Tarallo, Taruffi, Anita e il tempo della pandemia dimezzata

                       

Finita!

Per la maggioranza dei redattori del Fogliaccio la prigionia era terminata.
Ognissanti Frangiflutti, prima di prenderne possesso ufficialmente, esplorò con attenzione la sede del Fogliaccio, sanificata più da Trudy Taruffi, che si vergognava della bagarre lasciata dal fratello in due mesi di bivacco, che dalla Ditta “Anime linde”, raccomandatagli caldamente da Monsignor Missitalia, e arrivata, in pratica, a cose fatte.
Il Direttore guardò ovunque, anche sotto le scrivanie, passando un dito su quella di Rapallo, ripulita dal bagnaticcio del sudore dell’ex condirettore.
Mancava poco che facesse pipì negli angoli, per rendere di nuovo evidente a tutti chi comandasse.
Con un grugnitino interiore, si mostrò infine soddisfatto dell’ispezione e si ritirò nel suo ufficio per fare l’appello dei redattori.
I soli Sgargarozzi, Tirabocce e Vermicetti, erano risultati ancora positivi e a nulla erano valsi i reclami scritti, risultati un po’ patetici, coi quali quei tre accusavano nientemeno che i tamponi, di aver alterato intenzionalmente i risultati dei test.

Il redattore Sgargarozzi si sottopone al tampone

I loro avvocati, dopo averli inoltrati, avevano girato i tacchi, congedati dai convulsi singhiozzi di ilarità della Commissione Medica nel vedere quei ricorsi: scoppi di risate irrefrenabili che risuonarono a lungo nelle orecchie dei legali, peggio che se fossero stati degli insulti.
Per i tre redattori sarebbe proseguito dunque l’esperimento dello smart working che tanto inorgogliva l’odoroso cronista naif  Marzio Taruffi.

Quest’ultimo, nel frattempo, una volta che, grazie ai pettegolezzi di redazione, si era sparsa in tutta la città la voce della sua sostanziale immunità al coronavirus, era stato prelevato d’autorità dal personale provinciale dell’Istituto Superiore di Sanità.
Due tizi, vestiti come i cugini dell’astronauta Armstrong, lo condussero in un laboratorio periferico, attrezzatissimo, un posto fasciato da un biancore freddo che stranì parecchio il povero Marzio, che stando lì dentro, ebbe l’impressione di essere stato rapito dai marziani.

Gli girava ancora la testa quando un tale, probabilmente un essere umano, gli porse un foglio da firmare.
Da come quel tipo si muoveva e da come era schermato, nonostante il particolare un po’ buffonesco di una molletta da bucato stretta, chissà perché, sulla mascherina, all’altezza del naso, il cronista dedusse che doveva essere un medico.
“Con questo lei, signor Taruffi, ci ha autorizzato a farle un prelievo ed un tampone.
Si rallegri perché il suo gesto disinteressato potrebbe essere di aiuto ad un numero imprecisato, forse enorme, di persone”
Taruffi, che aveva firmato automaticamente, senza pensar nulla, si chiese di quale gesto quel tale stesse parlando.
Non gli fu dato il tempo di pensarci. 
“Venga, mi segua, che la porto nella Sala Esperimenti sugli Umani, nella quale procederemo con le analisi che le ho detto”.
Per i tecnici di quell’avanzatissimo laboratoria stava per iniziare un calvario che un momento prima non avrebbero nemmeno lontanamente immaginato.

Da quando era piccolo e gli era stata riscontrata una lievissima anemia, Marzio Taruffi aveva un terrore inenarrabile delle siringhe e delle punture.
In quei lontani giorni, li ricordava tutti immancabilmente grigi, veniva a fargliele a domicilio una donna non più giovane, la signora Armanda, che a ripensarci tanti e tanti anni dopo, a Taruffi, che era un po’ enfatico anche da bambino, ricordava, in tutto e per tutto, l’infermiera di un lager germanico nel 1944, prima assistente del Dott. Mengele.
Nel quartiere dove abitavano i suoi, erano diventate famose le sue fughe per strada, quasi sempre in pigiama, ma a volte addirittura in  mutandine, con la faccia disperata, inseguito da un corteo di gente trafelata: la Armanda con la siringa a pugnale, sua madre col grembiule da cucina e un apriscatole in mano, suo padre, in canottiera e con le pantofole ai piedi, e la piccola Trudy, paffutina e ancora col pannolino addosso, che corricchiava a balzelloni, squittiva come uno scoiattolo, e si divertiva da matti.
“Venti lire che lo riprendono prima della fontana!”
“Ce ne metto dieci di più: per me riesce a passarla: oggi lo vedo in forma il ragazzino!”:

Fioccavano insomma le scommesse dei vicini sul suo destino immediato di bimbo in fuga.

Ora, trascorsi decenni e decenni da quelle avventure, venne fatto stendere su un lettino dopo che un braccio meccanico vi aveva soffiato sopra una nuvola purificatrice.
A quel punto fu avvicinato da un marziano con la siringa.
Taruffi, comprendendo di colpo la situazione, ebbe un flashback accecante come una scossa e, come da bambino, cacciò un urlo rauco, vedendo come allora nella fuga la sua unica salvezza.
E fuga, ancora una volta, fu.

Aveva il vantaggio di sentirsi più leggero, perché due sgherri, dei temerari, pochi minuti prima, avevano prelevato il cappottone, grosso e sporchissimo, che Taruffi si ostinava a indossare, nonostante la primavera fosse ormai avanzata.
Storditi dal lezzo di quell’indumento assassino, un odoraccio tale da accartocciargli le visiere dei caschi, quei poveracci, barcollando come pugili sul punto di andare k.o, lo ficcarono più svelti che poterono dentro una specie di cassone che disinfettava elettronicamente gli abiti.
Poi tirarono il fiato.

Tempo dieci secondi e quell’affare, che era entrato in azione orgogliosamente, con un sibilo di efficienza appena percepibile, emise invece una sorte di gemito, rauco e raccapricciante, un urlo di agonia, smettendo, tra il fracasso, di funzionare.
In pratica, svenne.

L’inseguimento di Taruffi ripreso da una telecamera di sorveglianza dell’Ospedale

Intanto Marzio filava via veloce per una serie di corridoi, tallonato da un codazzo di professori, sanitari vari e da un nugolo di infermieri e infermiere.
Era ben vero che senza il cappottone il giornalista correva di più, era una specie di treno.
Anche l’odore che si lasciava dietro, suo potente alleato, segnava punti a suo favore: di minuto in minuto, in successione, qualcuno dei suoi inseguitori cedeva, e, vinto dalla nausea, si lasciava cadere, abbandonando la folle gara.
Dei birilli abbattuti.

Disgraziatamente, però, l’unico elemento di svantaggio per la preda, il correre, cioè, a caso, non conoscendo il posto, fu quello che alla fine ebbe ragione di lei.
Uno dei corridoi che il giornalista aveva imboccato, galoppando come un cavallone ammattito, si rivelò essere a fondo cieco.
Taruffi accorgendosene sbarrò gli occhi in un’espressione terrorizzata, poi, giunto a ridosso del muro, si voltò: un mezzo istante appena, poi tutto il gruppone degli inseguitori gli franò addosso rovinosamente.
Quando, dopo qualche minuto, arrivò davvero il momento del prelievo, il cronista vendette cara la pelle: scalciò, ringhiò, cercò disperatamente di liberarsi dalla stretta delle cinghie.
Invano.

Quando, stanchissimo, si fu placato, gli infermieri si trovarono dinanzi a cose mai viste prima, sebbene fossero tutti operatori sanitari di lungo corso.
Il paziente, durante la penosa operazione, era vezzeggiato dall’infermiera più carina, la caposala Tamara Tortiglione, che oltre la mascherina lo incoraggiava, canticchiandogli “Tipitipitì” e facendogli gli occhi dolci con tanto di sventagliata letale di ciglia.
Il sangue di Taruffi, intanto, veniva fuori a fatica: era densissimo, quasi colloso, e bisognava tirare con tutta la forza il pistone della siringa per estrarlo, fino a sudare, e poi, fenomeno ancora più pazzesco, il liquido prelevato appariva sì rosso, ma aveva zone in cui si mostrava più scuro, quasi marrone!
Tutti, medici e infermieri, si guardarono in faccia.
Il loro sbalordimento era evidente: apparivano pallidissimi, con tutto che portavano le mascherine.
Insomma, il punto era questo: perfino il sangue, in Taruffi, era sporco, macchiato, roba da non credersi!
Il primario di Ematologia, che assisteva all’evento, tradendo dei natali non proprio piemontesi esclamò: “A Regà, mai vista ‘na cosa così: questo cià ‘r sangue zozzo!!”…

Mentre si consumava il dramma di Taruffi, martire della scienza, Tarallo stava ripensando al suo amico Abdhulafiah, crollato esanime dinanzi alla bellezza sfolgorante ed inaspettata di Trudy, la sorella di Marzio.
Quando era rinvenuto, Lallo, salutati frettolosamente i fratelli Taruffi, aveva trascinato via il consulente finanziario ambulante, che  delirava, accusandosi di sacrilegio ed insultandosi con epiteti da far impallidire un mormone di media stazza, per aver ipotizzato che la donna potesse sembrare una scimmiona.
Strillava e barcollava come un gondoliere a terra.
Tarallo aveva mollato Abdhulafiah solo quando era stato certo che si reggesse sulle sue gambe, gambe che però avevano subito preso a correre in direzione del più vicino fioraio.
“Voglio spedire delle rose alla Grazia del Mondo – aveva detto con una certa enfasi Abdhul – e nel bigliettino, che sarà intriso di cento profumi, intendo pregarla in ginocchio di disfarsi, se ne ha, delle azioni della Tritix Spa.: le carni in scatola stanno infatti soffrendo troppo!”
“Te ne sarà gratissima”, disse Lallo con un’ironia che l’amico non colse affatto.
Poi lo vide filare a tutto vapore e non fece in tempo a chiedergli, visto che lo ignorava, a quale accidenti di indirizzo intendesse spedire i fiori.

Ora, dalla sua disagevole postazione redazionale, posta nei pressi dei servizi, Tarallo tentava di completare il pezzo di colore su Strappoli di Sotto, esangue eredità di quella che avrebbe dovuto essere un’inchiesta sensazionale, con un titolo fortissimo: ”Il paese in cui i martiri dipinti si fanno i cazzi loro!”.
Gli strascichi di quell’avventura ancora si facevano sentire: due giorni prima sulla sua posta elettronica era comparsa una lettera di Anita Garibaldi che, in perfetta consonanza con quello che si sapeva del suo carattere focoso, si lamentava con forza del comportamento di “ quel gran hijo de puta del suo amigo Donaldo”.
Accidenti, Ducco il sagrestano non ne perdeva una!
La e-mail proseguiva dicendo:

“Tra me e Peppino (tu conosce Peppino, quello dei due mondi, no?) todo ha terminado nella palude: me lastimé… como se dice in italiano, ah sì, ero ferita, e circondata de mosquitos, e lui me dijo.. me disse, che l’Autan, todo l’Autan, era por los garibaldinos che tuvieron que luchar, dovevano combattere.
Morir rascando…  como dir, morire grattandose, non è una bella cosa, senor Tarallo: io non l’ho perdonato  Peppino, e i no he vuelto a hablar con él.. non gli ho parlato più per l’eternidad.
Me volevo rifare la vida con Donaldo, ma él es un mujeriego, un donnaiolo, e me traiciona… me tradisce con Evita, maledicion.
Tanto a a ese cuerno de Perón… a quel cornudo de Peron non gli importa, lui siempre juega con los pequeños soldados…  lui gioca sempre coi suoi soldatini!
Donaldo me parla siempre de lei, Lallo, dice che è suo amigo: escribirle… gli scriva che si non me sposa, lo denunciaré a Don Oronzo, el parroco….”.

A Lallo, per sempre condannato allo stupore, venne da pensare che, visto che non si era mai occupato di parapsicologia, da qualche tempo era la stessa parapsicologia che aveva deciso di occuparsi di lui.
Non aveva ancora risposto a quella mail: farlo magari sarebbe stato giusto, chissà, ma di certo  pazzesco.
Era davvero contento che Cervellenstein fosse al corrente di tutti quegli eventi straordinari, perché si rendeva conto che se avesse detto ad un qualsiasi psicologo, o tanto più ad uno psichiatra, che era incerto se rispondere o no ad una lettera ricevuta da Anita Garibaldi, questi lo avrebbe fatto certamente straricoverare al Cim.
A quel punto sentì di aver bisogno di accarezzarsi l’anima, così compose il numero di Consuelo.
“Sìì”. Non appena quella voce da mille note di velluto ebbe risposto, il motorino del temperamatite partì da solo, emettendo il suo discreto ronzio, frrrrrrr, la lampada da tavolo cominciò a far luce ad intermittenza, ed una voce da fuori, non troppo lontana, attaccò a cantare:

“Granaadaaa, tierra soñada por mí,
Mi cantar se vuelve gitano
Cuando es para tiii…”

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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