“Tanto a morire sono sempre i vecchi”, la longevità ai tempi del corona virus

La popolazione mondiale è costituita da 703 milioni di anziani, uomini e donne di età superiore ai 65 anni, dei quali 200 milioni distribuiti tra Europa e Nord America, e si stima che tale numero raddoppierà nei prossimi trent’anni.
Si tratta di una popolazione che viene considerata un peso per i sistemi sanitari, a causa della frequenza di alcune patologie e delle continue ospedalizzazioni.
Il problema viene avvertito come tale soprattutto quando, per quegli anziani che non sono presi in carico dalla società, si determina una situazione di isolamento progressivo e, quindi, una condizione di solitudine che li porta a prendersi poca cura di sé, a emarginarsi e a ridurre i propri interessi, con le conseguenti cronicità di patologie e decadimento cognitivo.

Eppure non si fa che vantare e perseguire la longevità, è un obiettivo al quale tutti più o meno aspiriamo, tanto che l’Italia vanta di essere uno dei Paesi più longevi.
Occorre tuttavia considerare come al concetto di longevità spesso non corrisponda affatto la realtà di una qualità della vita soddisfacente: in sostanza la durata della vita e la sua qualità non procedono di pari passo.

“La vita non è vivere, ma vivere in buona salute”,

scriveva il poeta Latino Marco Valerio Marziale, una saggia considerazione che dovrebbe suggerirci che investire nella salute non è affatto un costo a perdere.
Questa premessa è utile per considerare ora qual è l’impatto della pandemia da Covid 19 sulla popolazione degli anziani, che innegabilmente sta pagando il prezzo più alto in termini di incidenza e di mortalità dell’infezione, ma che lo paga anche in termini psicologici, poiché la misura di distanziamento sociale li ha penalizzati maggiormente, in quanto persone più a rischio.
C’è di più: allo scopo di contenere il contagio, molti servizi di assistenza territoriale sono stati azzerati e gli anziani sono rimasti confinati tra le mura domestiche o in quelle delle strutture a loro dedicate.
Se si aggiunge poi che anche le visite e il rapporto con il medico di famiglia hanno subito una metamorfosi, con il ricorso all’uso delle moderne tecnologie per prenotazione visite, ricette mediche e lettura di analisi, molta della popolazione anziana, non digitalizzata, è rimasta ancora più isolata, vivendo gravi difficoltà e un senso di straniamento.

La pandemia dunque ha evidenziato un fatto che già esisteva, la solitudine dei meno giovani, portandolo alle estreme conseguenze: ha isolato ulteriormente la parte di popolazione più fragile, acuendo la percezione che essa sia per tutti noi un peso.
Si è sdoganato così il principio, denso di cinismo, che “tanto a morire sono i vecchi”, minimizzando l’impatto sociale di questo ragionamento di assoluta superficialità.
Con tale falsa comunicazione sono state gettate le premesse di una deresponsabilizzazione sociale verso i più deboli, percepiti come coloro che possono essere lasciati indietro senza grandi ripensamenti
Naturalmente, in tutto ciò non si è minimamente tenuto conto di quanto la popolazione degli anziani sia in realtà una vera risorsa.
Va infatti considerato che gli anziani sono detentori di un patrimonio di cultura e di saggezza tutt’altro che trascurabile e, se vogliamo parlarne in termini economici, gli anziani rappresentano in moltissimi casi un ammortizzatore sociale per la famiglia, considerato che in Italia, per una famiglia su tre, la pensione di un anziano è divenuta l’unica fonte certa di reddito.

Niente quindi è più errato del considerare l’anziano una parte non produttiva del Paese, sia perché non è assolutamente vero, sia perché la popolazione di anziani, destinata a aumentare, deve necessariamente essere riconsiderata nella sua collocazione socioeconomica e posta nelle condizioni di divenire risorsa: è un processo inderogabile se davvero si vuole evitare il decadimento progressivo della nostra società.
Questo dovrebbe essere un obiettivo che spetta in primis alle Istituzioni: puntare a livelli diversi di assistenza degli anziani per ottenere la trasformazione degli stessi in risorsa, ponendoli così nella condizione di vivere, non di sopravvivere.
Questo traguardo diviene possibile solo garantendo loro la partecipazione allo sviluppo della società e alla crescita civile e culturale della comunità.  

Un esempio su tutti, che si va sempre più diffondendo in Europa, è l’ ”Aging in Place”, ovvero la scelta di invecchiare a casa propria,  che applica un modello basato sulla creazione di “convivenze” fra giovani studenti e anziani, con  vantaggi economici per i primi, derivanti dal supporto statale per le spese universitarie e per l’alloggio, e per i secondi, il vantaggio di avere compagnia e di essere aiutati nelle piccole incombenze giornaliere (fare la spesa, andare in posta,  etc.).
Alcuni programmi hanno previsto che nel corso del periodo di co-abitazione, i giovani istruiscano gli anziani sull’uso di nuovi strumenti di comunicazione (Tablet, Smartphone, etc.) allo scopo di renderli autonomi nell’uso della tecnologia funzionale alla loro sicurezza e alla comunicazione con i providers sanitari, in modo tale da ridurne quel senso di isolamento e di marginalizzazione.

Questo è solo un esempio, ma i mezzi ci sono, basta adottarli e pianificarli sui territori, invece di alimentare intollerabili scontri generazionali, una sorta di barbarie che tollera che gli anziani siano abbandonati a sé stessi, come fossero cittadini di second’ordine, nell’indifferenza di una società dei consumi che non guarda al futuro inducendoci a pensare che

“tanto a morire siano solo i vecchi”.

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale


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2 commenti su ““Tanto a morire sono sempre i vecchi”, la longevità ai tempi del corona virus

  1. Conosco persone che, purtroppo, non solo sono da sempre improduttive, non avendo mai lavorato e quindi contribuito al benessere della società, ma sono addirittura dannosi non solo perché campano da una vita alle spalle della famiglia, ma addirittura della società dove fanno continuamente danni. Poi questi dannosi disumani tendono a dividere l’umanità in categorie solo per criticarle oppure per metterle in cattiva luce e lanciare campagne di disinformazione, cattiveria ed emarginazione. Forse è a causa di un’infanzia infelice senza affetti, vissuti in famiglie grette e meschine dove c’è spazio solo per finti vincenti o finti ricchi o finti potenti. Forse perché non vogliono bene a se stessi e alla natura o semplicemente infelici… Ho sempre cercato di imparare da chi aveva esperienza o da chi conosceva il mondo prima di cambiare o semplicemente da chi sapeva spiegarmi chi sono, da dove vengo e la storia dei miei avi. Ho accompagnato anziani di 80 o 90 anni che avevano ancora sogni ed obiettivi, progetti trovandoli molto più giovani e dinamici di soggetti di basso livello non importa se avevano 20 o 40 o 60 anni o età intermedia. Alcuni genitori si riservano proprietà o beni nel timore che poi i figli o nipoti li abbandonino mancando poi la lusinga di immobili o denaro. Altri elargiscono banconote a figli e nipoti perché li vadano a trovare… Non si abbandonano al loro destino animali vecchi e malati, figuriamoci le persone o genitori o nonni o zii o parenti stretti. L’umanità, come l’educazione si apprendono da bambini, gli altri possono solo cercare di comprare qualcosa che non avranno mai. Questa società malata deve trovare il rispetto di se stessa, dei bambini, delle future generazioni e degli anziani altrimenti è destinata a morire avara, usuraia, gretta, brutta, incivile. Questi anziani o avi che se ne vanno in realtà, se li abbiamo amati, come ci hanno amato, continuano a vivere dentro di noi, ad essere per sempre parte di noi

  2. ragionando da vecchio, direi che la propria vecchiaia si costruisce in giovinezza, sia nel lavoro e nello stile di vita che non danneggi la propria salute e l’ambiente, sia i rapporti nella famiglia e nella società. ovviamente anche la politica deve immaginare e costruire un ambiente in cui ognuno si collochi nel posto che gli spetta, con una attenzione particolare per i più deboli, appunto i fanciulli e gli anziani, valorizzandoli (la produttività di beni materiali non è un metro accettabile in qualunque situazione) e mi pare che fanciulli e anziani possano insegnare l’amore come nessun altro!

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