopravvento sulla necessità e sul desiderio di socializzare. 

“Chi solitudine sceglie, ben presto solo sarà”, cantava il vecchio arpista nel Wilhelm Meister goethiano. L’uomo, essere sociale, riesce ad espandere tutte le sue potenzialità e solo vivendo nella società, andando incontro agli altri. Rinunziare al mondo, chiudersi totalmente nell’individualità significa rinunziare ad una parte di sé e la lacerazione che ne consegue scoperchia il baratro della follia o della scelta di vita che conduce al destino tragico di molte figure artistiche dell’Ottocento romantico.  

Schubert compose i ventiquattro Lieder per voce e pianoforte del Winterreise (Viaggio d’inverno) verso la fine della sua breve vita, musicando poesie che Wilhelm Müller aveva pubblicato nella rivista, sospetta al governo prussiano, Urania, e nei Deutsche Blätter.

Va sottolineato come spesso vi sia il tenace accanimento della storiografia letteraria verso autori cui essa ha riservato immeritatamente un posto all’ombra. Fra essi va c’è senz’altro Wilhelm Müller, poeta di genio e di alta nobiltà morale, che la critica tradizionale colloca però nelle note marginali come se egli fosse stato un accidente di percorso nella creatività schubertiana, secondo il noto cliché spesso applicato anche all’opera: grande musica, testo mediocre.

Le 24 poesie, musicate poi da Schubert, erano apparse per la prima volta nel volume “Settantasette poesie postume di un suonatore di corno itinerante” del 1824, che Müller dedicò a Carl Maria von Weber, padrino di suo figlio. 

Franz Schubert

Il viaggio d’inverno del viandante diventò, nella selezione schubertiana, l’errare notturno di un amante respinto che si trasformava in un itinerario metaforico, la ricerca, cioè, di un senso alla vita.
Il finale sarà tragico, l’incontro con Der Leiermann (il suonatore d’organetto) dell’ultimo lied è certamente l’appuntamento con la morte. 

Per allentare la morsa delle precarie condizioni economiche e delle delusioni professionali, nell’autunno del 1825 Franz Schubert aveva intrapreso un viaggio a Salisburgo.
L’amara consapevolezza dell’inesorabilità della sua malattia, la sifilide, e dell’approssimarsi della morte, acuì la sua sensibilità. 

L’umore era in balìa di continue oscillazioni prodotte dall’avvicendarsi di periodi di relativo benessere e serenità con altri segnati invece dalla sofferenza e dalla disperazione.
L’attività del compositore, pur condizionata da tale stato, in quel tempo diventò tuttavia ancora più fervida, costellata da composizioni che si rivelarono ai posteri quali inarrivabili capolavori.
Casualmente, durante il viaggio del 1825, scoprì queste poesie che accesero il suo desiderio di musicarle: ne scelse 24.
Della Winterreise, Schubert stava ancora correggendo le bozze della seconda e ultima parte quando la morte lo ghermì il 19 novembre 1828. 

Racconta la storia, che Schubert stesso aveva volontariamente frammentato i versi di Muller per rendere il suo viandante, che camminava su strade innevate e ventose, bandito da una casa calda, un personaggio inquieto e affascinante, quasi byroniano. 

Winterreise : manoscritto autografo di Schubert, 1827 Feb.

Egli affrontava ogni emozione, perdita, dolore, solitudine, disperazione, ironia, a volte incupita dal paesaggio invernale, attraversando la musica schubertiana.

In gran parte dell’opera schubertiana questo concetto di viandante, specchio simbolico anche delle esperienze di vita del musicista, assunse spesso sfumature tragiche che si risolvevano nel preannunciare la fine di qualcosa: l’amore, la speranza, la vita e, per estensione, il tempo e il mondo stesso. 

Tutto ciò era evidente dunque nel ciclo liederistico in oggetto, in cui predominavano le immagini del freddo, dello smarrimento, delle atmosfere allucinate, impregnate di senso di morte, morte anche e soprattutto spirituale. Come nella idea che ne aveva Leopardi, la natura, in queste opere, da madre amorevole si era fatta matrigna e il paesaggio invernale, bianco e gelido, che accoglieva nella monotonia i passi del protagonista, non prometteva più calore ne’ primavera: figurarsi se poteva alludere a possibili consolazioni! 

In Schubert il tempo si annullava, non esistevano più né il passato ne’ il futuro: c’era solo un disperato, desolato ed eterno presente. Rimaneva un’amarissima riflessione sull’ostilità umana, su uno spazio uguale ed illimitato che sprofondava in se stesso, sull’inavvicinabilità alla comunità degli uomini da cui il protagonista si escludeva e si sentiva escluso. Di conseguenza veniva fatta la scelta, nell’ultimo canto, di condividere il cammino con un altro reietto, un vecchio mendicante suonatore di organetto (Der Leiermann).
La morte, in quest’ultimo lied assumeva così una sembianza quasi gotica, come in un quadro di Albrecht Dürer. 

Albrecht Dürer: Knight, Death and the Devil, 1513. Incisione su carta vergata

Il suonatore d’organetto, contro il quale i cani ringhiano, il musicista che nessuno ascolta e nel cui piattino nessuno mette una monetina, è un “fratello in spirito” al quale il viandante propone di adattare la musica dell’organetto ai suoi versi. 

E’ ancora una volta il destino fatale, colui al quale il viandante irrigidito dal gelo della stagione e dell’anima chiede: “Tu e io siamo la stessa persona?” 

Certo, i versi affidati al povero suonatore si perderanno poi nel nulla, così come si perde nel nulla la melodia ritmicamente disfatta, dell’ultimo Lied.

Raramente la musica, in tutta la sua storia, ha conosciuto note tanto tragiche ed agghiaccianti quanto quelle con cui Schubert ha saputo magistralmente rivestire i canti del Winterreise. Al centro del Viaggio di Schubert ci sono la musica e il verso uniti in un abbraccio indissolubile, stretto al punto che il poeta Müller aveva affermato: “le mie canzoni vivono una vita a metà, un’esistenza cartacea di bianco e nero, finché la musica non soffia in loro l’alito della vita”.

“Come un estraneo sono comparso,
 come un estraneo me ne vado.” 
    (Gute Nacht)

Franz Schubert “Winterreise”: Thomas Quasthoff & Daniel Barenboim – Erstarrung

Tonino Panino è nato, o meglio è stato covato a Roma negli anni del boom italiano, cioè all’incirca a metà degli anni Cinquanta.
Già da piccolo amava a tal punto i suoi contemporanei che meditava di fondare un Erode Fun Club.
La faccenda si concretizzò solo qualche decennio dopo e Panino, insieme col collega Tarallo, venne nominato membro a vita del sodalizio, percorrendone per intero il cursus honorum.
Figlio unico, per buona sorte dei suoi mancati fratelli e sorelle, da piccolo non era molto studioso, preferendo trascorrere il suo tempo tra le braccia di Euterpe, piuttosto che a scuola, ascoltando musica e suonando: prima il pianoforte, poi il violino, quindi le percussioni e per ultimo il campanello di casa.
Senza musica non vivrebbe, lo sanno anche in casa, luogo nel quale è sottoposto giornalmente ad una flebo di gorgheggi melodici.
La sua musica preferita è il folk jazz sinfonico, ma non gli dispiace neppure la musica elettro-barocca da camera: comunque vista la sua spaventosa apertura mentale in campo musicale si può dire gli piacciano tutti i generi tranne i raga tibetani.
Non è una buona forchetta e non ama stare in tavola più di 35 secondi, e questo solo nel raro caso si senta di buon umore.
Ha la cordialità di un riccio arrabbiato ed è abitudinario al punto di non aver mai cambiato moglie.
Parla fluentemente un po’ di lingue tra cui l’uzbeco e il sezzese. 


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