Welfare – un quadro italiano – Seconda Parte

di Leonardo Majocchi

La ridefinizione della solidarietà nelle reti urbane tra servizi ed autogestione: alcuni esempi di solidarietà informale

Accanto alle reti storiche già in precedenza menzionate (per un rimando al precedente numero), da nord a sud la solidarietà in molte delle nostre città è stata anche veicolata da esperienze che, pur esprimendosi spesso nelle medesime forme di assistenza, hanno colto, e talvolta creato, all’interno di quella stessa cornice assistenziale, gli spazi di un conflitto (per i soggetti che lo portavano avanti) resosi necessario alla luce delle molte contraddizioni dell’ordine economico esistente che la pandemia ha svelato.
Si fa riferimento alle pratiche che prefigurano (e, in alcuni casi, attuano) un modello di convivenza differente e che si oppongono, anzitutto, alla mercificazione degli spazi urbani. Si tratta di esperienze di autogestione, pratiche di riappropriazione di luoghi pubblici che traggono spunto da concezioni dell’urbano alternativi, non codificati e per questo, ma non solo, definibili informali: è il mondo dei collettivi antagonisti, dei centri sociali, dei comitati di quartiere – un insieme di attori che, durante questi mesi, ha agito dentro e fuori l’ordine emergenziale venutosi a creare con la pandemia, rappresentandone una frattura e rifiutandone la retorica della solidarietà mainstream e del “restiamo a casa”, laddove questa (ben inteso: non si suggeriva certo il contrario), presentandosi come un tentativo di normalizzazione e pacificazione sociale, tendeva a velare e a non considerare che gli effetti più devastanti della crisi in corso andavano riversandosi sulle categorie più deboli delle nostre società.
Va precisato che le attività di solidarietà auto-organizzata, in questi luoghi, non nascono certo oggi, anzi, sono uno dei tratti fondamentali che accompagnano queste esperienze da anni, ma non vanno tuttavia slegate dalla loro cornice politica e ideologica.

A Bologna Labàs, TPO e YaBasta, tra i primi ad attivarsi in questo senso, hanno lanciato le staffette alimentari partigiane e le brigate di mutuo soccorso con le quali stanno continuando a distribuire alimenti ai senza fissa dimora, ad alcuni ex-detenuti ora ai domiciliari e libri per bambini. Inoltre, grazie al Laboratorio Salute Popolare, un progetto di auto-organizzazione nato all’interno delle mura di Labàs tanto per aiutare le persone ad orientarsi rispetto ai servizi del Sistema Sanitario Nazionale, quanto per moltiplicare gli spazi di produzione e promozione di salute, unendo specializzandi di medicina, associazioni e persone a rischio di marginalizzazione, sono stati attivati dei numeri di pronto soccorso medico e psicologico. Si tratta di un progetto che, sin da subito, ha evidenziato le contraddizioni e i pericoli insiti nel concetto di distanziamento sociale, impegnandosi nella costruzione di una rete collettiva solida e forte, costruita sul contatto umano, la reciprocità e il mutuo aiuto.
Esperienze analoghe si sono sviluppate in tutta Italia, soprattutto nelle zone più colpite: le staffette del mutuo soccorso sono state presenti anche a Milano, distribuendo prodotti a km 0 a chi si trovava in isolamento, così da sostenere, tra le altre, piccoli produttori locali. Sempre nel capoluogo lombardo, molte di queste pratiche sono state intelligentemente supportate dal Comune attraverso Milano Aiuta: una piattaforma di coordinamento e messa a sistema dei vari servizi dove sono confluite anche associazioni, aziende e dunque fette del privato sociale, singoli volontari.

Al sud, e più precisamente a Napoli, lo storico centro sociale ExOPG Je So’ Pazzo, modello per l’Italia e per l’Europa tutta per quanto riguarda autorganizzazione e pratiche di socialità alternativa, ha messo in atto forme di sostegno e di consegna pacchi alimentari, circa 50 al giorno (ogni pacco può garantire la sopravvivenza a un nucleo familiare di tre persone per circa una settimana), e di dispositivi di protezione minima, oltre a offrire assistenza a lavoratori e anziani e ad aver aperto spazi, necessariamente virtuali, di confronto, elaborazione e produzione di pensiero critico all’interno delle settimane di quarantena attraverso i racconti e le esperienze dirette di tante marginalità sociali. 

A Roma, realtà formali e informali, hanno dimostrato ottime capacità di rete e cooperazione, assolvendo a una funzione di indispensabile supplenza dei servizi sociali capitolini, nei quali si sono purtroppo verificate difficoltà e mancanze da parte dell’amministrazione comunale nella gestione dell’emergenza come nella gestione delle richieste relative ai buoni spesa.

Tutte queste esperienze si sono rivelate in Italia di fondamentale importanza per l’assistenza alle categorie ancor più svantaggiate come i senza fissa dimora e i migranti, che nell’esperienza del coronavirus hanno evidenziato ancora una volta le contraddizioni di uno stato sociale nel quale non sono previste eccezioni rispetto al modello di “cittadino” destinatario delle sue prestazioni[¹]

L’informalità tra soggettività propria e spazio: l’importanza dell’autonomia

Insomma, dall’emergenza deriva la rinnovata consapevolezza della centralità di un mondo che, anche in queste settimane, pur rimodellandosi attorno ai nuovi equilibri cittadini e alla dura fase in corso, non ha rinunciato alla propria identità politica e conflittuale rispetto al modello socioeconomico in vigore, congiuntamente alla fondamentale opera di produzione autonoma di cultura, socialità e modelli di convivenza: un mondo vastissimo per cui il mutualismo è un mezzo, non un fine. 

Si tratta di una pratica che si rende necessaria e che ci dimostra come sia proprio nella crisi del welfare che, in certi casi, la società si auto-organizza ed esprime tutta la propria soggettività. Una soggettività che viene continuamente prodotta dal rapporto conflittuale che emerge tra il modello di welfare esistente e le forze che quest’ultimo contribuisce in realtà a socializzare. In questo rapporto conflittuale, di fronte all’impossibilità di assoggettare e di ricondurre a una logica di controllo e governabilità le soggettività prodotte dal potere, sarebbero proprio queste ultime ad avere la possibilità di recuperare e trasformare gli elementi del controllo assumendo le vesti di contropoteri all’interno della società.
Alcune delle esperienze che abbiamo citato sono un esempio paradigmatico di questo fenomeno: si tratta di pratiche che nascono all’interno della città contemporanea, ora evolvendosi e dispiegandosi in ragione delle sue inadempienze, ora “superandola” attraverso la produzione di nuovi spazi urbani e sociali, orientati verso una direzione solidale, di vita collettiva e di accoglienza.
È proprio infatti all’interno (e in ragione) delle piaghe e delle fratture della città contemporanea che emergono le soggettività e le identità politiche autonome ricollegate alle pratiche e alle esperienze urbane sopra citate: esperienze che abitano e producono, in senso sociale e simbolico, una dimensione altra del vivere urbano poiché non (ancora) codificata.
Si tratta di un agire autonomo che riconduce alle proprie necessità, ai propri valori e ai propri significati l’utilizzo degli spazi di vita quotidiana, sfuggendo ai condizionamenti socio-spaziali esistenti. In questi termini viene a esprimersi un

«accoppiamento strutturale» tra materiale e simbolico, «tra le dimensioni fisiche e materiali e quelle culturali, genericamente immateriali, insite nei modi con cui viene vissuta la città».

C. Cellamare, Fare città: pratiche urbane e storie di luoghi

In questo rapporto possiamo cogliere il senso dell’autonomia e le varie prefigurazioni di modelli di società alternativi. Il punto focale di queste esperienze e di questi spazi, tuttavia, non sta nella rinuncia tout court al rapporto con l’ambiente circostante, quanto nel rovesciamento o nella sospensione dei termini di quello stesso rapporto; in altre parole, si tratta di «ubicazioni spaziali immerse nello spazio totale ma il cui contatto con esse è “contraddittorio”».
Ritorna alla mente il concetto di eterotopia di foucaultiana memoria[2]. Così, la città informale emerge tanto all’interno quanto parallelamente alla città formale e codificata. Rispetto ad essa si contraddistingue e si differenzia per la rivendicazione di una qualità specifica dell’urbano che,  comprendendo la possibilità di una sperimentazione di una vita urbana alternativa, passa anche e soprattutto attraverso la riattribuzione di senso sociale a spazi marginali, in un processo in cui non viene a mancare la centralità della partecipazione degli abitanti, espressa mediante l’azione diretta e la riappropriazione di ciò che li circonda.

Questo ultimo punto non è da sottovalutare: ovunque queste esperienze si producano, i tratti più virtuosi e visibili ( oltre ai già citati “servizi” sociali “offerti”) sono i benefici legati al senso di comunità, di potenziamento collettivo e di appartenenza che da queste localmente si genera, dunque, in netta controtendenza rispetto ai processi di disgregazione sociale che si citavano in apertura; oltre ad una rinnovata dignità nel vivere gli spazi urbani che si esplica attraverso il sentirsi definitivamente artefici delle condizioni di vita dei luoghi in cui si vive, rendendoli più congrui ai relativi desideri e bisogni.
In conclusione, gli elementi fin qui ricostruiti mostrano quanto, da un punto di vista strettamente politico, esperienze, movimenti e collettivi (parliamo chiaramente degli ultimi presi in esame) considerino strategicamente importante per un mutamento radicale della società, sfruttare le condizioni realmente esistenti qui ed ora;

un tale mutamento può diventare realtà attraverso la costruzione di contropoteri nella società: riconoscendo cioè il carattere coattivo della realtà oggettiva capitalistica, su cui gli individui non hanno un controllo diretto e immediato, ma che possono giungere a rovesciare, in circostanze favorevoli, se e solo se sono in grado di intervenire con un surplus di soggettività, adeguatamente e collettivamente organizzata, proprio come nei casi in questione.

A. Bihr, Dall’«assalto al cielo» all’«alternativa». La crisi del movimento operaio europeo

Tale esito, tuttavia, appare al momento tutt’altro che scontato: resta legittimo il dubbio che, almeno fino a questo momento, modelli societari e modelli comunitari, ancorché fortemente conflittuali tra loro, anziché elidersi vicendevolmente, si siano incrementati reciprocamente e che i crescenti livelli di impersonalità della società siano stati resi possibili e persino più tollerabili, proprio dalla contemporanea crescita di soggettività e realtà antagoniste in ambito comunitario. Ma non è detto che questa convivenza debba essere incontrovertibile e, in circostanze diverse, non sia destinata ad autodistruggersi. Momenti, come quello che stiamo attualmente vivendo, potrebbero favorire e forse accelerare questa eventualità.


Note:

[1] Non sono infatti mancate da questo punto di vista critiche, appelli e indicazioni da parte di tantissime realtà dell’associazionismo e non solo per chiedere di non discriminare nessuno nell’erogazione degli aiuti, su tutti si segnala l’appello promosso dall’Asgi (Associazione studi giuridici immigrazione), insieme ad altre realtà (Arci, Caritas Ambrosiana, Action Aid, Maurice Glbtq). Nella stessa direzione va una recente sentenza della Corte Costituzionale che, in data 9 luglio 2020, ha esaminato le questioni di legittimità costituzionale sollevate dai Tribunali di Milano, Ancona e Salerno sulla disposizione che preclude l’iscrizione anagrafica degli stranieri richiedenti asilo, introdotta con il primo “Decreto sicurezza” (dl n. 113 del 2018). In attesa del deposito della sentenza, l’Ufficio stampa della Corte ha reso noto che la Corte ne ha ravvisato l’incostituzionalità per la violazione dell’articolo 3 della Costituzione sotto un duplice profilo: per irrazionalità intrinseca, poiché la norma censurata non agevola il perseguimento delle finalità di controllo del territorio dichiarate dal decreto sicurezza e per irragionevole disparità di trattamento, perché rende ingiustificatamente più difficile ai richiedenti asilo l’accesso ai servizi che siano anche ad essi garantiti.

[2] Per Foucault le eterotopie sono i cosiddetti luoghi dell’alterità, territori sospesi in grado di istituire una dimensione propria e perciò discontinua rispetto ai caratteri culturali dello spazio dove risultano inseriti fisicamente. Per approfondire si rimanda a M. Foucault, Des Espaces Autres, da Architecture, Mouvement, Continuité, 1984, n. 5, pp. 46-49. In aggiunta, M. Foucault, Le parole e le cose, Milano, Rizzoli, 2016 e Id., Eterotopia, Milano, Mimesis, 1994.

Leonardo Majocchi 20 anni, tra la pletora di avversi al mercato del lavoro che studiano Scienze Politiche alla Sapienza.
Molto di me ruota intorno alla politica: attività, ruoli, letture, studio, compagnie, ma non sono poi così grigio.
Vivere, seppur per qualche mese, in America Latina mi ha permesso di rivedere i canoni, tipicamente occidentali, con cui interpretavo la quotidianità, cambiandomi la vita.
“Forse ho sbagliato ideologia”.

Pensieri per la Città – Un’Agorà per Latina è la nuova rubrica-contenitore della nostra rivista blog, LatinaCittà Aperta.
Abbiamo, infatti, voluto affiancare al nostro settimanale, che come sapete tratta di argomenti che potremmo un po’ pomposamente definire di “cultura generale”, uno spazio, un’agorà di riflessione e di approfondimento intergenerazionale su temi della città che ci ospita, Latina, non limitandoci ad essa.
Ci si propone di istituire qualcosa di vivo, un luogo di confronto e di approfondimento, gestito da giovani, donne e uomini, forze fresche e consolidate intelligenze, persuase che la partecipazione e il confronto siano i cardini della buona politica.

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