Aldo Manuzio e l’avventura dello stampar moderno

Il lettore vorace, quello in condizioni gravi, è una bestia il cui appetito non si sazia in una vita intera.
La malattia che lo divora, i cui effetti non hanno rimedio, di solito è ereditaria, o perlomeno si contrae per via principalmente familiare.
Il bisogno di avere carta stampata sotto gli occhi insorge presto nel bambino, inoculato in genere dai genitori e se trova il soggetto giusto, l’infezione libraria si estende al suo interno, colonizzandolo, così, ancor prima che il piccolo vada a scuola, l’attrazione per i libri si sarà già installata in lui, pienamente operante nella giovanissima creatura.

Oggi questo processo si è fatto più raro, anche se, a dirla tutta, parecchi anni fa, all’epoca della mia infanzia, non erano poi così numerose in Italia le coppie in grado di trasmettere l’imprinting della lettura ai figli.

Ne esistevano, tuttavia, di genitori di quel tipo, erano una minoranza già allora assai esigua, ma imparagonabile per quantità, con l’assoluta rarità di persone di tal razza ai nostri giorni.
Oggi che i genitori sono entrati nei meccanismi decisionali scolastici senza troppa grazia, coltivando ansiosamente ogni sorta di preoccupazione e pretesa per i propri angioletti, tranne quella di un loro proficuo apprendimento, questo gap culturale col passato si è fatto ancora più vistoso.
Ciò si verifica anche perché la padronanza delle tecniche digitali da parte dei ragazzi non riesce affatto a colmarlo, quel fosso, servendo semmai, come testimoniano molte ricerche recenti, da produttrice di aride distrazioni, da acceleratore per una precocità che fa più male che bene e che in un numero sovrabbondante di casi, provoca una marcata retromarcia intellettuale, vistosa soprattutto a livello linguistico.
Guardando all’educazione ricevuta oggi dai bambini e dai ragazzi si ha l’impressione triste di assistere all’avvicendarsi di generazioni di orfani forniti di genitori.

Considerando con assoluta serietà quello che in un periodo tragico, come quello che viviamo oggi, rappresenta la parola “contagio”, va detto che questo vocabolo può assumere tuttavia una diversa valenza, e può riferirsi anche a malattie, paradossalmente, benefiche.
L’infezione di cui parliamo, infatti, rende sì schiavo il contagiato, ma schiavo dell‘unica droga al mondo che abbia effetti benefici: il leggere.
E’ una delle armi migliori che abbiamo per ridar vita a generazioni di giovanissimi matusalemme, resi decrepiti e annoiati dalla devastazione operata dagli asfissianti modelli di comunicazione e di dicertimento, precotti e vuoti.
E’ da tempo che gli andrebbe riconosciuto, aveva ben ragione il compianto Pierpaolo Pasolini, nella sua profetica e sconfortante visione di società futura.

Pierpaolo Pasolini

Il contagio da lettura, al contrario di quei mezzi di appiattimento intellettivo, mette chi lo subisce in grado di combattere e bandire la noia, di trascorrere infiniti momenti di serenità, quando non di vera e propria gioia, favorendo l’insorgere di una coscienza critica e facendolo quindi crescere davvero.
Ditemi se è poco: il libro è ancora oggi rivoluzione.
Si è grati al libro per questo, e, inevitabilmente, anche a chi te lo ha fatto amare.
Divoratori di parole, questo si diventa con la bella malattia, e spesso anche feticisti dello strumento che le racchiude, denso di idee e di storie.
Ad alcuni lettori forti poi può capitare, come è toccato a me, di imbattersi in qualcuno che ti mostra un altro lato dell’oggetto libro: quello del suo pregio antiquario o artistico.

Moltissimi anni fa, trascorsi parecchie ore di rapimento nello studio di un avvocato emiliano, un signore distinto, garbato, e di notevole statura intellettuale, appassionato bibliofilo.
Il suo studio era un luogo di meraviglie.
Venni così a contatto, per la prima volta in vita mia, con libri che, oltre a narrarle, possedevano proprie storie, vicende raccontate in primis dalla cura con cui venivano stampati, in secondo luogo dal loro contenuto, ed infine da secoli e secoli di letture e di passaggi di mano.
L’avvocato mi mostrava le sue rarità accarezzandole felice, come fossero dei figli.
Mi trovai così sbalzato in una nuova dimensione, una nuova fase della malattia, ai cui sintomi classici si aggiungeva anche l’attenzione per l’aspetto storico ed estetico del libro.

Potevo non rimanerne contagiato?
No, naturalmente: il mio fisico, già debilitato dalla bibliomania, non era in condizione di resistere, non aveva anticorpi, così l’avvocato, inevitabilmente mi infettò, e da quel momento, nei corposi limiti delle mie possibilità, presi a comprare anch’io dei libri antichi e ad apprezzarne la fattura, sommando così la bibliofilia alla bibliomania.
Non potevo quindi non inciampare, studiandoli, nella figura di un gigante dell’arte editoriale, un uomo che, per di più, aveva origini a me geograficamente vicinissime: Aldo Manuzio.
Fu lui la figura di maggior spicco nel panorama dell’editoria, italiana e non solo, tra il Quattrocento e il Cinquecento, un uomo che, come allora era più consueto, oltre alla specifica competenza tecnica, racchiudeva in sé la non comune dote di grammatico e di umanista.

Le sue innovazioni lo resero uno dei maggiori stampatori di tutti i tempi, forse il primo editore moderno, senz’altro un tipografo rivoluzionario, l’introduttore del carattere corsivo e del formato in ottavo, quello cioè che favorì moltissimo l’utilizzo e la diffusione del libro.
Nacque a Bassiano, un bel paese di collina prossimo alla mia città, ancora oggi cinto da possenti mura, bello e con un impianto urbanistico medioevale che si è molto ben mantenuto.
Manuzio venne al mondo in un anno compreso tra il 1449 e il 1452, giusto il periodo in cui Johannes Gutemberg faceva i suoi esperimenti di stampa a caratteri mobili, preludio alla moderna tipografia ed alla nascita dell’editoria.
Sono diverse le ipotesi fatte sul cognome originario di Aldo.
Lui in un primo tempo si firmò Aldus Mannucius, alla latina, poi Manucius, infine, dal 1497, Manutius.
Mattia Pacilli, uno studioso appassionato di Aldo, e suo concittadino, in una sua piccola e aggraziata biografia romanzata di Manuzio, “Aldo o il sogno di un piccolo libro”, ipotizza che quel cognome derivasse da quello originario del padre, Manouche, che in francese sta per zingaro, gitano.
Probabilmente era un commerciante di stoffe girovago stabilitosi a Bassiano dopo aver sposato una ragazza del posto.
L’uomo, una volta fermatosi in paese, avrebbe dunque arrangiato il suo cognome in Mannuccio.

Una veduta di Bassiano

Lo status sociale di Mannuccio, innalzatosi per via nuziale, visto che il suocero era governatore del paese, facilitò la vita anche al figlio quartogenito, Aldo, nato dopo Giulia, Petruccia e Benvenuta, che quindi potè ricevere, presso la vicina corte della bella Sermoneta, un’istruzione d’elite per quel tempo.
Sotto la guida di un precettore, come se avesse rango di nobile, il ragazzino si impratichì nel leggere e nello scrivere, e lo fece in modo così promettente da indurre i duchi a convincere suo padre a mandarlo a Roma per proseguire gli studi.
Negli anni che andavano dal 1467 al 1475 Aldo studiò così il latino col grammatico Gasparo da Verona e con Domizio Calderini, ma apprese anche la dialettica, l’arte retorica, la grammatica, la musica, la geometria e l’astronomia.
Erano anni in cui nella capitale si stabilivano, impiantate da gente di origine tedesca, le prime officine tipografiche e Manuzio, che ebbe a vederne alcuni lavori stampati, rimanendone affascinato , considerò per la prima volta la possibilità di fare della stampa di libri la propria attività futura.

Completato brillantemente il primo ciclo di studi con la qualifica di maestro di grammatica, venne indirizzato a Ferrara per perfezionare ancor di più i suoi studi presso Battista Guarino, il figlio del famoso umanista Guarino Veronese, specializzandosi così nello studio del greco.
La città di Ferrara, ricca di palazzi e monumenti di prestigio, viveva un momento di splendore sotto il ducato di Ercole d’Este, un signore dalle doti di guerriero che, tuttavia, avendo molte inclinazioni culturali, anche sotto quel profilo, l’aveva resa pari per livello ad altre importanti capitali europee.

Il Castello Estense di Ferrara

La sua corte ospitava studiosi di ogni genere, poeti ed artisti e Aldo, fattosi un nome col risultato dei suoi studi, vi venne ammesso.
Oltre al già ricordato Guarino, altri nomi divenuti poi celebri frequentavano quell’ambiente: Matteo Maria Boiardo, ad esempio, poi Giovanni e Caterina Pico, principi della Mirandola.
Con Giovanni, già celebre per le doti di intelligenza e per la sua memoria, divenuta proverbiale, Aldo strinse una forte e duratura amicizia, favorita dal loro rango intellettuale, ma condita anche da frequenti scorribande goliardiche.
Quando, in seguito a lotte intestine alla casata d’Este, la vita a Ferrara si fece turbolenta, Giovanni Pico, attirato dallo splendore della corte medicea, si trasferì a Firenze, Aldo rimase per qualche tempo ancora a Ferrara, poi, tramite i buoni uffici del suo amico, ricevette dalla sorella di questi, Caterina, andata in sposa al principe di Carpi, Leonello Pio, la proposta di fare da precettore ai loro figli, Alberto e Leonello.

Giovanni Pico della Mirandola

Questo fu per Manuzio un periodo di intenso lavoro e di ritrovata serenità, dopo essere stato raggiunto e profondamente turbato, dalla notizia, giunta da Bassiano, delle morti, poco distanti tra loro, del padre e di sua madre.
I principini di Carpi vennero dunque formati da Aldo nelle principali discipline culturali e questo rapporto tra maestro e discepoli si rivelò così stretto che quando Alberto subentrò a suo padre come principe governante di Carpi, studiò con Manuzio la possibilità di mettere su un’officina tipografica che facesse concorrenza a quelle, allora preponderanti, dei maestri tipografi tedeschi.

Carpi, Castello dei Principi Pio

Venezia fu la città prescelta per installare il laboratorio, così Aldo vi si trasferì nel 1488, munito delle credenziali e del probabile finanziamento del principe di Carpi, Alberto Pio, col quale mantenne per tutta la vita un rapporto di stima e di affetto.
A Venezia Manuzio entrò in contatto con i maggiori esponenti della cultura umanistica, preparando piani precisi per la sua attività tipografica, che si segnalò immediatamente per l’eleganza ed il valore culturale dei suoi volumi.
A partire da quel periodo, Aldo divenne uno dei protagonisti dell’umanesimo italiano ed europeo, stabilendo relazioni, oltre che con Giovanni Pico della Mirandola, anche con intellettuali del calibro di Poliziano ed Erasmo da Rotterdam e con molti studiosi greci rifugiatisi a Venezia dopo la caduta, avvenuta nel 1453, dell’Impero romano d’Oriente.
La prima fase dell’attività editoriale di Manuzio fu caratterizzata da un certo disinteresse per le opere in volgare e, al contrario, dall’interesse vivissimo per le opere in lingua greca, sia letterarie, come quelle di Esiodo, Aristofane, Teocrito, che filosofico scientifiche, come quelle di Aristotele, Teofrasto, Alessandro di Afrodisias, del medico Dioscoride, di Giamblico, di Proclo e di altri filosofi neoplatonici.

Venezia in un dipinto di Bellini del 1500

Non furono meno presenti nella sua produzione anche testi latini tra i quali, ad esempio, le opere di argomento filosofico degli scrittori astronomici, come Manilio, Firmico Materno, e il “De rerum natura” di Lucrezio.
Manuzio pubblicò anche gli scritti di alcuni suoi contemporanei, come le opere latine di Poliziano e nel 1498, la “Cornucopia” di Niccolò Perrotti.
Avendo avuto una formazione umanistica, Aldo aveva interessi principalmente linguistici e grammaticali (va ricordato che fu autore di una grammatica latina e di una greca) e più che caratterizzarsi per rigore filologico, ambiva a fornire agli studiosi delle edizioni comode da consultare, eleganti, opere, soprattutto greche, che fino a quel momento erano state poco accessibili.
I suoi intensi rapporti intellettuali lo portarono nel 1502 alla fondazione dell’Accademia Aldina, un istituto dedicato agli studi umanistici che annoverò tra i suoi membri Pietro Bembo, Erasmo da Rotterdam e Thomas Linacre.

Erasmo da Rotterdam

Il greco era la lingua ufficiale parlata dai membri dell’Accademia, il cui fine era di dare impulso allo studio dei classici greci, sia in Italia che in Europa.
La tipografia di Manuzio, intanto, sita in contrada Sant’Agostin, stava divenendo celebre tra gli eruditi di tutta Europa e le sue edizioni, elegantissime, da tutti venivano ormai denominate “aldine”.
L’interesse di Aldo per la cultura greca era tale che in casa sua era il greco la lingua che si parlava, ma anche nella sua attività impiegava soprattutto lavoratori greci in qualità di correttori di bozze, di ricercatori di manoscritti e di calligrafi, ai caratteri dei quali potesse ispirarsi.
Nel 1499 Manuzio stampò la celeberrima “Hypnerotomachia Poliphyli”, l’eccentrico libro allegorico di Francesco Colonna, che fu considerato subito un’opera di eccelso livello editoriale soprattutto per l’imponente apparato di illustrazioni in xilografia che elevandolo al rango di libro più bello tra tutti quelli conosciuti, lo resero appetibile ai bibliofili di ogni tempo.

Pagine della “Hypnerotomachia Polyphili di Francesco Colonna nella edizione aldina

Ancora oggi quell’edizione resta il sogno, assolutamente proibito, di tutti i maniaci mondiali del libro antico.
A partire dal 1501, Aldo iniziò ad introdurre novità tecnico-estetiche nella sua attività di stampatore.
Si convinse dell’opportunità di ridurre il formato di alcuni volumi per favorirne la maneggiabilità e, dunque, la fruizione.
Alcune sue produzioni così rimpicciolirono e, per la prima volta, vi introdusse il carattere corsivo, che si avvicinava alle lettere utilizzate nei manoscritti greci.

La sua edizione dell’”Eneide” di Virgilio, utilizzò i punzoni dell’incisore bolognese Francesco Griffo, o Griffi, e quel corsivo, detto anche aldino, un vero capolavoro, divenne così famoso da essere imitato da tutti gli stampatori successivi.

L’elogio di Manuzio a Francesco da Bologna. Virgilio, Aldo Manuzio, Venezia 1501. Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.

L’introduzione del formato in ottavo, che sostituiva gli ingombranti volumi in quarto, permise poi di produrre libri più maneggevoli, che alla qualità e all’eleganza tipografica, accompagnavano la possibilità di essere venduti ad un prezzo pù modico.
Sostanzialmente, Aldo può essere ritenuto il vero padre del “tascabile”, il genere di volume che ancora oggi ha maggiori potenzialità di diffusione.
Aldo spiegò la sua rivoluzione dicendo, infatti, che quei suoi volumi si potevano tenere in una mano, ed in effetti quel tipo di volume venne conosciuto anche col termine greco di “enchiridion”, ovvero “che sta in una mano”.
Anche il suo marchio editoriale, quello col delfino avvolto a spira ad un’ancora, divenne popolarissimo, tanto che anche ai tempi nostri la sua individuazione in un libro, per un bibliofilo equivale a ciò che significa scoprire l’oro per un minatore.
Nell’ultima fase della sua attività editoriale, Manuzio, principalmente grazie all’influsso di Pietro Bembo, modificò in parte la sua posizione nei confronti delle opere scritte in volgare.
Fu proprio il famoso umanista a fornire ad Aldo dei codici di sua proprietà per poter stampare le celebri edizioni del “Canzoniere” di Petrarca e dei suoi “Trionfi”, che apparvero nel 1501 col titolo di “Cose volgari” e per l’edizione manuziana della “Commedia” di Dante, pubblicata nel 1502 sotto il titolo di “Terze rime”.

Raffaello, Ritratto del giovane Pietro Bembo

Aldo curò anche l’edizione degli “Asolani”, opera dello stesso amico Bembo, e “L’Arcadia”, di Jacopo Sannazzaro, che fu l’ultima opera aldina in volgare, apparendo nel 1512.
Dal genere di titoli che abbiamo visto, è evidente che Manuzio, sebbene avesse modificato la sua posizione nei riguardi del volgare, aveva comunque operato una decisa scelta di campo: poche opere, ma molto selezionate, scritte dai grandi poeti del Trecento, oppure, guardando al novero delle moderne, scelse di pubblicare solo quelle di autori che nella loro produzione si fossero ispirati alla più alta cultura classica.
Anche nella selezione delle opere greche e latine Aldo si dispose ad un certo cambiamento, così, accanto ai consueti testi filosofico scientifici, nella sua produzione editoriale faranno la loro comparsa anche classici della letteratura, della poesia e della storiografia antica, con lo scopo di uscire dal ghetto degli specialisti e raggiungere un pubblico più ampio.
Nel 1502 Manuzio sposò la figlia del tipografo Torresani, Maria, il cui padre aveva rilevato la tipografia di Nicolas Jenson, e con quelle nozze vennero così ad unirsi le famiglie di due degli editori più importanti di Venezia.

Busto di Aldo Manuzio

Nel 1508, ad ulteriore testimonianza del loro rapporto di amicizia e stima, Aldo pubblicherà gli “Adagia” di Erasmo.
L’anno successivo, l’esercito veneziano nella battaglia di Agnadello, detta anche della Ghiaradadda, incontrò una cocente sconfitta ad opera delle forze della Lega di Cambrai, soccombendo alle truppe francesi di Luigi XII.
L’attività di Manuzio venne sospesa e Aldo si rifugiò a Ferrara, spostandosi anche in altre città in attesa che la situazione politico militare si stabilizzasse.
Rientrò quindi a Venezia e riprese le sue pubblicazioni, sempre preoccupato per l’andamento della situazione politica.
“Nel suo ultimo anno di vita -scrive Mattia Pacilli nel suo libro – Manuzio decise di ristampare le opere di Lucrezio, uno scrittore senza dio. Per ricordare all’Europa che la ricerca non conosce confini, censure o intolleranze, capace com’è di stimare il bello dovunque si manifesti”.
Aldo Manuzio morì il 6 febbraio del 1515.
Volle essere sepolto a Carpi, ma non si conosce il luogo preciso della sua tumulazione.

Veduta di Carpi

Lasciò ai posteri circa 130 edizioni di volumi stampati in greco, in latino e in volgare.
Il suo motto “Festina lente”, “affrettati con calma”, divenuto anch’esso famoso, comparve per la prima volta nel 1498 nella dedica delle opere di Angelo Poliziano, ispirato ad un’antica moneta romana che gli era stata donata da Pietro Bembo.
Nel frattempo Aldo aveva trovato il suo famoso marchio, l’ancora col delfino, che ancora oggi è la marca tipografica più famosa nella storia delle pubblicazioni a stampa.
Fondamentale fu anche il contributo di Aldo alla cultura della scrittura, con la sua sistemazione della punteggiatura: nelle sue edizioni vennero per la prima volta impiegati nella loro forma moderna, il punto di chiusura del periodo, la virgola, l’apostrofo e venne inventata la parziale interruzione, ottenuta col punto e virgola.

Angelo Poliziano

L’opera del grande editore e stampatore fu proseguita con rigore dal nipote, Aldo anch’egli, detto Aldo il Giovane, che dopo aver ricevuto un’educazione rigorosa, lavorò dapprima col padre, direttore della Stamperia Vaticana, poi, stabilitosi nuovamente nella natia Venezia, collaborò con parenti Torresani alla direzione della gloriosa tipografia che era stata fondata dal suo grande nonno.
In un secondo momento Aldo il Giovane si dedicò all’insegnamento in prestigiose università italiane, tra le quali quella di Venezia, di Bologna, dove tenne la cattedra di retorica ed infine in quella di Pisa.
Fu anche lui scrittore, autore di una biografia di Cosimo I dei Medici, stampata nel 1586 e dedicata al re di Spagna, ed una di Castruccio Castracani.
Morì a Roma nel 1597.

Davide Tamlaghtduff: Originario di Orgosolo, luogo nel quale il suo cognome è comunissimo, ha frequentato il locale Liceo Ginnasio Felice Gimondi, diplomandosi a pieni voti.
Avendo sperimentato per necessità (l’attività di spaccio non garantiva più, come un tempo, la tranquillità economica della sua famiglia di origine) mille mestieri, dopo un ultimo periodo, molto duro, nel quale scriveva testi romantici per cantanti neomelodici pregiudicati per reati di sangue, ha infine optato per la più agevole carriera di critico letterario, veste nella quale lo ritroviamo oggi, vera colonna della nostra rivista.


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