Protofollia per la banda Tarallo

In seguito alla soffiata dell’origliatrice Mata, la tribù andò tutta in subbuglio.
Con tutta probabilità, il misterioso ospite della signora del supermercato avrebbe potuto essere il fuggiasco martire Proto: il problema che ora si poneva era quello di identificarla per poter verificare quell’ipotesi e andare a controllarla direttamente a casa sua.
Già, ma chi era quella tizia?
Il sagrestano Ducco, che era ancora combinato come un divo pop degli anni Cinquanta, fece pressione sulla sua ultima fiamma perché ricordasse ogni particolare di quella donna: com’era vestita, com’era pettinata, come si esprimeva, e a che tipo di classe sociale potesse riferirsi il suo aspetto.

Ducco

Sarebbe stato altrettanto prezioso identificare la sua amica, quella, di poco più giovane, che aveva avuto con lei la conversazione spiata da Mata.
Quest’ultima, neanche a dirlo, curiosa e attenta com’era, fu in grado di riferire moltissimi particolari sulle due amiche, alcuni preziosi, altri che, come la marca dei foulard che indossavano, sembrarono pleonastici a Tarallo e a Cervellenstein, i due che tenevano le redini dell’indagine.
Tra i primi dettagli, quelli utili cioè, c’era senz’altro la voglia violacea a forma di frigorifero vuoto, che spiccava sull’avambraccio della donna più giovane, ma fu potenzialmente più fruttuosa una deduzione della bella olandesina, quella cioè che l’altra tizia, quella sospettata di aver accolto Proto, soffrisse di una brutta alitosi.
Mata riportò infatti di aver visto afflosciarsi alcune piante ornamentali piazzate in bella vista su uno scaffale a tiro del fiato della signora, e di aver notato anche l’accasciarsi improvviso di un omaccione tatuatissimo, trovatosi per un istante all’interno della stessa traiettoria.

Mata

Resosi conto di non poter trarre altre informazioni dalla sua attentissima fiamma, Ducco se la trascinò appresso verso la chiesa, dove era atteso dalle sue ordinarie incombenze.
Del particolare episodio riferito da Mata e della sua conseguente deduzione dell’alitosi sofferta dalla donna del supermarket, venne trovata una possibile conferma in una notiziola di cronaca spicciola pubblicata il giorno successivo dalla “Tromba di Strappoli”, il giornale locale, che dava conto dei successivi sviluppi di quel fatto.
Visitato sul posto da un medico bassissimo, che in virtù di una sua folle speranza di crescita, aveva il carrello pieno zeppo di bistecche fuoritaglia, l’omaccione svenuto fu avviato poi, per il tramite di un’ambulanza che però aveva tutte e quattro le gomme bucate, verso il “San Pietro della Divina Mannaia”, il Nosocomio di Broccarotta, un centro vicino a Strappoli, decisamente più grande e popolato di questo.
Il gigante tatuato, a causa della straordinaria lentezza del mezzo di soccorso, giunse all’ospedale perfettamente ristabilito, tanto che non ricordava nemmeno per quale motivo vi si trovasse a bordo.

Il gigante soccorso al supermercato

Interrogato con piglio poliziesco dal medico del pronto soccorso, e imbarazzatissimo per la situazione, l’omone, smarrito, inventò dei sintomi a caso: febbre divampante e declinante nel giro di pochi secondi, raucedine con vocalizzi alla Louis Armstrong, claudicanza parossistica della gamba destra, quella col tatuaggio di Toto Cutugno, e si lamentò anche della vista dell’occhio destro, disturbata da fulminei inserti del notiziario della tivvù di stato nordcoreana.
Il Dottor Millesfoglie, il medico di primo intervento, un vero duro, non ci cascò, fu aspro e deciso con lui, e lo mise dinanzi ad una drammatica alternativa: accettare una diagnosi di Sindrome di Fester Bester Tester o vedersi affibbiare un’accusa di falsa testimonianza e finire in manette.
A quel punto l’omaccione, pressato dal dottore e reso quindi ancor meno lucido, non conoscendone la gravità, si accordò per la Sindrome di Fester Bester Tester.
Se la accollò e nel giro di mezz’ora venne sedato, confezionato, fatto partire con un aereo senza contrassegni riconoscibili, e ricoverato in un ospedale segreto situato all’interno della base di Oyster Bay, nelle Filippine, struttura gestita dal reparto mediamente più isterico e repressivo delle Forze di sicurezza statunitensi.

Paziente affetto dalla Sindrome di Fester Bester Tester

Quel fatterello, che segnò per sempre il destino del povero omone, per i componenti della banda Tarallo fu invece la conferma che Mata ci aveva visto giusto ipotizzando che la donna sospettata di aver accolto Proto, soffrisse di alitosi.
Quanto poco trascurabile e, al contrario, utilissimo, fosse quel particolare, fu chiro allorchè Omar Tressette, tornato sul pezzo dopo un’oretta di tensione e divagazione per le sorti del nipote, fece una considerazione di grande intelligenza: “Se questa tipa soffre di alitosi, forse il solo che può identificarla è Don Oronzo.
Ipotizzando che la donna sia credente e osservante, è credibile che periodicamente ella si confessi.
Ora, è noto che quel sacramento mette in grande vicinanza le bocche e i nasi di confessore e confessante, ed è dunque evidente che un serio problema di alitosi non possa sfuggire all’unica figura di confessore che operi a Strappoli di Sotto, ovverosia il Parroco di Sant’Abbondanziana Martire, Don Oronzo Sardanapali!

Don Oronzo Sardanapali

Presumibilmente – disse convinto Omar, – nel corso di chissà quante confessioni, il parroco ha avuto senz’altro a che fare col fiato mefitico della sconosciuta, subendolo chissà quante volte, peccato dopo peccato, e magari riportando, col tempo, anche qualche danno permanente.
Il prete deve sapere certamente chi sia”.

Cervellenstein, Tarallo e Tressette, uniti nel considerare brillante quell’ipotesi, andarono in fretta e furia a Santa Abbondanziana Martire, senza nemmeno fermarsi per prendere un caffè, ed entrando in chiesa subito si imbatterono in Donaldo Ducco, che nel pieno esercizio delle sue funzioni, stava ripulendo dalle molte e disordinate colate di cera, il trespolo con le cento candeline votive.
I nostri amici strabuzzarono gli occhi accorgendosi che in due banchi tra loro opposti e simmetrici, ai due lati della navata centrale, stazionavano in ginocchio Mata e Anita Garibaldi.
In apparenza parevano intente in un’intima e convinta preghiera; in realtà sembravano molto più impegnate a scoccarsi occhiate roventi, e a dir giaculatorie cercando di prevalere, affossandosi a vicenda.
Più alta pregava l’una, più l’altra alzava il tono delle sue lodi alla Santa, così il consueto silenzio di quel tempio, violato dalle due voci alte e stridule, risultava abbastanza compromesso.

Anita e Mata

Al muto interrogativo dei nostri amici, Ducco, alzando le spalle in un gesto di rassegnazione, disse:
“Non sono riuscito a trattenere Anita dall’uscire fuori dal sogno: mi ha fatto una testa così e alla fine ho ceduto. Uscendo ha beccato Mata e subito l’ha guardata storta, così io per distogliere i suoi sospetti, (non dimenticate che maneggia benissimo lo schioppo), ho cercato di spacciarla per la nuova perpetua del parroco, ma… ”
“Ma come ti è venuta in mente una scemenza simile – lo interruppe il Professor Cervellenstein – è la scusa più cogliona ed inverosimile nella storia dell’umanità!”.
“Si, ha ragione Professore, ma non mi è venuto in mente niente di meglio: in effetti, vestita così…
Pazienza, ora dovrò sudare per riportare una delle due, o entrambe, all’interno della lista dei programmi di sogno della poltrona Onyric! Speriamo di farcela.
Ma ora ditemi, ragazzi, perchè siete qui, cosa vi occorre?”.

Messo al corrente dai tre eccentrici investigatori dell’ipotesi di Tressette, Ducco accompagnò seduta stante la delegazione dei tarallisti nell’abitazione privata di Don Oronzo, trovando il sacerdote nel bel mezzo di una colazione che non poteva certo dirsi frugale.
Il parroco, vedendoli, si alzò di scatto, lasciando cadere nel piatto lo stinco di maiale appena addentato, e lanciò un grido di sorpresa e di malcelata contrarietà.

La frugale colazione di Don Oronzo

Interruppe comunque il suo rito mattutino e si dispose malvolentieri ad ascoltare i visitatori.
Il suo atteggiamento mutò all’istante:
“Ma è sicuramente Porzia Cacace! – urlò dopo l’introduzione di Lallo – E’ lei certamente! Ogni volta che crede di commettere un peccato mi accorcia la vita almeno di un paio di giorni, quando, sempre troppo presto, viene a confessarmelo.
Che Dio mi perdoni, ma pur di mandarla via, prima di perdere i sensi sotto quei soffi, che paiono provocati dalla decomposizione di mille cadaveri, io gli darei l’assoluzione pure se mi dicesse di avere ammazzato a colpi di accetta un intero reparto di neonatologia:
“Ma non è nulla Porzia, nulla che il buon Dio non sia disposto a perdonare il parroco fece l’imitazione di sé stessoChe dici? Hai lasciato tutto in disordine e non hai lavato bene il sangue? Stà tranquilla, a tutti capita di essere un po’ trascurati: tu intanto smacchiati, recita tre Pater e un Gloria e và serena.
Và serena, và, và!!”.

Questo gli direi, se mi tenesse troppo tempo a sentir dei suoi ipotetici crimini!
So che mi crederete un servo indegno di Nostro Signore, ma vorrei far sentire a voi quel fiato demoniaco! Ti sfalda il corpo e l’anima…” “Dovremmo andare a controllare la casa di questa signora – disse il Professore, poco interessato a quella tirata a sfondo teologico-olfattivo immagino che sappia dove abiti questa signora: è fondamentale andarci, perché con tutta la probabilità in quella abitazione vi è ospitato Proto”.
Don Oronzo si affrettò a rispondere:
“Dio ti ringrazio, forse lo riprendiamo!
Certo che so dove vive: sta in una villetta alla fine di Corso Ninì Rosso, al numero 37.
Porzia ha sempre vissuto lì, o almeno, per quanto ne sappia io, vi abita da quando si sposò, nel Giugno del 1983, rimanendovi a vivere anche dopo che, nel Giugno del 1983, ovvero negli ultimi giorni di quello stesso mese, suo marito Erbio incontrò una morte misteriosa.
Venne infatti, trovato senza vita nel talamo nuziale.
Con le mani artigliava ancora le lenzuola ed una smorfia di orrore, quasi uno spasmo, gli deturpava il volto.
Secondo gli esiti dell’autopsia, Erbio doveva aver inalato contemporaneamente la bellezza di sedici diversi agenti tossici, ma non si capiva come e dove poteva averli respirati: il lavoro che lui svolgeva, infatti, coltivatore di mandolini biologici, non poteva presentare rischi di quel genere.

Erbio, il defunto marito di Porzia Cacace

Io, che già da tempo, rischiando la vita per la mia missione, confessavo la moglie, mi ero fatto un’idea precisa di quel che era successo, ma non fui mai consultato dalle autorità, che chiusero poi l’inchiesta, archiviando la morte dell’uomo come dovuta a cause naturali.
Chiamale naturali!!
Io so che già ben prima della pandemia, era opportuno mettersi una mascherina o due, su naso e bocca, prima di incontrare Donna Porzia!

Donna Porzia

Voi le vostre le avete? Sìì? Bene, allora portatevele appresso, ne avrete bisogno: finisco di mandar giù questo boccone – e indicò l’enorme stinco di porco – e vi ci accompagno”.

Sotto il divertente pseudonimo di Lallo Tarallo si cela lo scrittore,  polemista satirico, storico della filosofia kirghiza e collezionista di barchette fatte con carta di quaderni Pigna, Lallo Tarallo.
Nato da qualche parte in un giorno di settembre a vostra scelta, si dedicò dapprima a studi classici, approfondendo soprattutto i nebulosi rapporti tra Sparta e Pontinia, poi, all’insaputa di tutti, lui stesso incluso, iniziò l’attività di scrittore.
Nel 2017, infilatoci da una muscolosa raccomandazione di uno zio piduista, entrò nella redazione del Fogliaccio Quotidiano, rimanendo però sempre pericolanti i suoi rapporti di lavoro e personali col Direttore, Ognissanti Frangiflutti.
Vinte mille difficoltà, è riuscito infine a conquistare Consuelo, una donna tanto bella da rischiarare il mondo, e a mettersi definitivamente calmo sul piano sentimentale.
Ha frequentazioni con soggetti migranti o bizzarri, o entrambe le cose, e da quando era feto è in cura con l’illustre Psicologo e clinico Samuel Cervellenstein.


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