Referendum 2020: Eppur (qualcosa) si muove (forse)

Poche ore addietro Mattarella ha firmato la legge costituzionale sul taglio dei parlamentari, che entrerà in vigore a partire dalle prossime elezioni legislative. Sulla riduzione del numero dei parlamentari gli italiani si sono espressi in modo chiaro e lampante: SI.

Il 70% ha votato a favore della riforma, il 30%, invece, si è detto contrario. Risulta chiaro, dunque, il sentimento di malcontento che chi si è recato alle urne nutre nei riguardi dei suoi stessi rappresentanti.
Il lavoro per riconquistare la fiducia degli elettori, restituendo un nuovo e più virtuoso volto alla rappresentanza popolare, sarà complicato, questo lo sapevamo già: non si cancellano, infatti, più di trent’anni di antipolitica in poche settimane. Ho preferito aspettare un mese per commentare il risultato, riflettere prima di parlare contro una riforma delle pance, e anche i commenti successivi avevano bisogno di analisi di testa.
Questa cercherà di avvicinarvisi.

Io, per quello che ho potuto, ho deciso di combattere in questa campagna e ho perso. Sono di sinistra e ci sono abituato, non è la prima battaglia che combatto in quanto giusta anche se impopolare.
In questa sconfitta della politica c’è però un dato che mi rincuora e mi da speranza su cui, in questo spazio concessomi, vorrei riflettere: il voto del popolo di sinistra (sì, perché anche noi siamo popolo, nonostante il modo in cui ci hanno voluto dipingere in questi anni).

Se risulta che 4 elettori su 5 di Fratelli d’Italia e della Lega hanno votato SI, dimostrando dunque una certa linearità di voto con le indicazioni dettate dai partiti di appartenenza, lo stesso andamento non lo si è certo riscontrato tra l’elettorato dei tre principali partiti di centro-sinistra (PD, Italia Viva, LeU).
In questi casi, infatti, si nota difformità rispetto alla linea perseguita dai tre partiti in questione.
Il PD aveva dichiarato il suo appoggio, gli altri due partiti invece non hanno dato chiare indicazioni di voto.

E’ come se gli elettori di centro-sinistra abbiano intenzionalmente voluto rimarcare il proprio dissenso verso le decisioni prese dai loro partiti, decisioni sempre più distanti e forse difficilmente comprensibili. Potrebbe essere semplice insofferenza dovuta all’incertezza e alla discontinuità tra quanto prima predicato e dopo, contrariamente, applicato.
La quarta votazione parlamentare ha visto favorevoli il 97% dei deputati, quindi dopo i tre no iniziali, anche i deputati di Italia Viva, LeU e PD hanno votato a favore a una riforma per tre volte ritenuta sbagliata.
Certo sono cambiati gli scenari, il governo… fatto sta che quello che in un primo momento appariva un obbrobrio contro la Costituzione, improvvisamente era diventato almeno tollerabile.
O forse si è trattato di un lucido avvertimento per una riforma vista come incompleta, o sbagliata; oppure di diffidenza verso la non chiara promessa sul tipo di correttivi che poi si sarebbero fatti.
Molto probabilmente non c’è stato un unico motivo, molto probabilmente è stata la somma di tutto questo.
Certo è che mi viene da chiedermi perché continuiamo ad andare sempre contro l’opinione diffusa della nostra base…

Nicola Zingaretti, il segretario del PD

Mi viene da pensare anche che se i sondaggi fossero veritieri, e fossimo ancora all’epoca dei partiti superstrutturati, un segretario che ha schierato il partito così nettamente per il si e che fosse stato poi, in modo così netto, contraddetto dai propri elettori e anche da buona parte del gruppo dirigente del suo stesso partito, avrebbe dovuto rimettere in discussione la sua funzione di guida.
Nella prima repubblica non si sarebbe mai visto andare avanti serenamente un partito schierato su una posizione col suo elettorato che a maggioranza assoluta votava il contrario. La motivazione era semplice: se fosse accaduto, cosa sarebbe stato del ruolo di guida che un partito dovrebbe avere?

Un cortocircuito evidente.

Cerco di spiegare meglio cosa è per me difficilmente comprensibile:

Negli stessi giorni in cui alle amministrative e alle regionali, il centro-sinistra resisteva, o in alcuni casi addirittura avanzava, gli elettori del PD si sono ritrovati da un lato a sostenere la linea politica del partito, dall’altro ad andare contro il SI uscito dall’assemblea del partito stesso. Un controsenso che sembrerebbe l’ennesima richiesta di un elettorato di una linea diversa, non succube di indirizzi di politiche e riforme altrui.
Non c’è una linea da seguire, non c’è un’ idea di società comune.
Forse converrebbe ripartire da qui, rimettere le istituzioni al centro, la politica al centro, ricucendo rapporti e territori da contrapporre alla logica del/dei tagli.

E quindi, la mia speranza è proprio questa: che una grande parte dell’Italia non si rassegni alla convenienza dei ragionamenti semplificativi, ma voglia sempre cogliere gli aspetti più profondi delle cose.
Nei pochi giorni concessi per la campagna referendaria, siamo passati da un quasi certo plebiscitario SI, ad un risultato che vede 1 elettore su 3 contrario alla riforma.
In valore assoluto, sono stati 7 milioni e mezzo gli elettori che hanno votato NO, chiedendo istituzioni che lavorassero meglio e non peggio, andando contro la demagogia del taglio delle poltrone, contro il vento dell’antipolitica e del populismo, sempre più incalzanti.
Chiedendo, insomma, e finalmente aggiungo io, più politica, non meno.

Mi chiamo Stefano Vanzini. Ho 23 e sono uno studente universitario. Divido la mia settimana tra Latina e Roma, dove studio scienze politiche. Sono di sinistra, romanista e ferrarista; in poche parole sono un esteta della sconfitta.


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Un commento su “Referendum 2020: Eppur (qualcosa) si muove (forse)

  1. Le analisi del voto referendario, secondo me, nelle realtà di provincia, più che dalle indicazioni di partito, vengono condizionate dal desiderio o necessità di stare dalla parte del vincitore. Personalmente non credo che il pd sia un partito di sinistra o almeno non ne ha dato prova nella sua storia politica. Tornando al referendum in un contesto particolare non gli andrebbe data una lettura politica, a meno che non si vogliano scambiare per politica quell’insieme di messaggi fuorvianti trasmessi nell’ultimo periodo preelettorale dai due schieramenti pro e contro l’abolizione o approvazione. Anzi ho avuto spesso l’impressione che entrambe le parti volessero una politica più efficiente e sopratutto una migliore e diretta rappresentatività. Solo che si sono divise sulla modalità.

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