Tarallo e la Santa Impazienza: botti finali

La sera era sul punto di cedere il passo alla notte. Strappoli di Sotto dormiva della grossa.
Le mascherine, orpello divenuto ormai abituale per i suoi abitanti, erano state riposte con cura sui comodini o sui tavoli ripuliti dalle tracce dei malinconici banchetti dell’epoca della quarantena.

A quell’ora vi stazionavano solo mille boccette fantasia, appartenenti ad altrettante marche di disinfettante, alcune delle quali divenute trendy come profumi, ed altrettanto costose.
Nell’aria notturna e silenziosa di quegli interni per lo più modesti, quasi mai ampi, restavano in sospensione gli echi delle voci dei virologi televisivi e quelli, più sonori, delle liti accese che scoppiavano tra persone costrette a frequentarsi come mai in precedenza.

Nel paese, le case addossate l’una all’altra, facevano sì che in ciascuna di esse, quasi ordinatamente, scoppiassero queste baruffe tra gente estenuata da un isolamento coatto che permetteva agli abitanti solo la reciproca compagnia.
Annoiati, infastiditi e spazientiti, si litigava tra marito e moglie, tra suocere e nuore, tra madri esasperate e sfrenati ragazzini presto scapaccionati, tra padri tradizionalisti e figlie piene dei mediocri sogni indotti dai persuasori occulti, annidati ovunque tra le pieghe di quella che chiamiamo comunicazione.
E ciascuna casa, oltre che dei propri, viveva dei litigi dei vicini, che fungendo da argomento di conversazione, avevano il magico effetto di placare quelli interni.

Era insomma una quarantena povera, essenziale come le cose paesane, senza grilli per la testa.
In quelle abitazioni non accadeva ciò che si verificava negli immensi condomìni che rendevano i palazzi delle grandi città altrettanti anfiteatri in cui si combattevano cento e cento furiose battaglie.
Scontri cruenti e parcellizzati, nei quali si faceva a pezzi quel che tra le persone conviventi si era mantenuto miracolosamente in piedi per decenni, fino al presente e prolungato momento della quarantena, in un equilibrio fatto di sopportazioni stentate, di menzogne, di idiosincrasie compresse e di tradimenti taciuti.
In piena era del coronavirus, urlava ciascuna unità abitativa delle grandi città, ma i palazzi che le contenevano rimandavano solo il silenzio di luoghi in cui non si potevano formare delle comunità.

Tutto era diverso, a quell’ora tarda, nel teatro delle operazioni di Tarallo e soci.
L’interno deserto di Santa Abbondanziana Martire, pur ingombro di tutti i macchinari e gli attrezzi lasciati dalla squadra di operai, manteneva quasi intatta una certa solennità.

Questa composta maestosità rischiava però di essere compromessa dall‘echeggiare in sottofondo di frequenti bisbiglii, dai fruscii di abiti di mezza stagione, tirati fuori croccanti dalla naftalina, ma era violata anche, spiace dirlo, da rare, trattenute risatine.
La verità è che, in quella notte, tutti e quattro i confessionali della chiesa erano stipati, pieni zeppi di abusivi, così, dove trovava di solito riparo la figura di un confessore, quella notte di figure se ne stringevano due, che peraltro si davano reciproco fastidio perché avevano completamente occupato lo spazio fisico di quella sacra costruzione.
Ora il gomito di un soggetto finiva per ispezionare la cavità orale di un altro, ora la rotula dell’altro si insinuava nel costato del primo: era difficile resistere senza protestare o farsi scappare qualcosa di bocca.
Le coppie nei confessionali erano quelle già rodate, che tra l’altro rispecchiavano la dislocazione dei membri della banda Tarallo nelle camere della pensione: Abdhulafiah divideva lo spazio con Afid; i due Tressette lo occupavano insieme e nei rimanenti due stavano nascosti il Prof. Cervellenstein e Donna Romualda, e Tarallo con Consuelo.
Essendo i confessionali sistemati lungo le navate esterne, più o meno alla stessa altezza, ciascuno dei membri del gruppo poteva vedere gli altri, pur celati dalle tendine.

Lallo, che teneva Consuelo coperta con un suo trench, un po’ perchè dormicchiava e un po’ perché non se ne vedesse la luce, ad un tratto pensò di essersi addormentato anche lui, e di trovarsi immerso nel pieno di un sogno.
Un’allucinazione, forse, perché da dietro il drappo che celava il dipinto ospitato nella cappella di fronte a lui, vide sgusciare e sgattaiolare via, una figuretta senza testa che indossava una tunica vivacemente colorata di azzurrino.
Ricordò subito di aver visto quel personaggio nel quadro che raffigurava il martirio dei santi Pròzio e Mòzio, che erano peraltro tra i pochi, fino a quel momento, ad essere rimasti tranquilli senza aver tentato di modificare il loro posto all’interno della composizione.

Quando Tarallo, dando di gomito a Consuelo, destandola, ebbe realizzato di non stare sognando, si rese anche conto di qualcosa di sconvolgente e di imprevisto: evidentemente, i martiri non si limitavano soltanto a spostarsi all’interno dei rispettivi dipinti, ma erano in grado anche di fare irruzione nella realtà circostante!
Folgorato, il giornalista ebbe così anche la spiegazione delle tracce di vernice colorata che aveva rintracciato sul pavimento della chiesa: le lasciavano i Santi, staccandosi dalle loro cornici!
Nel frattempo, il martire, Pròzio o Mòzio che fosse, nessuno della banda ne aveva idea, e che ormai aveva l’attenzione di tutti, si era girato guardingo intorno, come se riuscisse a vedere pur privo della testa, poi si avviò cauto verso il fondo della navata, come se non fosse del tutto sicuro della direzione presa.

Il professor Cervellenstein a quel punto spiegò all’affascinante Donna Romualda di non essere troppo meravigliato di ciò che avevano appena visto, in quanto, col mestiere che faceva, di gente che viveva benissimo facendo volentieri a meno della testa, ne aveva incontrata una vera moltitudine.
Non ebbe il tempo di argomentare ulteriormente la sua tesi, perchè fu interrotto da una nuova sopresa.

Non erano passati più di una quarantina di secondi dalla prima apparizione, che di botto tutti i confessori abusivi videro apparire San Sebastiano, rosso ed eccitato in volto, con in mano una bottiglia e due calici, correre deciso per sorpassare Pròzio o chi altro fosse.
Le bocche dei nostri amici si spalancarono all’unisono per la sorpresa, giusto come avevano fatto i santi bizantini in processione, quando avevano sentito il fracasso del martello pneumatico.
Tarallo e gli altri, ancora non osavano uscir fuori dai confessionali, quindi si mantennero al riparo in quelle cabine dell’autodenuncia.

Fu allora che da dietro una colonna, con una certa prudenza, sbucando dal buio, fece la sua apparizione all’interno della chiesa un altro individuo.
Spiava da tergo i martiri. Chissà da quanto tempo stava di guardia anche lui, si disse Lallo.

In un primo istante tutti pensarono che si trattasse di Ducco il sagrestano, poi, quando quel tipo si pose in piena luce al centro della navata centrale, si rivelò essere Monsignor Luis Verafè, ancora vestito da muratore.
Sembrava alterato, si notava benissimo, e borbottava tra sé qualcosa che per un po’ non si riuscì a percepire.
Poi, il gesuita travestito alzò la voce di quel tanto che bastò a sentirlo dire: “Lo dicevo io, è qui! E’ qui! Ne ero sicuro: è qui, e adesso…”.

Interruppe il suo discorsetto e si mise a camminare nella scia dei due santi.
San Sebastiano, più veloce ed esperto aveva intanto sorpassato Pròzio, o forse Mòzio, che, visto il contegno irriguardoso del collega, si era messo a correre anche lui.
La tunica, lunga com’era, e con tutte quelle volute di cotone che pendevano dappertutto, lo impacciava un po’ nei movimenti, tanto che rischiò un paio di volte di inciampare.
Oltretutto quel martire era senza testa, e se di solito in Italia questa caratteristica fa curriculum, in quel contesto faceva solo sì che la sua traiettoria non potesse essere precisissima.

I nostri amici, allibiti per l’insolita competizione, realizzarono che il percorso dei santi evasi portava dritto alla misteriosa porta di legno mezzo mangiucchiato, che essi avevano giudicato essere un ripostiglio.

Arrivati che furono presso quel malandato uscio, San Sebastiano e Pròzio/forse Mòzio, avevano preso a battibeccare, prima sottovoce, poi, man mano che si alteravano, sempre più forte.
“Tira fuori la chiave Seb, te lo chiedo cortesemente, poi passerò a maniere meno pie” – disse la tunica acefala, controllando a malapena una certa rabbia – voi ci siete già stati quasi tutti, e mi pare sacrosanto (fico, eh?), sacrosanto che anche altri abbiano il diritto di provarla!”

“Levati dai piedi Pròzio, Mòzio o chi accidenti sei, vado di fretta: ho appuntamento con Sharon Stone e non è tipo da pazientare, quella, o di perdonare dei ritardi!”.

“Ah beh, Seb, io non volevo ma mi ci costringi: beccati questo!”, e il martire acefalo tentò di tirare un pugno al collega, al quale, vista la mira di Pròzio/Mòzio, non fu difficile schivarlo.

“Non ti hanno fatto un gran danno a decapitarti, anzi, -ribattè perfidamente San Sebastiano – il tuo Q.I., anche senza la testa, è rimasto immutato, in compenso l’estetica ne ha guadagnato!”.

Al santo, evidentemente, piaceva da matti essere lui, una volta tanto, a tirare frecciate invece di beccarsele.
Ancora più infuriato però, il bersaglio di quella battuta, punto sul vivo, si scagliò alla cieca addosso a Seb che lo cinturò come un esperto boxeur.
Verafé, che si era nuovamente nascosto dietro una colonna, non ritenne che fosse il caso di intervenire, mentre la zuffa si faceva sempre più aspra.
La banda Tarallo era compattamente sbalordita.
Lallo fu il primo a scivolare fuori dal confessionale, seguito da Consuelo, poi uscirono tutti e si misero a spiare, non visti, l’evoluzione della storia.
Il giornalista, per quanto pazzesca fosse, aveva cominciato a farsi un’idea di quello che stava accadendo da qualche mese a Strappoli di Sotto, e sentiva che ormai la verifica della sua tesi era vicina.

Al culmine della poco pia rissa tra i due martiri, la porta di legno diroccato si aprì di un tantino e in quella fessura fece capolino la testa di San Giovanni Battista, quella che nel quadro era scomparsa, sostituita dall’immane piatto di bucatini all’amatriciana.

“ Fermi!!. strillò – non vi vergognate? Qui dentro già siamo in troppi a fare i turni.
Vi avevo lasciato pure da mangiare, ero d’accordo con Salomè per farvi assaggiare i bucatini, ma ci fosse uno solo che li abbia toccati: tutti a sbavare per entrare qua dentro!
Pazienza, dovete avere pazienza e quindi… O cavolo, manco non lo avessi appena detto: che ci fai qui Abbondanziana?
Ci mancavi giusto tu!”.
Nessuno dei presenti si era reso conto che si era staccata dal suo quadro: i nostri amici si limitarono a constatare che anche la santa patrona di Strappoli si era fatta sotto alla fatidica porta.
Rispose stizzita al Battista, e la sua era una favella che sapeva molto del luogo.

“Oohh bello, statte un po’ bono, và: qua state voi a casa mia, è chiaro? ‘A patrona so’ io e ve posso caccià quanno voio, capito? E mo famme passà Battì, che devo parlà de ‘na cosa co’ George.”.

“George? – intervenne San Sebastiano, che si era un po’ afflosciato – George chi?”

“O Madonna! – sospirò Abbondanziana, sconfortata – Nun l’hai mai visto E.R.? Oppure Ocean’s Eleven?”.

“No- borbottò Seb umiliato, – l’ultimo film che ho visto è stato “Ben Hur”. Me lo dice sempre Sharon che devo mettermi in paro”
”Ecco, appunto, si ciai tempo vattene ar cinena e lassame passà: Ah Battì, guarda che ciò ‘na prelazione io, so’ la patrona!”.
“Abbondanzià, dentro c’è qualcuno, si deve aspettà, aveva prenotato da un sacco di tempo”.
Fu a quel punto che si sentì fortissimo un urlo, un bestiale latrato, così formidabile che squassò le navate:

“MIAAAAAAAAAAA!! E’ MIAAAAAAAAA!! VIA TUTTIII, ANCHE SE SIETE SANTI: SCIO’, PUSSATE VIA, VIA, VIAAAAA!!!”:

La corsa di Verafè sembrò quella di un centometrista disperato in una finale olimpica.

Fu impressionante.

I Santi, per un istante rimasero così basiti e sconvolti da sembrare delle sculture anziché pitture.

Il gesuita muratore gli passò accanto di volo, come un tornado e si gettò addosso alla porta, spalancandola con una spallata e facendola sbattere contro lo stipite.

La testa del Battista crollò in terra, rotolandosi con un’espressione stupefatta.

Verafè si catapultò nella stanza nascosta e, finalmente la vide: sulla miracolosa poltrona Onyric, capace di portarti all’interno di qualunque sogno tu volessi, stava però seduta Santa Molara, con gli occhi socchiusi e l’aria un po’ tesa.
“E’ mia, la poltrona è mia e quella là deve scendere!”, ringhiò maleducatamente il gesuita edile.
Fu la testa del Battista a rispondere: “Guardi signor muratore, che non si può, Santa Molara è nel pieno di un sogno.
Tra l’altro è una roba che gli preme, l’ha prenotata da giorni quella poltrona: sta sognando di essere in cura da uno dei dentisti di cui è la protettrice e di farsi risistemare la bocca. Purtroppo, col martirio che gli è toccato, tutti i denti strappati, ha sempre avuto il complesso, poveretta…”.

Verafè, che pareva febbricitante, esitò un attimo, fatalmente.
Non fece in tempo nemmeno a pensare qualcosa: nella stanza irruppe disordinatamente un plotone di gente.
Nello spazio risicato di quel ripostiglio entrò mezzo mondo, vecchi complottisti e nuovi arrivati: Don Oronzo Sacripanti, Sua Eccellenza il Vescovo Amalfio Berruti, Donaldo Ducco, il sagrestano, e l’intera banda Tarallo, eccitatissima.
Per cinque minuti la confusione fu somma: tutti strillavano qualcosa a tutti, ciascuno urtava qualcuno e nella calca Abdhulafiah tentò perfino di piazzare le Coronabottus Privilegiate a Sua Eminenza il Vescovo, che, stordito dalla ressa, quasi ci cascò.

Quando, come d’incanto, tornò la calma, nella stanza erano rimasti solo gli umani viventi: tutti i martiri si erano nel frattempo dileguati.
Tarallo e gli altri, sedata la confusione, seppero da Don Oronzo che la poltrona era stata spedita a Strappoli di Sotto dalle autorità massime della Compagnia di Gesù, con l’intenzione di seppellirla in un posto poco vistoso, e certo quel paese non faceva gola a nessun turista.
Così, era rimasta per un bel po’ a prender polvere in quello stanzino risicato.

Evidentemente Monsignor Verafé doveva aver avuto una dritta da qualcuno della ditta dei trasporti “Motor Christi”, convenzionata con la Compagnia.
Con l’arrivo della Onyric, però, si era verificato qualcosa di inimmaginabile: i santi martiri, non si sapeva e non si sarebbe mai saputo come, si erano accorti della poltrona, buttata via nel ripostiglio, e delle sue proprietà.

Stanchi della loro immobilità secolare, quei poveracci, eternamente sofferenti, ne avevano largamente approfittato per togliersi degli sfizi millenari.
Si erano letteralmente scatenati.

Il vescovo fece giurare a Tarallo che non avrebbe pubblicato una sola riga concernente quella storia pazzesca e Lallo, sia pure a denti stretti, comprese e acconsentì.

Così finì per fare un pezzo di colore come tanti, sul paese, sui paesani, sui marsupiali del barista e sul legame di Strappoli con l’Australia.

Con Consuelo e gli amici tutti, Lallo trascorse un altro weekend di pace e amore in paese, poi, saldato il conto della Pensione, che nessuno gli avrebbe mai rimborsato, fece ritorno in città, trovando in redazione il solo Taruffi, l’unico terrestre ad aver nauseato il coronavirus.
Gli altri cronisti smaltivano a casa una positività che, soprattutto nel caso di Frangiflutti, sembrava stonare perfino come concetto.

Per la signora Cleofe fu un vero dolore dover abbandonare la sua nuova amica Berenice, ma, grazie al proficuo scambio avuto con lei, rientrò a casa con un notevole bagaglio di nuove conoscenze in materia di erotismo della quarta età, e delle relative delizie corporali.

Lo screditato Mosignor Verafè, che per il fatto di essere stato nuovamente separato dalla poltrona Onyric, era andato del tutto fuori di testa, una volta che una siringa pietosa lo ebbe riportato alla calma, fu avviato, a cura della sua Congregazione, verso un istituto di rieducazione, diretto da un ex vietcong.
Al ripostiglio della chiesa di Santa Abbondanziana venne sostituita la porta, piazzandocene una blindatissimissima, le cui chiavi vennero affidate al sagrestano Donaldo Ducco, che da quel momento in poi fu un uomo felice.

Col tempo i suoi modi si raffinarono sensibilmente tanto che, incredibilmente, divenne un beniamino delle donne.
In quel campo però, si fece molto selettivo, come se a Strappoli non trovasse nulla di adeguato a gusti come i suoi, che sembravano essere soddisfatti da qualcosa di davvero superlativo, raccattato altrove, dicevano le vecchie in paese.

I quadri nella chiesa tornarono ad essere esattamente come erano stati dipinti, coi martiri che, rientrati al loro posto, sembravano ora ancora più martiri.

Mah, a dire il vero, questo non è del tutto esatto: non tutti tornarono alla loro tradizionale iconografia.
Santa Molara, al contrario, alla faccia dell’aguzzino che gli si appressava con le tenaglie, prese a sorridere nel suo dipinto.
Il suo era un sorriso sterminato.
La bocca, infatti, splendeva, ostentando una dentatura abbagliante, da star holliwoodiana.

Fine

Sotto il divertente pseudonimo di Lallo Tarallo si cela lo scrittore,  polemista satirico, storico della filosofia kirghiza e collezionista di barchette fatte con carta di quaderni Pigna, Lallo Tarallo.
Nato da qualche parte in un giorno di settembre a vostra scelta, si dedicò dapprima a studi classici, approfondendo soprattutto i nebulosi rapporti tra Sparta e Pontinia, poi, all’insaputa di tutti, lui stesso incluso, iniziò l’attività di scrittore.
Nel 2017, infilatoci da una muscolosa raccomandazione di uno zio piduista, entrò nella redazione del Fogliaccio Quotidiano, rimanendo però sempre pericolanti i suoi rapporti di lavoro e personali col Direttore, Ognissanti Frangiflutti.
Vinte mille difficoltà, è riuscito infine a conquistare Consuelo, una donna tanto bella da rischiarare il mondo, e a mettersi definitivamente calmo sul piano sentimentale.
Ha frequentazioni con soggetti migranti o bizzarri, o entrambe le cose, e da quando era feto è in cura con l’illustre Psicologo e clinico Samuel Cervellenstein.


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