Poulenc: les Biches ovvero lo scandalo danzato

                             

la mia musica è il mio ritratto”

(F. Poulenc)

Ricercando costantemente la novità, Sergej Diaghilev, il fondatore dei Ballets Russes, nel 1923 ebbe l’idea di mettere in scena un nuovo balletto pensando a quello di Fokine, “Les Sylphides” del 1909, per il quale Glazunov aveva eseguito l’orchestrazione di vari pezzi di Chopin.
Questa volta si rivolse per la musica a un giovane compositore francese, ancora relativamente conosciuto: Francis Poulenc.
Il risultato fu “Les biches”, un balletto del 1923 composto con la sceneggiatura di Jean Cocteau e l’adattamento scenografico e i costumi di Marie Laurencin. 

Poulenc scrisse la partitura del balletto prendendo ispirazione da un quadro di Watteau intitolato “Le Parc aux Biches”, che rappresentava scene apparentemente idilliache del Settecento francese.
Ne uscì una composizione che faceva riferimento sia alle musiche del neoclassicismo ma anche alle sonorità più alla moda in quegli anni, quelle derivate dagli influssi jazz.

Francis Poulenc

Poiché la partitura era ispirata dall’atmosfera evocata dal dipinto di Watteau, Poulenc descrisse con ironia il suo lavoro come “un ricevimento in un salotto contemporaneo immerso in un’atmosfera di libertinaggio che provi solo se sei iniziato, ma di cui una ragazza innocente non sarebbe mai a conoscenza”.

Vi erano evidenti devianze di fanciulle in una casa di lusso, scene di una società Anni Venti nelle quali “non si può vedere nulla e immaginare il peggio”.

Il compositore concepì una serie di pezzi indipendenti l’uno dall’altro, cercando di giustapporre diverse atmosfere come nella tradizionale Suite di danze: un Rondò, un Adagietto, un Mazurka, un Andantino e una Finale si susseguivano, intrecciati a canti eseguiti da un coro, un’innovazione che fino ad allora era stata usata solo in “Daphnis e Chloé” di Maurice Ravel. 

Scritta in uno stile leggero e giocoso, la partitura sposava il Settecento musicale con lo Stravinsky neoclassico e riempì il suo autore di molte soddisfazioni:

È un grande risultato: circa 35 minuti di musica molto veloce”,

scrisse Poulenc al direttore Ernest Ansermet nell’ottobre del 1923, quando completò l’orchestrazione: “Diaghilev è felice, credo che è una buona cosa, ci ho messo tutto il mio cuore e la mia abilità”.

Diaghilev fu davvero contento del risultato e, sempre amante dell’avanguardia, diede vita a queste “cerbiatte” portando sul palcoscenico un personaggio mitico, “la garçonne”, cioè la donna dalla bellezza androgina, che pareva un ragazzo perché come lui vestiva e si atteggiava.
Questo a soli due anni dalla pubblicazione dell’omonimo romanzo di Victor Marguerite, che aveva causato un tale scandalo che il suo autore era stato privato della sua Legion d’Onore!

Il soggetto fu elaborato in sceneggiatura da Jean Cocteau che, come fece per “Le Train Bleu” di Darius Milhaud, costruì una storia fantastica, quasi surreale, che 

“si limita a dipingere le trasgressioni amorose di tre giovani ragazzi e le ambigue relazioni erotiche delle ragazze in un contesto che è la parodia dell’idilliaco ‘700 ma è allo stesso tempo l’esatta fotografia della vita dei giovani borghesi degli anni venti”. 

Jean Cocteau

Leon Botstein scrisse che “il soggetto del balletto, se ve n’è uno, è il piacere sessuale”.
La sensualità e l’ambiguità di questo soggetto fecero dire a Cocteau: “Insomma con questo balletto sapete cosa sembra di vedere? Dalla casa di fronte, una mano maliziosa, perfida, abile, con uno specchietto dirige un raggio di sole su un viso di donna”. 

Les Biches era il balletto del piacere che prolungava una gioventù senza fine, era un allegro tumulto, “una pazza prosperità ai margini del precipizio“, come scrisse Maurica Sachs, poiché, senza saperlo, i folli anni Venti danzavano sull’orlo di un vulcano pronto ad eruttare di lì a poco.

Delle scenografie e dei costumi si occupò Marie Laurencin e la coreografia del balletto venne curata da Bronislava Nijinska, che era impegnata anche a danzare, nella parte della padrona di casa.

Bronislava Nijinska

“La Nijinska era completamente nel suo elemento, ha improvvisato e ha inventato passi a un ritmo tale che le ragazze potevano difficilmente seguire”, ha detto Lydia Sokolova, una delle ballerine dei Ballets Russes.

La sorella del famoso ballerino Vaslav Nijinskj volle infatti una vera novità nell’arte della danza, facendo comparire innovazioni tecniche come, ad esempio, le braccia posizionate in posizioni angolari, ed altri elementi presi in prestito direttamente dalle danze per saloni da ballo allora in voga.

La Nijinska, che nel balletto danzando flirtava con due giovani al ritmo di una rag-mazurka, vide il suo lavoro alla fine riconosciuto come un vero capolavoro.

Alcune difficoltà nella creazione dell’opera furono legate alla collaborazione con Marie Laurencin, che in un primo momento si era accontentata di proporre alla costumista Vera Soudeikine e al creatore delle scene, schizzi ed acquerelli che erano opere d’arte affascinanti, ma che non avevano la precisione richiesta per consentire la realizzazione materiale dei costumi e delle scenografie per i quali, infatti, fu cambiata idea diverse volte.

Marie Laurencin

Si dice che Marie Laurencin avesse originariamente progettato per il ruolo della “la dama in blu” un vestito con uno strascico e che, in una delle sue visite giornaliere al laboratorio di cucito, all’improvviso, come folgorata, avesse preso le forbici per tagliare lo strascico tra lo sgomento del seguito…

Decise che ogni ballerina doveva indossare un body e una giacca di velluto, le gambe vestite con semplici collant bianchi e i capelli corti: la ballerina che infine apparve sul palco, incarnava l’immagine che divenne l’icona degli anni ’20, la “ragazza” simbolo di una donna emancipata, ribelle, liberata, che coltivava anche l’ambiguità. 

Ispirati da questa moda, i costumi femminili evocavano altre sfaccettature di questa creatura sensuale, perché se l’androgina “garçonne” prendeva a prestito volentieri il guardaroba maschile e si vestiva di notte per ballare con abiti da cocktail, non dimenticava mai però gli accessori essenziali: le collane di perle e soprattutto il fumo di sigaretta, perché “la garçonne” guidava auto, beveva e fumava come un uomo e le sue Marlboro avevano lunghi filtri rossi per nascondere i segni del rossetto.    

La scenografia da parte sua evocava un grande salone trasparente di una ricca villa sulla Costa Azzurra, ed era notevole per la sua estrema sobrietà: c’era una tela bianca su cui era disegnata una semplice finestra, di fronte alla quale spiccava un grande divano blu.
Niente altro. 

Nella storia di Cocteau non c’era una trama vera e propria, soltanto alcune scene di corteggiamento nel corso di una festa elegante.
L’azione infatti si svolgeva nel salone di una casa alto-borghese, in cui una elegante signora intratteneva alcuni convenuti: c’erano tre giovani ragazzi, desiderosi di conquistare o essere conquistati, c’era una strana ragazza vestita di blu, una coppia di ragazze vestite di grigio e altre giovani donne sofisticate che portavano dei lunghi pennacchi in testa e fumavano sigarette.

In quel salotto degli anni Venti, civettuole “garçonnes” scherzavano su un grande divano mentre arrivavano i primi ospiti della serata, i tre giovani sportivi che si aggiravano come galli in un’aia, consapevoli dallo sguardo ammirato del gineceo.
Chiacchieravano per flirtare ed il coro filosoficamente ne deduceva che l’amore è come un gatto che osserva la sua preda.
Si arrivava poi all’ingresso del personaggio della “signora in blu”, che seduceva uno dei giovani, in compagnia del quale scompariva, mentre le altre ospiti femminili flirtavano con i due maschi rimasti.
Il coro evocava questa volta l’ossessione delle ragazze per le belle feste e la preferenza dei ragazzi per i piaceri del bere, del fumare e del flirtare.  
Nascondendosi dietro la collana di perle ed il fumo di sigaretta, la padrona di casa faceva poi un’entrata spettacolare, divenendo il punto focale del balletto.
Quando lei si sedeva sul divano, entrambi i ragazzi rimasti entravano in competizione tra loro per ottenere la sua attenzione e le correvano dietro quando lei lascia la stanza.
Subito dopo ricomparivano in scena la “signora in blu” ed il suo pretendente, mentre il coro cantava parole che parlavano di mazzi di fiori, di baci furtivi e di matrimonio.

La prima mondiale del balletto ebbe luogo a Montecarlo il 6 gennaio del 1924, con Bronislava Nijinska nel ruolo della padrona di casa, mentre Vera Nemtchinova aveva la parte della donna in blu.

Vera Nemtchinova

Conquistati sia dalla musica che dalla coreografia, il pubblico e la critica subito acclamarono Les Biches, tanto che Diaghilev, poco tempo dopo, fece debuttare il lavoro anche a Parigi, al Théâtre des Champs Elysées, il 26 maggio 1924, con lo stesso, grande successo.
La stessa accoglienza trionfale venne riservata al balletto dal pubblico del Colosseum di Londra, nel 1925 e nel 1926.

A volte chiamato “balletto erotico”, il lavoro venne spesso definito come ” il primo balletto femminista”. 

Non è esatto dire che con esso si inaugurò la collaborazione di due donne nel campo artistico poiché la stessa situazione si era già avuta già nel 1923 quando la Nijinska creò i movimenti di “Les Noces” per un balletto con Natalia Goncharova su musiche di Stravinsky.
L’esperienza fu reiterata nel 1924 con “Il treno blu”, un altro successo che con “Les Noces” e “Les Biches”, divenne uno dei tre balletti della Nijinska passati alla storia della danza.

Francis Poulenc

“Les Biches” faceva risplendere la straordinaria modernità dei “folli Anni Venti”, rammentando a tutti il ruolo di quelle donne pioniere che avevano avuto il coraggio di affrontare la disapprovazione della società maschilista nel corso di quel decennio che portava verso gli Anni Trenta.
Si pensi solo che allora accadeva talvolta che alcuni preti rifiutassero perfino di concedere la comunione alle donne che portavano i capelli corti!

Come scrive lo storico musicale Ettore Napoli, quando parliamo di Poulenc descriviamo un “musicista dalla doppia personalità, devoto e beffardo, puro e irriverente, serio e ironico, malinconico e scherzoso”.

Il contrasto nel suo carattere tra il “disinvolto bon viveur” ed il gentile, timido e devoto Poulenc, fu sintetizzato dall’amico Benjamin Britten:

Per il medio inglese, la musica di Francis Poulenc potrebbe apparire come quella del tipico compositore francese: spiritosa, audace, sentimentale, maliziosa. In realtà però Francis era molto spesso depresso, impressionabile, insicuro e soggetto al panico. […] Dava un grande significato alla sincerità: era troppo innocente per essere ipocrita”.

Francis Poulenc

La giovialità di Francis, dunque, serviva spesso da maschera per coprire le sue insicurezze, l’ipersensibilità e le sue paure più recondite, elementi della sua personalità che solo gli amici più intimi conoscevano, sopportando sia i suoi eccessi di entusiasmo, che i suoi momenti di profonda depressione. 

Furono soprattutto due coincidenze biografiche a marcare il suo animo in profondità: la prima fu la morte dell’amico ventenne Raymond Radiguet, avvenuta nel 1923, che provocò un tale dolore in Poulenc da impedirgli per giorni di lavorare; la seconda fu la perdita della sua più cara amica, Raymonde Linossier, scomparsa nel 1930.

Raymonde Linossier

La sua musica raccolse tutte le influenze esercitate dalla Belle Époque che confluirono in uno stile semplice, che risentiva fortemente del dadaismo, scherzoso ma anche malinconico, ma senza escludere legami col neoclassicismo.
Poulenc, parigino fino al midollo, della sua città amò e rappresentò musicalmente l’eleganza, l’energia e lo spirito.
La sua musica, anti-romantica ma anche anti-impressionista, costituiva l’altra faccia del mondo sia rispetto a Wagner che a Debussy, rimandando piuttosto allo stile vivace del music-hall e del cabaret, all’estetica di Satie e di Cocteau.

Il compositore fu sempre consapevole di non essere un innovatore, ma non si preoccupò mai di questo, anzi, a tal proposito, nel 1942 ebbe a scrivere:

Sono ben conscio di non essere quel tipo di musicista che porta innovazioni armoniche, come Stravinsky o Ravel, ma io penso veramente che ci sia un posto nella musica contemporanea che si accontenta di usare gli accordi di altra gente. Non era questo forse il caso di Mozart e di Schubert? E, in ogni caso, con il tempo, la personalità del mio stile armonico diventerà evidente. Non era forse anche Ravel a lungo reputato niente più che una figura minore e imitatore di Debussy?” 

Nonostante le sue pulsioni omosessuali, Poulenc per l’intera vita desiderò una sola donna quale compagna: la sua amica d’infanzia Raymonde Linossier, che lo aiutò molto nei primi anni di carriera.
Desiderava sposarla ma aveva timore di dichiararsi, di dire quel che davvero sentiva.
Non voleva sopportare un rifiuto, rischiando di perdere addirittura anche la sua amicizia.

Francis Poulenc e Raymonde Linossier in una simpatica cartolina

La Linossier però morì nel 1930, all’improvviso, senza che lui potesse rivelarle i suoi veri sentimenti:
Dopo questo terribile evento il musicista non riuscì a comporre per parecchio tempo: le aveva del resto appena dedicato il balletto “Les biches”, la cui partitura fu poi deposta nella bara dell’amica.                     

Poulenc, come tutti i compositori apparentemente facili, è in realtà difficile: non è adatto ad un ascolto distratto o ad essere usato come un piacevole sottofondo sonoro.
Per averne un’autentica comprensione occorre attenzione. 

Da sempre bersaglio di ogni avanguardia, per non aver aderito a nessuna corrente di sperimentazione, Francis Poulenc non era totalmente ascrivibile nemmeno al neoclassicismo, l’ambito in cui lo avrebbero, in teoria, collocato l’amicizia con Stravinsky e la sua adesione al il Gruppo dei Sei, composto da tanti autori in realtà diversissimi, che poi presero, infatti, strade praticamente opposte.
A modo suo, invece, fu molto più rivoluzionario di tanti compositori che, non essendo tali nell’animo, lo erano solo con la penna, se non solo a parole.

Il “gruppo dei sei”.
Da sinistra: F. Poulenc, G. Tailleferre, L. Duray, J. Cocteau, D. Milhaud e A. Honegger. L’unico assente è G. Auric, rappresentato in uno schizzo appeso alla parete

Iscriviti alla Newsletter di Latina Città Aperta

* campo obbligatorio
/ ( dd / mm )

Condividi
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *