Tarallo e la quarantena del Fogliaccio

Mentre Taruffi si attardava col suo Smart Working, danzando come un dj riemerso da un tombino, ai comandi vocali di questo o di quell’altro collega che gli dettava articoli o piccole variazioni a pezzi già inviati, Tarallo, navigando sul tappeto di cartacce, girellò un po’ per la redazione.
Si portò vicino ai bagni, verso la propria sfigatissima postazione e, appena arrivato, notò con piacere che nessuno gli aveva toccato il bustino di Voltaire in gomma da cancellare che, come un piccolo faro, si ergeva sulla scrivania, accanto al suo pc.

Anche le penne con le lucine luminose che disegnavano silouettes di animali preistorici sul muro, c’erano ancora tutte, sistemate nel loro bel barattolo di latta antica, reclame di un brodo dal marchio esotico.
Meglio così, perché Sgargarozzi, del commerciale, una sorta di bovino corto e tozzo, gliele aveva puntate da un pezzo, senza neanche farne mistero.
D’altronde, era così infantile quello stronzo!

Anche Lello Rapallo dopo la defenestrazione dal vertice, era stato segregato verso il fondo dello stanzone nei pressi dei servizi igienici.
Lallo, vista la situazione, non resistette alla curiosità di sbirciare più da vicino la postazione del collega.

Si avvicinò alla scrivania ma si bloccò subito: accidenti, da qualche parte ci doveva essere una perdita d’acqua perché il suo ripiano era tutto bagnato.
Corrucciato per l’inconveniente, Tarallo per prima cosa guardò la parete vicina per capire se qualche tubo nascosto si fosse bucato, provocando una perdita sottotraccia, ma vide subito che era tutto a posto: il muro era perfettamente asciutto.
A quel punto abbassò la testa per veder meglio, fino a sfiorarlo, il tavolo di lavoro dello sfortunato giornalista, passato dalle stelle alle stalle: vi stazionava il suo Pc portatile.

Comunque quella di Rapallo era una scrivania francescana, vi poggiava un solo, piccolo arredo: Greta Thunberg, per una volta distesa, sorrideva dalla foto in cornice che la ritraeva in costume da bagno sullo sfondo del Mar Baltico.
Tarallo sorrise ricordando la faccenda della passione di Lello per la miniecologista, storia esaltata, come quelle di Frangiflutti, Bertoni, Verafè e sicuramente di qualcun altro, dalla micidiale poltrona magica Onyric, che ora allietava i giorni di Ducco, il sagrestano di Strappoli di Sotto.

Guardando meglio si accorse che un piccolo rivolo d’acqua colava fuori dallo schermo: cavolo, era da lì, dunque, che veniva la perdita!

Toccò il vetro bagnato: qualcosa non gli tornava, così portò le dita al naso ed un acre odore se ne sprigionò giungendo netto alle narici.
In un lampo comprese tutto, e avrebbe dovuto, anzi, pensarci subito, ma il fenomeno era tanto assurdo che non lo aveva proprio preso in considerazione: Rapallo, che aveva sicuramente lavorato a distanza fino a qualche minuto prima, riusciva a sudare anche stando in Smart working!!!
Ne chiese conferma a Taruffi che, preceduto dal suo tremendo puzzo, si stava avvicinando.
“Sì, lo sai, quello, Rapallo, suda di continuo: quando sta qui gli suda la camicia, ora che lavora a distanza gli suda il computer”.
Marzio ne parlava asciutto, come se quel fenomeno fosse piatta normalità: Lallo lo guardò in faccia.
Quell’uomo non finiva mai di stupirlo.

Tarallo allora provò a riportare Taruffi sul pezzo, a farsi dire cioè cosa fosse accaduto perché tutta la redazione, ad eccezione di lui, si fosse infettata col coronavirus.
Nella sua ignoranza dei fatti, l’unica cosa che Tarallo credeva di aver intuito, azzeccandoci, era che il covid avesse riscontrato nella persona di Taruffi un ambiente estremamente ostile, una carcassa così sudicia che non gli dava sufficienti garanzie igieniche per mettersi a frequentarla: fare un tentativo di colonizzare l’uomo spazzatura poteva voler dire per il virus guadagnarsi una morte nel fiore degli anni.

Così il bitorzoluto, che aveva dimostrato di essere tutt’altro che scemo, aveva pensato bene di starsene alla larga da lui e di occuparsi degli altri: erano tanti e coi suoi colleghi c’era quindi da rimboccarsi le maniche.
Già, gli altri, pensò Lallo, e ne chiese ancora conto al collega che nel frattempo, tirandole fuori da chissà dove, come un prestigiatore, stava per sgranocchiare tre barrette di Pantheron alle noci di Guascogna, caramello filante e granulato di laterizio.
“Ah, scusa, che cafone che sono: ne vuoi?” E fece per allungargli una barretta con la zampaccia lurida.

Con un gesto della mano Tarallo declinò l’offerta, dicendo: ”Allora? Sta redazione? Come si è contagiata?”
“Tu lo sai Frangiflutti com’è fatto: de ‘sto virus non aveva capito un tubo, ma all’inizio un po’ tutti pensavamo che fosse una cosa innocua, un po’ esotica, roba da cinesi.
Poi la situazione si è mossa e la preoccupazione ha cominciato a serpeggiare, molto amplificata dalle tivvù.
Si parlava ogni giorno dei due cinesi a Roma.
Su di loro ci dicevano tutto: “Oggi il Signor Chan ha avuto meno tosse, la signora ha rifiutato il brodino di manzo…”, e così via.

Il Direttore sentiva l’attenzione pubblica aumentare e stava tutto scalmanato a chiederci se c’era qualche contagiato da segnalare, da intervistare, da portare in trionfo.
Insomma, te l’ho detto, de ‘sta cosa non ci aveva capito molto, tant’è che ha chiesto a Sgargarozzi, sai, quello del commerciale, di comprargli un paio di cinesi da intervistare, dei tizi che si facessero passare per infettati.
Non te dico, ne è venuto fuori un dramma.
Tutta colpa de Sgargarozzi, che è un figlio di buona donna: s’è scoperto che ha fatto la cresta sul budget, pensa un po’!
S’è presentato in redazione con un tale Fong, uno scuro scuro, che rideva sempre e parlava con le elle al posto delle erre, ma se capiva che qualcosa non andava.
Mentre il collega lo stava presentando a Frangiflutti, che lo voleva ammaestrà per intervistarlo, è passata Ofelia, una delle redattrici esterne, sai una de quelle che se fanno i paesi più lontani della provincia.

La ragazza è una di quelle che si fanno ammirare, e pure parecchio, ma la reazione del presunto cinese è stata addirittura ‘na cosa pazzesca Tarà!
Pareva che non avesse mai visto una donna in vita sua: s’è scordato de tutto, s’è alzato in piedi fregandosene de Frangiflutti che aveva la domanda in canna, e con uno sguardo da far sembrare un salesiano un attore porno, gli ha sibilato dietro: “Hermosa! Me gustaría que…”

Ignacio, il falso cinese Fong

Tutti intorno, imbarazzatissimi, hanno fatto finta di avere impegni stringenti, chi schizzava de là, chi schizzava de qua: la parlata del cinese non convinceva, pareva un bluff, non sembrava tanto cinese…
Morale della favola, Levalorto ha torchiato a dovere Sgargarozzi, così bene da fargli confessare tutto, anche che quando aveva undici anni aveva fatto il buco nella cabina dello stabilimento balneare “Il capitone d’altura” per vedere sua cugina Argia, che non era neanche granchè, che se spogliava.
Insomma è risultato che ‘sto Fong si chiamava Ignacio e che in realtà era dell’Honduras!
“Gli honduregni costano de meno dei cinesi adesso- si è giustificato – oggi come oggi un cinese, anche asintomatico, costa de più!”.
Frangiflutti quasi scoppiava de bile: glielo hanno dovuto togliere da davanti!”
“Sì, va bene, ma poi, poi che è successo?”, lo incalzò Lallo.
“Dopo qualche giorno, ormai eravamo nel pieno della pandemia e il Direttore faceva dei titoli dal tono rassicurante, del tipo: “MORIREMO TUTTI STROZZATI!”, sai, pe alzà qualche copietta de più, ma stava assai crucciato.
Il fatto era che tutti, proprio tutti: tivvù, giornali, pure i bollettini parrocchiali, avevano il virologo, noi no!
Prova che ti riprova, alla fine Levalorto ha rimediato un virologo.

Era il Professor De Bitorzolis, virologo di seconda mano, ma pareva buono, una cosa tipo usato sicuro.

Il Professor De Bitorzolis, virologo di seconda mano

Questo clinico è venuto in redazione per fare una conferenza sul coronavirus che sarebbe stata ripresa e piazzata trionfalmente come allegato video al giornale.
C’eravamo tutti, tranne te, Tarà, tutti belli seduti e attenti.
In quei giorni qui da noi nessuno portava la mascherina negli interni, tutti se la mettevano quando uscivano.
De Bitorzolis ha cominciato, andava come un treno: era chiarissimo nei concetti, anche se aveva un difetto di pronuncia, un po’ come quello de Jovanotti, così dopo qualche sconcerto iniziale, abbiamo capito cosa intendesse per “viruf”.
Tutti lo seguivamo come se fosse un vangelo co’ le gambe: non volava una mosca.
Ad un certo punto però, al Professore è scappato un colpo di tosse.
Si è subito ripreso ed ha continuato a parlare, ma ci è riuscito per poco: un secondo colpo di tosse, più forte, lo ha un po’ squassato, poi un terzo, un quarto e così via.
Dopo qualche minuto il Professore, anche se di tanto in tanto provava a parlare di nuovo, pareva un poligono di tiro, gli partivano colpi a ripetizione, in tutte le direzioni.
Frangiflutti era spiccicato alla statua del Dio Attacapan, si era paralizzato, noi ci guardavamo in faccia, sgomenti, mentre De Bitorzolis continuava a latrare come seicento cani inferociti.


C’è voluta una mezzora perché arrivasse l’ambulanza: l’hanno portato via che, tra un ruggito tossicoloso e l’altro tentava di dire che era tutta colpa dei cinesi.
Il giorno dopo in redazione era tutto un tossire e c’era tanta di quella febbre in questo stanzone che tutti stavamo in maglietta estiva.

Frangiflutti aveva comandato di andare avanti e stava manipolando la conferenza del Professor De Bitorzolis, tutti noi provavamo a lavorare nonostante tutto.
Io, a dire il vero, stavo benino.
Ci deve essere stata comunque una soffiata: ho saputo che l’inquilino dell’appartamento a noi contiguo ha chiamato il 118 dicendo che gli pareva di stare dentro ad un documentario della BBC sui leoni marini, tanto era il casino che veniva dal giornale.
Tempo mezz’ora ed è arrivata una squadra di monatti a prelevarci tutti, come se fossimo degli appestati.

Solo il Direttore ha fatto resistenza e, tra un colpo di tosse e l’altro, strillava il solito “Voi non sapete chi sono io!!”, ma l’hanno caricato con tutti gli altri su un furgone ambulanza che pareva quello degli accalappiacani.
Non so perché, ma si sono tenuti a distanza da me, boh, meglio così …”
“Insomma -commentò Tarallo allibito- se ho ben capito, qui sono stati tutti infettati da un virologo!!”
“Proprio così, fico eh?”, rispose Taruffi, scartando l’ennesimo Gattopardix caramellato.

Sotto il divertente pseudonimo di Lallo Tarallo si cela lo scrittore,  polemista satirico, storico della filosofia kirghiza e collezionista di barchette fatte con carta di quaderni Pigna, Lallo Tarallo.
Nato da qualche parte in un giorno di settembre a vostra scelta, si dedicò dapprima a studi classici, approfondendo soprattutto i nebulosi rapporti tra Sparta e Pontinia, poi, all’insaputa di tutti, lui stesso incluso, iniziò l’attività di scrittore.
Nel 2017, infilatoci da una muscolosa raccomandazione di uno zio piduista, entrò nella redazione del Fogliaccio Quotidiano, rimanendo però sempre pericolanti i suoi rapporti di lavoro e personali col Direttore, Ognissanti Frangiflutti.
Vinte mille difficoltà, è riuscito infine a conquistare Consuelo, una donna tanto bella da rischiarare il mondo, e a mettersi definitivamente calmo sul piano sentimentale.
Ha frequentazioni con soggetti migranti o bizzarri, o entrambe le cose, e da quando era feto è in cura con l’illustre Psicologo e clinico Samuel Cervellenstein.


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