Vite agitate e complotti da bar a Tarallopolis

Catello Sgargarozzi era un uomo che poteva avere tutti i difetti del mondo, ma sapeva riconoscere le sconfitte, anche quando non restavano immuni da strascichi negativi.
Insieme ad altri due colleghi non era stato riammesso in redazione perché, al contrario del restante gruppo dei giornalisti, alla luce dei tamponi fatti, era stato riscontrato ancora positivo.
Così mentre tutti, da Frangiflutti in giù, avevano nuovamente afflitto le scrivanie muschiose con la loro mucillaginosa presenza (il direttore aveva in gran parte modellato la redazione a sua immagine e somiglianza), Sgargarozzi era stato costretto in casa per altre due settimane.
Non l’aveva presa bene, affatto:

“Sarei positivo io, allora? Io che sono negativo almeno quanto quegli altri figli di puttana? Nessuno, nemmeno mia madre, si è mai sognato di trovare qualcosa di positivo in me, e non saranno ora due tamponi corrotti a farlo!”.

Catello Sgargarozzi

Così urlava al telefono, lesionando i timpani ai pacifici funzionari del locale sindacato della stampa, degli ultranovantenni che non distinguevano più un articolo da un attaccapanni.
Inviperito, Sgargarozzi aveva quindi dato mandato al suo avvocato, un celebre cocainomane, di portare in giudizio i tamponi per falsa testimonianza.
Il legale, sempre bisognoso di soldi liquidi per mantenersi occupato il naso, lo aveva assecondato, istruendo un memorabile atto di citazione che, seppur rigettato alla velocità del terrore, con la sua prosa immaginifica e poetica, aveva garantito ai giudici del Tribunale locale momenti di sfrenata ilarità e un’aneddotica che ne avrebbe perpetuato per secoli il buonumore.

L’avvocato di Sgargarozzi

Sgargarozzi a quel punto si era placato, più per un afflosciarsi dell’umore che per convinzione, così in quel brutto periodo passava il tempo rileggendo vecchi almanacchi sportivi era lui che si occupava di sport per conto del Fogliaccio), oppure stando ossessivamente affacciato alla finestra, guardando gli altri vivere, mandando accidenti rancorosi ai passanti e lanciandogli contro delle palline di carta per infastidirli, riuscendoci perfettamente.
Spesso telefonava piagnucoloso in redazione, lamentando di essere stato l’unico in Italia a non avere tratto vantaggi da un tamponamento, ma a nulla valevano le parole di conforto del caporedattore, Totonno Levalorto, per tenerlo buono:

“Sgargarò, ma se pure tu venissi in redazione, non avresti da fare altro che igienizzarti di continuo i gomiti, perché sai bene che per motivi di sicurezza, ancora non si organizza nemmeno un torneo di briscola tra i pensionati dell’E.p.t.o, l’Ente Protezione dei Tapiri Orfani! Di che potresti scrivere? Datti pace: ora come ora, tu, da solo, sei considerato alla stregua di un assembramento umano”.

Sgargarozzi, poveruomo, non era l’unico tra i cronisti a coltivare nervosismo e irrequietezza.
Lallo Tarallo, ad esempio, che vedeva puntualmente respinte da Frangiflutti le sue proposte di inchiesta, lavorava col motore giornalisticamente frenato, relegato ad occuparsi di furti d’appartamento o del recupero di micetti scalatori da parte dei Vigili del Fuoco.

Lui, Rapallo e Taruffi, altri due elementi rosi dalla frustrazione, si diedero un appuntamento pomeridiano in un caffè del Centro Commerciale “Il Dindarolo”: figuravano nel ricco programma molte bibite consolatrici, chiacchiere assortite sull’andazzo del giornale e incisive proposte per migliorare la situazione.
In altre parole, i tre avrebbero dovuto vagliare la possibilità di organizzare uno spettacolare golpe redazionale che detronizzasse l’odioso Direttore Ognissanti Frangiflutti, riportando in sella un Lello Rapallo pentito dei suoi trascorsi e nuovo di zecca.
Convertito dall’amata Greta Thunberg al “green journalism”, l’ex condirettore avrebbe fatto del “Fogliaccio”

un quotidiano d’avanguardia,

fiancheggiatore della green economy e rivolto realmente al servizio del lettore.
All’entrata del Centro Commerciale Tarallo e Taruffi ebbero subito un intoppo.

Giusto all’altezza dell’immensa porta scorrevole in vetro, ad apertura automatica, annidata dietro un grande pilastro, stava in agguato Miss Salute Compromessa 2020, una ragazza filiforme dall’aria macilenta e dal sorriso sterminato, prodotto da circa cinquantasei denti bianchissimi, che li bloccò prima che potessero sgattaiolare dentro quel paradiso del vizio e del consumo:

“Devo prendervi la temperatura signori”,

disse senza nemmeno guardarli in faccia.
Poi, al momento di alzare quella specie di pistola dei marziani che brandiva, osservò meglio i suoi due clienti e trasecolò: Tarallo era combinato in modo informale, come al solito.

In effetti pareva il più zelante seguace del “Manuale dell’Abbigliamento Fuori Moda”, quanto a Taruffi, beh, lui era a dir poco impressionante: una creatura di un altro mondo, evasa da un film horror.

Alto, piazzato e maleodorantissimo, dopo la sua deportazione in un ambulatorio per studiarne l’immunità al covid 19, si era riappropriato del suo pesante cappottone e del senso di protezione che esso gli trasmetteva, indossandolo felice e del tutto incurante di un clima che si era fatto quasi estivo.
La ragazza ne fu enormemente impressionata: più che del tenue ricordo di una stoffa, quell’indumento da incubo era intessuto di un sudiciume spesso, al quale, come nota allegra, si erano aggiunte alcune macchie di sangue, sgocciolatevi sopra da Taruffi dopo il famoso prelievo.

Miss Salute Compromessa 2020 vacillò a quella vista, anzi, quasi cadde a terra, sbalzata dai suoi tacchi da airone.
Riuscì a tenersi in piedi e raggrinzì le narici, stuprate dal lezzo taruffiano.
Tuttavia il dovere era dovere, bisognava adempierlo anche in circostanze difficili, così puntò il suo raggio misuratore sulla fronte perplessa di Tarallo, sentenziando poi: “36, 4, passi pure”.
Toccò poi a Taruffi essere raggiunto sulla fronte dal laser puntato su di lui dalla diafana entità, ma qualcosa apparve subito fuori norma.

“Non è possibile, segna – 4 gradi!”

esclamò smarrita la miss con gli occhi quasi esorbitanti – lei è sicuro di essere vivo signore?”.
“Grrr brontolò Taruffi che iniziava a spazientirsi
La Miss decise allora di ripetere l’operazione:
“!!!???”
Per qualche secondo non riuscì ad articolare alcun suono.
Barcollò, e poi: “ No, nooo, nooon ci credo – quasi gli sfuggì un urlo – sul display è comparso un emoticon a forma di orso polare e non segna alcuna temperatura!!
… Ma che ca..
che caz…
Lei comunque non se ne vada!”, intimò la Miss a Taruffi, che sbuffava come un leone marino.

A questo punto Tarallo, che si era fatto un’idea sulla causa di quel mistero tecnologico, bisbigliò qualcosa all’orecchio del collega.
“No! Non se ne parla! – strillò Taruffi ingrugnandosi impermalito – mi fa male, mi espone ai germi: non lo farei nemmeno se me lo chiedesse Ave Ninchi!”.
Il bravo Taruffi si era così lasciato sfuggire anche un segreto amoroso da sempre celato a tutti.
Lallo, non perdendosi d’animo, con tono asciutto e lucido, gli ribattè:

“Se la ragazza parla con qualcuno sono guai: preferisci entrare nel Centro Commerciale o restare qui in attesa di un’altra squadra di virologi che venga, ti requisisca nell’interesse della scienza e ti faccia altri prelievi?”.

“Ok, ok, procedi”, mollò subito il cronista aromatico, terrorizzato dalla funesta prospettiva.
Lallo allora suggerì qualcosa alla Miss che ascoltandolo, sollevata, si illuminò come un normoudente qualsiasi al termine di un pezzo di Jovanotti.
Disse solo: “Ottimo, li chiamo immediatamente!”.
Tempo due minuti e arrivò la squadra pulizie del Centro Commerciale al completo, con camici, divise, secchi, spazzoloni e spazzole varie.

Un tale superstivaluto, che da come era vestito sembrava il capo di uno squadrone della morte sudamericano, piazzò una sedia sotto il sedere di Taruffi, con aria truce, come si fa prima di un interrogatorio devastante.

Subito dopo una signora quarantenne, piuttosto in carne, prese una spazzola dall’aria ispidissima e dopo aver spruzzato sulla fronte del giornalista una misteriosa sostanza di un verdognolo fluorescente, si accostò all’indiziato, iniziando a frizionarlo energicamente.
Taruffi, stando seduto, si trovò a sbirciare nella generosa scollatura della signora delle pulizie, un senone ansimante che gli premeva sul viso, così la protesta che stava per esprimere gli morì in bocca. Ammutolì e contemplò.

Dopo svariati minuti di duro lavoro, dalla fronte crostosa del cronista, venne liberato un tassello di pelle chiarissima: era lo spazio necessario a far passare il raggio termorilevatore tra la corazza di sporcizia taruffiana, uno scudo formidabile che lo aveva già respinto due volte.

“36, 8!

– urlò di giubilo Miss Salute Compromessa 2020 – Ok, può passare!”.
Scoppiò un applauso e a Tarallo scappò quasi una lacrimuccia.
Taruffi però non si mosse subito.

Dorotea Santonorè

Con grande meraviglia di Lallo, si accostò alla procace donna delle pulizie che lo aveva frizionato poco prima, ed esitando di timidezza, riuscì infine a chiederle:

“Come si chiama Signora? Mi farebbe l’immenso piacere di venire a prendere un caffè con me uno di questi giorni, quando è libera da impegni?”.

Detto questo, arrossì violentemente.
La donna, che, strano a dirsi, standogli accostata, aveva apprezzato l’acre odore di selvatico che si sprigionava da Taruffi addentandole le narici, rispose con un gran sorriso:

“Dorotea Santonorè, sono libera il giovedì e il sabato: le do il mio numero di cellulare”.

Tarallo, folgorato dallo stupore, ci mise cinque minuti buoni per riunire la mandibola inferiore a quella superiore, poi, finalmente liberi e soddisfatti i due cronisti entrarono.
Arrivarono comunque con un certo ritardo.
Lello Rapallo, sudatissimo, nonostante una climatizzazione che ti gelava pure i pensieri, li stava aspettando ad un tavolo di quelli a distanziamento pilotato.
Quegli aggeggi erano una conseguenza diretta della fase due: da una piattaforma sospesa in alto, un maitre vestito da Pierrot manovrava le poltrone elettricamente, spostandole fino a piazzarle alle metrature di distanza consentite, ma mescolandole di tanto in tanto a caso, con l’intento di favorire la socializzazione di quella umanità mascherizzata.

L’ex condirettore ecologista, al momento dell’arrivo di Tarallo e Taruffi aveva già spazzolato due piadine ultraecologiche: una alla rucola con dell’altra rucola, la seconda alle zucchine con innesto creativo di ulteriori zucchine.
Rapallo, con piglio deciso, posò il tovagliolino di carta tutto unto, e si alzò la mascherina sul volto, meglio ancora di come l’avrebbe fatto la buonanima di Billy the Kid.
Puntando sui colleghi due occhi mezzo accecati dal sudore, ma non per questo meno espressivi, e abbassando la voce fino a raggiungere un volume adatto ad un complottatore, il giornalista disse:

“Monsignor Angiolo Missitalia si è messo a capo di un’ala riformatrice all’interno della Compagnia, sono alcuni pezzi grossi che supportano la politica sociale del Capo contro la gente di Curia, legata ai soliti potentati neri a cui questo Papa è gradito quanto una granita di panna con chiodi e vetri rotti.

Monsignor Angiolo Missitalia

Si mormora di una scazzottata tra cardinali delle due fazioni che sarebbe già avvenuta nei corridoi vaticani, sedata a stento dalle guardie svizzere, una delle quali, il Wachmeister Heinz Gerber, in seguito ad un cazzottone, mollatogli per sbaglio dal Cardinal Arnese, per un certo lasso di tempo, tra l’imbarazzo generale, ha sostenuto di essere un orologio a cucù, segnando le ore con le braccia, preciso al centesimo di secondo, come solo gli svizzeri riescono ad essere, e cinguettandoci su.
Quasi tutti, regolandosi su di lui, hanno corretto l’ora dei propri orologi, prima di chiamare un medico.

Il Wachmeister Heinz Gerber

Mons. Missitalia, intanto, che ha qualche interesse nelle discar…nelle attività che fanno capo alla società che possiede il Fogliaccio, non ha gradito che Frangiflutti, tra le due che erano in lizza, per un posto di segretaria di redazione, abbia poi scelto Katiuscia Polluzioni, una cavallona iperdentuta appoggiata dal vecchio entourage di Mons. Verafè e fin troppo cara al redivivo Mons Benigno Bertoni. Così il potente monsignore se l’è legata al dito e conta di fargliela pagare.
Stiamo pronti, allora, a cogliere un’eventuale occasione: se golpe ci sarà, ribalterà tutti gli attuali equilibri, così noi, soprattutto noi, i perseguitati da Frangiflutti, potremmo essere il nuovo gotha del giornale, dettandogli finalmente una linea progressista! Che ne dite?”.

Taruffi, che aveva seguito il discorso cercando costantemente di coprire con un gesto poco naturale delle mani la vergognosa zona pulita che gli deturpava la fronte, esclamò:
“Mah: intanto mi prendo un tamarindo, poi ci pensiamo meglio, non è così Tarà?”.
“Per me un latte e menta” disse Lallo, aggiungendo la sua all’ordinazione dell’amico.

Sotto il divertente pseudonimo di Lallo Tarallo si cela lo scrittore,  polemista satirico, storico della filosofia kirghiza e collezionista di barchette fatte con carta di quaderni Pigna, Lallo Tarallo.
Nato da qualche parte in un giorno di settembre a vostra scelta, si dedicò dapprima a studi classici, approfondendo soprattutto i nebulosi rapporti tra Sparta e Pontinia, poi, all’insaputa di tutti, lui stesso incluso, iniziò l’attività di scrittore.
Nel 2017, infilatoci da una muscolosa raccomandazione di uno zio piduista, entrò nella redazione del Fogliaccio Quotidiano, rimanendo però sempre pericolanti i suoi rapporti di lavoro e personali col Direttore, Ognissanti Frangiflutti.
Vinte mille difficoltà, è riuscito infine a conquistare Consuelo, una donna tanto bella da rischiarare il mondo, e a mettersi definitivamente calmo sul piano sentimentale.
Ha frequentazioni con soggetti migranti o bizzarri, o entrambe le cose, e da quando era feto è in cura con l’illustre Psicologo e clinico Samuel Cervellenstein.


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