Tarallo e il ritorno alla folle normalità

“E’ troppo presto per tirarlo fuori e farlo vedere a tutti”, pensò il Direttore del Fogliaccio Quotidiano, sentendo risuonare nella testa l’eco della sua voce interiore.
Naturalmente quello che aveva appena formulato a bocca chiusa, non era il programma operativo di un maniaco esibizionista, ma il risultato di qualche minuto di sosta, l’ennesimo, davanti allo specchio posto all’interno dell’armadio scuro che teneva nell’ufficio della Direzione.
Si era talmente invaghito di se stesso guardandosi, splendido com’era, quando indossava l’elmo del partito vichingo, da trattenersi a stento dal farsi la dichiarazione e baciarsi, inebriato di autopassione.

“Faccio la mia porca figura, niente da dire, sarei un primo cittadino altamente rappresentativo, altro che questi buonisti di sinistra, stazzonati e casual!
Un solo polsino della mia camicia, fatta su misura da “Odoacre’s”, costa più dell’intero guardaroba del sindaco abusivo, poveraccio!”
, ghignò di falsa commiserazione il direttore.
Frangiflutti in pubblico faceva mostra di non essere al corrente delle voci che lo volevano candidato alla poltrona di sindaco della città alle future elezioni, oppure le smentiva, ma fiaccamente, per tener comunque alta l’attenzione su quella ipotesi.
In ogni caso, non passava settimana senza che tirasse fuori dallo scomparto segreto dell’armadio l’elmo del partito vichingo, la formazione con la quale da tempo era in trattative segrete per una sua eventuale discesa nell’arena della politica attiva.

Ognissanti Frangiflutti con l’elmo

Tre o quattro minuti quotidiani trascorsi a pavoneggiarsi allo specchio e l’umore, magicamente, migliorava sempre, dandogli la forza di sopportare il peso del suo incarico e, marcatamente, quello di doversi relazionare con un pazzo di giornalista anarco-comunistoide come Lallo Tarallo.
Quel funesto figuro seguitava a proporgli assurde inchieste a sfondo sociale, roba che solo a toccarla con una canna da pesca, ci si sarebbe scottati le mani, riuscendo solo ad inimicarsi qualche peso massimo dell’imprenditoria, della finanza o qualche politicone connivente.
Il direttore, invece, cercava di tenersi le mani pulite, ma nel senso di prive delle tipiche ustioni causate da azioni incaute come, ad esempio, un’inchiesta coraggiosa.
Ricordò, sentendosi ancora addosso un brivido gelato, un fatto tristemente emblematico delle follie giornalistiche di Tarallo.
Era la mattina del 20 ottobre, giorno del compleanno di ………………., proprietario segreto del suo giornale, oltre che, naturalmente, Signore di tutti i Pattumi, e lui stava giusto preparando una letterina di accompagnamento al regalo che doveva spedire a quel moderno sovrano.
Era un oggetto raffinatissimo: un distintivo che riproduceva un piccolo sacco dell’immondizia in oro, gioiello che aveva fatto realizzare da Ernani Spurgolo, l’orafo per eccellenza, il prediletto dai maggiorenti cittadini.

Di fatto, quella dedica l’aveva già scritta, e recitava così:

“Sogliono, el più delle volte, coloro che desiderano acquistare grazia appresso uno Principe, farseli incontro con quelle cose che infra le loro abbino più care, o delle quali vegghino lui più delettarsi; donde si vede molte volte essere loro presentati cavalli, arme, drappi d’oro, prete preziose e simili ornamenti, degni della grandezza di quelli. Desiderando io adunque, offerirmi, alla vostra Magnificenzia con qualche testimone della servitù mia verso di quella, non ho trovato intra la mia suppellettile cosa, quale io abbia più cara o tanto esístimi quanto lo picciol monile che l’armi sue rammenti, carche della gloria che le opre di generale utilitate, copiosa riflettono… “

A dire il vero così, parola per parola, cominciava una delle dediche più famose della letteratura italiana: quella che Machiavelli fece a Lorenzo de’ Medici nel pubblicare il suo “Il Principe”.
Frangiflutti, l’aveva sgraffignata da una copia di quel capolavoro che da decenni prendeva polvere nella biblioteca di suo cognato, unico libro mai letto tra quelli che lo soffocavano nel suo scaffale, ovvero i duecentosedici consumatissimi volumi della “Porceide Universale”, Antologia mondiale della Letteratura Erotica.
Aveva trovato carina quella dedica, alla quale, di suo, aveva sostituito solo una riga finale: era infatti un ammiratore del famoso Niccolò, storico, filosofo e diplomatico rinascimentale, e la sua dottrina del “fine giustifica i mezzi” era stato uno dei fari che lo avevano orientato nella sua pratica di vita.

Niccolò Machiavelli

Una filosofia che si era combinata a meraviglia con quella elaborata dall’altro suo mentore, quel grande uomo che incarnava due figure insieme: quella del pensatore e, contemporaneamente, quella dell’uomo d’azione: l’immortale Peppino Cicciafico.
Come ignorare, anche volendo, gli imprescindibili cardini della sua Teoria Etica?

“Fatte largo c’aa lingua, coi mijoni o gli spintoni: i quatrini chiamano i quatrini, e chi nun ce vole stà, chiama le botte. Chi poi te se mette de mezzo ‘o spazzi via a sganassoni e infine: si nun je piace a pajata, sta ‘n campana, è sicuro che è ‘n comunista!”.

Proprio mentre, nella calma del suo ufficio, lui stava ultimando la confezione di quel bel regalo, con la pergamena dedicata, preceduto da un colpetto impercettibile sulla porta, era entrato Tarallo.
Subito, cianciando scompostamente, gli parlò di irregolarità impressionanti nella raccolta di rifiuti nei comuni limitrofi alla città, affari tanto sporchi da richiedere, a suo dire, una bella inchiestona!
Il folle sembrava non avere idea che gli appalti di cui andava strillando, erano stati tutti vinti, manco a dirlo, proprio dall’uomo al quale era destinato quel prezioso pacco, il loro prorietario!!

Aveva scacciato a ruggiti quell’inopportuno, imponendogli la consegna del materiale prodotto fino a quel momento e perfino di quello solo immaginato, affidandogli in cambio la stesura di un articolo sui risultati della ricerca di Hervè Tirabouchon, uno studioso marsigliese che aveva provato l’esistenza di una relazione tra il lock down e il tasso di fertilità degli astigmatici.

Lo zio piduista di Tarallo

Il brutto di tutto quel garbuglio era che Tarallo era di fatto intoccabile perché aveva un misterioso e potentissimo zio piduista, un uomo capace di bruciargli la carriera e di farlo spedire a coltivare noci di cocco in Antartide.
Per di più, pensava il mellifluo direttore, gli correva l’obblico, tanto più se voleva dar corpo alle sue aspirazioni politiche, di usare la massima prudenza nel muoversi: non poteva infatti sbagliare una mossa.
Era sotto la costante osservazione e il tiro di Monsignor Angiolo Missitalia, il gesuita che aveva defenestrato Mons. Louis Verafè, suo protettore per anni.
Missitalia lo detestava apertamente e non mancava una sola occasione per farglielo sapere.
Mentre dunque questo timore era senz’altro fondato, riguardo alla sua prima paura, Frangiflutti ignorava che da almeno tre anni quel famoso zio di Tarallo non aveva rinnovato la tessera della loggia massonica deviata e che ormai, disinteressato alle sue losche manovre, usava il grembiule rituale, quello col compasso, per cucinare la sua celebrata pasta ajo ojo e peperoncino per grandi tavolate di amici.
Comunque per quel che ne sapeva, il Direttore sentiva di avere le mani legate con l’odioso estremista della redazione: di troppe insidiose protezioni godeva quel Lallo!
Poteva solo rendere la vita difficile a quella caricatura di Don Chisciotte, tarato dalla fissazione della giustizia sociale e sempre infervorato a sponsorizzare, anima e corpo, cause perse.
Più che tarpargli le ali non poteva.

Lallo Tarallo

Si era baloccato più volte con frequenti e seducenti fantasie, immaginando la scena di un suo plateale licenziamento di Tarallo dinanzi all’intera redazione, di come lo avrebbe insolentito davanti a tutti i redattori, messi sull’attenti, prima di dargli il benservito senza un centesimo di liquidazione:

“Vai, vai a fare il comunista da qualche altra parte se ti prendono! In una città come questa, se non hai le unghie a rasoio e verniciate di nero, nessuno ti apprezza e tu avrai sempre le manine da bambino, sporche solo di innocua pappina!”.

Perdendosi nel vento di quelle meravigliose fantasie, il direttore immaginava, deliziato, gli sguardi smarriti dei cronisti impauriti, che in seguito a quella vistosa esecuzione, sarebbero stati ancora più servili, attenti a non sgarrare con il loro duce.
Mentre Frangiflutti vezzeggiava da sveglio la sua parte onirica, Tarallo, rassegnato a rientrare nella sua folle normalità, da Strappoli di Sotto aveva raggiunto con tutta la sua banda il porticciolo nel quale, svariati giorni prima, avevano lasciato ormeggiato il “Complesso di Edipo”, il lussuoso panfilo del Professor Cervellenstein, gestito dal solerte Mastro Pippa.

Mastro Pippa, il macchinista de “Il complesso di Edipo”

L’addio agli amici era stato commovente.
Era una mattinata scura, coperta da una brutta nuvolaglia, ma Ducco lacrimava copiosamente sotto i suoi inverosimili occhiali da sole.
Al suo fianco Mata, che aveva prevalso sulle sue concorrenti amorose, Anita ed Evìta, prima dell’arrivederci si accostò all’orecchio di Lallo sussurrandogli:

“Occhio Tarallo, stammi a sentire: ero al Bar Biturico giorni fa a farmi un aperitivino con gazosa, whisky e carrube, e ho attaccato bottone con Ophelia Caracciolo Corsini, una signora di Strappoli che lavora nella tua città.
Per l’esattezza fa le pulizie nella sede del quotidiano “Il Fogliaccio”, il tuo giornale.
L’ho fatta parlare un po’ a ruota libera fino a che, ad un certo punto, mi ha raccontato che una sera in cui credeva di essere rimasta sola in redazione, ha sentito il tuo direttore che, barricato nel suo ufficio, parlava al telefono con un misterioso interlocutore.

Strillava forte, come uno uscito completamente dai gangheri.
Lei, che, in silenzio, stava igienizzando con acqua benedetta la scrivania del redattore Sgargarozzi, per il quale provava un qualche sentimento, ha sentito distintamente quel Frangiflutti definirti “una pandemia umana perniciosa per la quale non c’è vaccino, mascherina o salvezza che tenga”.
Diceva poi che tutto il suo organismo, dall’occipite all’astragalo, risentiva tanto dolorosamente della tua presenza, dallo sfiorare i limiti della letalità, e che quindi aveva necessità di sbarazzarsi di te in modo in apparenza pulito, per non incappare in truci vendette dei tuoi protettori.

Aveva precisato anche di potercela fare, prima o poi, perché aveva elaborato un piano perfetto, qualcosa di assai efficace per espellerti dal giornale e spedirti a lavorare nelle terribili miniere di Tau Tona, in Sudafrica, in compagnia di una massa di subumani disperati.
Quindi amico Lallo
concluse la ballerina con un ultimo sospiro – guardati le spalle una volta tornato al lavoro: te lo dice Mata Hari!”.

Sotto il divertente pseudonimo di Lallo Tarallo si cela lo scrittore,  polemista satirico, storico della filosofia kirghiza e collezionista di barchette fatte con carta di quaderni Pigna, Lallo Tarallo.
Nato da qualche parte in un giorno di settembre a vostra scelta, si dedicò dapprima a studi classici, approfondendo soprattutto i nebulosi rapporti tra Sparta e Pontinia, poi, all’insaputa di tutti, lui stesso incluso, iniziò l’attività di scrittore.
Nel 2017, infilatoci da una muscolosa raccomandazione di uno zio piduista, entrò nella redazione del Fogliaccio Quotidiano, rimanendo però sempre pericolanti i suoi rapporti di lavoro e personali col Direttore, Ognissanti Frangiflutti.
Vinte mille difficoltà, è riuscito infine a conquistare Consuelo, una donna tanto bella da rischiarare il mondo, e a mettersi definitivamente calmo sul piano sentimentale.
Ha frequentazioni con soggetti migranti o bizzarri, o entrambe le cose, e da quando era feto è in cura con l’illustre Psicologo e clinico Samuel Cervellenstein.


Iscriviti alla Newsletter di Latina Città Aperta

* campo obbligatorio
/ ( dd / mm )

Condividi
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *