Samuele Cervellenstein, tre flash biografici

Augsburg (Augusta – Baviera), 1967.

La scena si svolge nei locali di ricreazione della scuola primaria ebraica, un ambiente spazioso attiguo alla grande Sinagoga di Augusta in Germania, una delle poche sopravvissute alla furia distruttiva nazista.

“Samuele, lascia stare Aaron, ti ha già detto chiaramente che non vuole fare con te il gioco delle domande e delle risposte! Si è stancato: molla la presa, quindi, e smetti di importunarlo”.

La bella signora biondo rossiccio con l’elegante vestito giallo e l’espressione un po’ imbarazzata, afferrò per le mani il figlioletto, di circa sette anni.
Lo strattonò un po’, tanto che gli occhiali del ragazzino ruotarono fino a stargli in verticale sulla faccetta seria e concentrata, per nulla pentita, ed i capelli gli si scompigliarono in modo buffo.
Con quel gesto la donna intese separarlo bruscamente dall’amichetto Aaron, che, rosso in faccia, frignava rivolto alla propria mamma, protestando:

“I..invece di fare il g..gioco come si deve, e c..chiedermi la capitale del Madagascar, che la..la s..sapevo, mi ha chiesto se mi piacerebbe che tu ancora mi a..allattassi al s.seno e tante altre domande strane: l’altro giorno voleva assolutamente sa..sapere se mi stesse a..antipatico papà, se lo trovassi od..odioso!”.

La madre del frignante, la mora signora Grendembaum dalla eccentrica acconciatura, era confinata all’interno di uno scialbo tailleur grigio, e secca come un acciuga, pallida e contratta dall’ira, com’era, pareva l’effigie stessa dell’esacerbazione:

Samuele Cervellenstein bambino

“Mi dica lei se le sembra una cosa normale Signora Cervellenstein! Suo figlio non sta bene, dovrebbe occuparsene di più: il suo bambino ha l’idea fissa di sapere tutto degli amichetti e invece di giocarci li strema a forza di domande personali, a volte morbose. Li scoccia di continuo e spesso li imbarazza: sappia che per il futuro non intendo che il mio Aaron giochi più con il suo strambo Samuele!”.

“Non si preoccupi più di tanto signora Grendembaum, stia tranquilla, perché, a causa del lavoro di mio marito, tra pochi giorni ci trasferiremo in Italia, così il suo Aaron potrà giocare con bambini più tranquilli di testa, dei gran paciocconi come lui. La saluto”.

Girò i tacchi, abbastanza alti, per la cronaca, e lasciò la signora Grendembaum, interdetta, a ragionare se nelle parole di quella donna poco timorata si celasse un insulto.

Roma, 1987

“Para bailar la bamba,
Para bailar la bamba
Se necesita una poca de gracia,
Una poca de gracia pa mi pa ti Y arriba y arriba,
Ay arriba y arriba

Por ti sere, por ti sere, por ti sere….”

Nell’aula magna della scuola di specializzazione in Neuropsicologia e Neuroscienze del Comportamento, quasi deserta alle tre di quel pomeriggio di maggio, il sole proveniente dagli alti finestroni tagliava l’ambiente con quattro larghe strisce di luce gialla che cadevano come altrettante spade sui banchi dell’emiciclo.
Da fuori arrivava nitido il diabolico giro di accordi de “La bamba” nella cover dei Los Lobos, ben sfruttato dalle loro voci piene e latine.
In alto, uniche figure presenti, due specializzandi parlavano fitto fitto. Uno di loro pareva il più concitato:

“Sì Samuele, è vero che quel tipo che hai abbordato ieri al “Donna Cannone” era d’accordo nel farsi psicanalizzare, occhei, ma tu sapevi benissimo che, per come gliela avevi messa giù, lui l’aveva preso per una specie di gioco di società, e stava pure un po’ brillo.
E poi, cavolo, davanti a tutti!
Hai notato che silenzio si era fatto? Tutti zitti ad ascoltare gli strabilianti cazzacci del poveretto, a sentirgli dire i fatti suoi!
S’era fatto il chiasso che c’è in un cimitero, altro che storie, e sì che in quel posto c’è sempre un casino infernale.
Non avresti dovuto Sam, è stata una delle tue solite paraculate da farci la relazioncella e spacciare per ricerca sperimentale agli esami…”

“Sì, come no? – ribattè Giorgio – starà forse una meraviglia quando, tra un mese, come minimo, sarà uscito dall’ospedale dove è finito grazie ai tuoi fantastici esperimenti.
Pensa alla roba che gli hai fatto spifferare!
Mi pare ancora di sentirvi:


Tu:
“Aniello, ascolta bene la mia voce.
Ora che mi hai raccontato di quando hai convinto tua cugina Zaira, detta la Dentona, a fare l’amore sull’impasto della pizza ai quattro formaggi, sono sicuro che ti senti già più leggero.
Hai appena cominciato ad alleggerirti, Aniello, ascoltami bene: tu ti senti benone, và avanti, tanto sai di ricordare tutto della tua vita, ogni cosa, con precisione assoluta.
Adesso stammi a sentire: ricordi di avermi detto, all’inizio, di avere piazzato un camion di coccodrilletti di stoffa per griffare false magliette di marca?”

Aniello Caccavale:
S.. ssii… ”

Tu:
“A chi li hai venduti?”

“Falla finita Giorgio – ribattè l’altro, un tipo coi capelli mossi dalla faccia occhialuta e intelligente – il tizio era d’accordo, punto e basta.
Certo, non gli avevo parlato di ipnosi, ma in fondo che gli cambiava? S’è fatto comunque una bella sfogatona, no?
S’è spurgato un chiletto di psiche, così starà un filino più leggero di zucca e si sentirà meglio”

Il giovane Dottor Cervellenstein

Aniello Caccavale:
“L’agg vendut a ‘o titolare r’o negozzio “ The Gentleman’s den”, chille costosissimo, che poi ce fa ‘nu ricaric ‘n goppa, ca te lev ‘e cauzuniell”
Tu:

“Sapevi di commettere un reato, Aniello?”

Aniello Caccavale:
“Azz, certament c’oo sapev, ma agg puro ‘a campà, frate mio!”….

“Te lo ricordi Samuè, – riprese Giorgio – a quel punto s’era fatto un silenzio mortale.
La maggioranza dei presenti si divertiva da matti, ma doveva stare zitta per non farlo uscire dalla trance, così certi tipi si coprivano la bocca cercando di trattenere le risate, ma tra i clienti c’era pure Rififo, uno della questura, che non rideva affatto.
Ha subito appizzato le recchie a sentì delle finte Lacoste, poi ha bisbigliato qualcosa all’orecchio di un tizio che era con lui, roscio de pelo, pure quello in borghese, che poi è sparito a razzo.
Bell’esperimento! Se stava a mette tutto male, e non parliamo poi di come è andata a finire: un’ira di Dio!
E il bello è che Ciro, il padrone del “Donna Cannone”, il locale dove stavamo a combinà quel casino, era quello che rideva più di tutti, almeno fino al momento fatidico, non è così Samuè? Non potevi fermarti prima del disastro totale? Ricordi com’è finita?”

Aniello Caccavale


Tu
Ti capisco Aniello. Continua a seguire la mia voce, solo la mia voce e dimmi ora cos’altro ricordi, dimmi quello che ti viene in mente:
dove ti trovi?”

Aniello Caccavale
“Stong in grazia di Dio, ca a faccia miez ‘e zizze extralarge de Nunziatella, a mugliera de Ciro ‘O Strunz.
Che meraviglia ‘uagliò, na bellezz!
Nu foco ca nun ve rico: ce simme ripassat tutto ‘o Kammerasuda alla faccia ‘e chillu scèmo ca va sparanno birre!”

Samuele, nel ricordare quel passo dell’ipnosi, si rabbuiò:
“ E’ vero mannaggia, a quel punto ho fatto la domanda che non andava fatta, ma io non avevo ricollegato le cose: chi cacchio lo sapeva chi fosse quel cornuto di Ciro ‘o Strunz?”

Samuele:
“E chi sarebbe questo Ciro ‘o Strunz?”
Aniello Caccavale:
“O padrone e chilla specie ‘e pub ca se chiamma “ ‘A Donna Cannone!”…

Ciro, il gestore del Pub “Donna Cannone”

Il resto lo si era potuto leggere in cronaca romana.
Dallo smettere di ridere convulsamente al diventare un potenziale assassino, Ciro ‘o Strunz ci mise trenta secondi, non di più.
Il parapiglia fu tremendo: in cinque cercarono di levargli Aniello dalle zampe, ci si mise pure Rififo, il questurino, ma niente, quando riuscirono a strappare il proprietario del locale dalla sua preda, che era stata svegliata a pugni e schiaffi dall’ipnosi, il guaio era fatto:
Aniello Caccavale era stato ridotto alla consistenza di un budino.

Furono due sirene, quella dell’ambulanza e quella della gazzella della questura, che inseguiva il ferito, gli ultimi suoni avvertiti in quella bella serata.

Si era risolta davvero in un capolavoro la ricerca sul campo dell’inesperto Dottor Cervellenstein, specializzando in Neuropsicologia.
“Vero – ammise lui, parlandone dopo qualche giorno con la bella Romualda, la sua più che amica del cuore – è una tecnica ancora da perfezionare. Magari fatta in un ambiente più consono, sarebbe riuscita un tantino meglio…”

Aprile 2011, Città di ………

La Signorina Cleofe, l’anziana segretaria dello studio dell’illustre Professor Samuele Cervellenstein, Psicologo di fama internazionale, con la sua caratteristica voce arrochita dal fumo, chiamò l’interno del suo datore di lavoro.
Erano circa le 11,00 del mattino e nello studio si viveva un raro momento di quiete:
“Professore?”
“Mi dica Cleofe”

“Guardi, mi ha chiamato più volte un signore piuttosto agitato.
Se ho ben capito è una specie di giornalista in crisi, parlava di cose bislacche che non ho ben inquadrato.
Mi è parso un tipo talmente balzano da essere il perfetto prototipo del suo cliente ideale.
Mi ispira simpatia, però, e penso davvero che abbia seriamente bisogno di lei”
“D’accordo, come si chiama questo tizio?”
“Tarallo, Lallo Tarallo”
“Ok, mettilo in lista, vedi tu quando”.

Sotto il divertente pseudonimo di Lallo Tarallo si cela lo scrittore,  polemista satirico, storico della filosofia kirghiza e collezionista di barchette fatte con carta di quaderni Pigna, Lallo Tarallo.
Nato da qualche parte in un giorno di settembre a vostra scelta, si dedicò dapprima a studi classici, approfondendo soprattutto i nebulosi rapporti tra Sparta e Pontinia, poi, all’insaputa di tutti, lui stesso incluso, iniziò l’attività di scrittore.
Nel 2017, infilatoci da una muscolosa raccomandazione di uno zio piduista, entrò nella redazione del Fogliaccio Quotidiano, rimanendo però sempre pericolanti i suoi rapporti di lavoro e personali col Direttore, Ognissanti Frangiflutti.
Vinte mille difficoltà, è riuscito infine a conquistare Consuelo, una donna tanto bella da rischiarare il mondo, e a mettersi definitivamente calmo sul piano sentimentale.
Ha frequentazioni con soggetti migranti o bizzarri, o entrambe le cose, e da quando era feto è in cura con l’illustre Psicologo e clinico Samuel Cervellenstein.


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