Niente di bello sul Fronte del Fogliaccio

Date le premesse che si erano create in quell’anno nefasto, la festa era trascorsa come meglio non si poteva.
In fondo sempre Natale era stato, con le luci, (fin troppo ovvio, in presenza di Consuelo) poi con le chiacchiere e le molte risate, sonanti come monete, anche se fatte esplodere a distanza.

Sotto la regia di Lallo e Consuelo, tutti loro avevano organizzato una festività migliorata, ridotta all’osso, ma a quello, molto polposo, della condivisione di sincera amicizia, liberandola dal peso rituale delle tombolate, degli auguri ipocriti, e dal flagello dei regali utili, cifra stilistica peculiare delle zie anziane.
A tutti era parso, dunque, un discreto Natale, anche se in quella bella cerchia di amici non c’era un solo credente, a parte Ducco, il sagrestano di Santa Abbondanziana Martire e sciupatore di strabilianti femmine d’antiquariato.

Mata

Mata, a proposito, sua accompagnatrice, che quella serata era di vena allegra, raccontò di come nel 1915, a furia di teneri biribiri sulla punta del naso, si fece spifferare dal barone tedesco Rudolph Von der Walde Creten, per tutti “quello scemo di WC”, il numero esatto dei salsicciotti previsti settimanalmente nella dieta degli ufficiali e dei marinai del sottomarino segreto germanico “Strudel”.

Il barone tedesco Rudolph Von der Walde Creten

Ricordando l’episodio, e ridendo come una pazza, la donnina fatale aggiunse che passò quella preziosa informazione (conoscere la dieta del nemico fornisce, infatti, un’idea precisa delle sue condizioni economiche e morali) al barone francese George Le Grand Buffet, al quale, mediante tre piccoli, ma sensualissimi baci sul gomito, strappò un ululato di piacere che fu sentito a parecchi isolati di distanza, mettendo in risonanza tutti i cani del quartiere, ma riuscì anche ad estorcergli una ghiotta informazione su dove fosse ubicato il nascondiglio segreto delle Riserve Presidenziali di Patè de Foie Gras, la Fort Knox francese della pasta di fegato d’oca.

Se c’è una cosa certa a questo mondo è che a Mata Hari non fece mai difetto un congruo numero di baroni da sedurre, un plotone più folto della pelliccia di uno yeti, così è quasi inutile precisare, ma del resto lo confermò lei stessa, col volto arrossato e ridente per le ottime bevute, che quell’ultima informazione la riversò nelle orecchie surriscaldate ed interessate del barone russo Nicolaij Meteòrismov, col quale aveva intrecciato l’ennesima relazione.
Tutti si divertirono moltissimo per la verve della ballerina spia olandese, ed alla fine, per quanto quello fosse stato davvero un Natale alternativo, venne comunque apprezzato in pieno dalla strana e dispersa truppa.

Il Barone Nikolaij Meteòrismov

In casa Tarallo, riscaldato dall’amicizia di Lallo e di tutta la banda collegata, rallegrato dalla visione ultraterrena della bellezza di Consuelo e dal calore che la ragazza meraviglia aveva messo nel viziarlo, Omar Tressette venne restituito così alla sua vita con un morale nuovo di zecca.
Perfino il Professor Cervellenstein, che essendo il suo terapeuta era stato più in allarme degli altri, venne rassicurato dalla vivezza dell’occhio del vecchio talebano in conclusione di serata, reso brillante dai buoni vini, dalle risate genuine, ma, soprattutto, dalla soddisfazione maligna di essere passato alle vie legali.
Quella trista colonia di ballerini artritici, seduttori di mogli, che allignava come una muffa vischiosa nei locali burini del dancing “El Coguaro”, stava per avere notizie dai suoi quattordici legali dai denti di squalo.
In quella stessa sera di Vigilia, assediato da un complotto a lui ostile, nella redazione del Fogliaccio, il Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, renitente ai tamponi per questioni tattiche, si era organizzato la vita in qualche modo, ma non si poteva dire che avesse una gran cera.
Straniato dalla solitudine, aveva i sensi in perenne allarme.
I preti incursori di Gladio Maria dormivano sui tavoli di redazione, chini su annunci erotici che si erano tramutati in altrettanti sogni bollenti.
Il Direttore pareva meno stirato del consueto, e la camicia oxfordiana, che solitamente gli aderiva addosso fino a sembrare incollata, ora mostrava addirittura due orride gualciture che andavano a fare pendant con le due corrispondenti occhiaie che gli nereggiavano in volto.

Il direttore del Fogliaccio, Ognissanti Frangiflutti

Roteava frequentemente lo sguardo attorno, inquieto, come se sentisse la presenza di misteriosi e invisibili nemici, come se ne avvertisse i bisbiglii.
Da due schermi tra i tanti, gli arrivavano le chiacchiere sconclusionate del fido Levalorto e del Senatore Ciccibon, entrambi ancora in quarantena per l’esito positivo dei loro test anticovid.
Il caporedattore si era collegato da una stanza seminuda, appena ravvivata dallo sfarzoso calendario dell’Ordine dei Commercialisti di San Giovanni Rotondo, appeso alle sue spalle, e appariva scarmigliato, con la barba e i pensieri in disordine.

Il senatore Ciccibon e il caporedattore Levalorto

Parlava a ruota libera senza arrivare mai ad uscire da un cicaleccio sterile, privo di sostanza:

“Si resiste capo, eh? Grande!! Non ci avranno mai quei lanciatori di virus, quei cinesi onorari. Sì, io resisto capo, anche se ho un filo di febbre e sudo un po’. Sto bene in fondo, dai, non ci avranno mai, anche se le fettuccine al ragù di chianina che mi manda mia zia Isolda, se sanno di qualcosa, ed è molto poco, mi ricordano il gusto di un fusibile bruciato”.

“Io go fato un’interpelansa parlamentare su questa cosa dei sapori, Frangiflù” – strillò deciso il Sen. Ciccibon, irrompendo nella conversazione
“Doe sono finiti i sapori?, ho chiesto alla Presidensa.
Dal mio eremo quarantenne, ho spedito in videoconferensa col Senato la foto de questa mortadea d.o.p che me son fato rivare da Buseto, perché anca si sono veneto, so che quee robe miliane sono imbatibili.
Beh, go dito alla Caselati Qualcosaltro: perché ora questa maraviglia de mortadea ga lo steso savor de una manillia de otone? Ripeto: doe son finiti i sapori?
E’ solo una coincidensa che non se sentono più da quando quatro siriani magrisimi, due nigeriani presbiti e tre profughi di Oms, in Libiesia, sono scapati dal Centro de Registrassione e de Amassamento (con rispeto parlando) di Lampadusa? Li han ciapà loro i sapori? Chi indaga su ‘sto fato? Ce vol severità, pugno de ferro!”:

Detto questo, appoggiò sconsolato il braccio intorno alla vita di un’enorme mortadellona, producendo un effetto stranissimo: lui e il fiero insaccato sembravano due gocce d’acqua, fratello e sorella, tanto si somigliavano, se si eccettua che in quel preciso momento, la mortadella, tra i due, era quella che pareva più in sensi.

Frangiflutti, dal canto suo, dopo aver divorato tutte gli snack mefitici dell’assente Taruffi, senza riuscire a percepirne il sapore, ormai disperato, aveva fatto l’ordine per un pranzo da asporto alla Trattoria “Da Zì Coso lo Zozzone”.
Era una mossa estrema: quel posto era celeberrimo per i sapori esasperati di una cucina tanto grassa da provocare il 6% di mortalità tra i suoi clienti camionisti, tutti spacciati dall’impeto di una carica del colesterolo, che quella di Balaclava era un dèfilè al confronto.
Il pranzo arrivò puntuale, portato da un fattorino di grande vastità e di umore garrulo, incastonato in un pesante recipiente di cemento a prova di odori, un po’ più spesso delle bare dello stesso materiale, contenenti gas nervino, che furono buttate in mare decenni fa da quei pazzi degli americani.
Una volta che quell’imballaggio inconsueto fu in qualche modo aperto, il naso del Direttore del Fogliaccio fu aggredito dai furiosi schiaffi gassosi partiti dai manicaretti ricoverati in quel gelido tumulo, ma non oppose alcuna reazione percettibile a quell’assalto.
Brutto segno.
Aveva infatti tirato fuori un piatto inusitato di Pappardelle alla Zozzona, specialità della casa, dalla quale, tra diecimila ingredienti, veniva tenuta alla larga solo la carne umana.
Graveolenta di mille umori e sughi venefici, quella pasta avrebbe squagliato la faccia a chiunque si trovasse nel raggio di tre isolati da essa.
Al Direttore Frangiflutti non provocò alcun fastidio.
“Uhmm, pare sciapina –
pensò incredibilmente, mentre la pianta grassa che da anni poggiava sul suo tavolo, cercava di filarsela, guadagnare la porta e salvarsi –

speriamo che almeno si senta un po’ di sapore”.
Restò basito: l’intruglio di carboidrati, oli di macchina, grassi strasaturi e granito in polvere, non sapeva di niente!
Era la fine.
Scoraggiato, posò il piatto e non scartò nemmeno la pellicola che proteggeva il secondo, ovvero il famigerato “Abbacchio Elaborato ai Mille Lardi”: accidenti, doveva essere per forza positivo anche lui per non sentire alcun sapore in cibi che gli stavano facendo già arrivare le proteste di tutto il quartiere.
Qualcuno, infatti, doveva aver chiamato pure i pompieri, perché sentiva anche avvicinarsi il suono di una sirena.
Guardò i suoi sodali nei rispettivi schermi.
L’elmo del Partito Vichingo gli si era messo lievemente di traverso e le corna parevano aver perso baldanza, ripiegandosi un filino.
Il faccione rubicondo del Senatore Ciccibon, sempre allacciato alla sua mortadellona, fece una smorfia di comprensione per poi dirgli:

“ Pare che ti ghe ga magnà ea merda al mago! Visto? Se son ciapà el savor, sti marochini, clandestini proffughi, ca vadano in mona!”.

Frangiflutti non ebbe tempo di rispondere perché fu assordato dalla sirena che intanto si era fatta sempre più vicina, fino a fracassargli le orecchie. Pensando di doversi spiegare coi Vigili del Fuoco, si affacciò alla finestra, ma quel che vide lo fece sbandare: non era un mezzo dei pompieri quello che si era posizionato nella via sottostante.
Era, invece, un furgone con il marchio dell’app “Pensa Positivo” stampato sulla fiancata.

Si trattava di una svolta nelle operazioni in corso: dopo l’errore di percorso che l’aveva distolto dal vero bersaglio della sua operazione, l’equipaggio della benemerita organizzazione aveva corretto la rotta giungendo alla esatta destinazione.
Il Direttore, sbirciando in basso senza esporsi, vide scendere dal mezzo, nell’ordine: i due infermieri energumeni, Edo e Dado, il virologo televisivo, un ibrido da laboratorio di nuova concezione (mezzo corazziere e mezzo crocerossina) ed infine un intero reparto della celere.
Dette un urlo che svegliò di soprassalto tutti e sette i preti assaltatori di Don Lidio, strappandoli ai loro sogni erotici, mentre fuori la giornata rabbuiava.

Sotto il divertente pseudonimo di Lallo Tarallo si cela lo scrittore,  polemista satirico, storico della filosofia kirghiza e collezionista di barchette fatte con carta di quaderni Pigna, Lallo Tarallo.
Nato da qualche parte in un giorno di settembre a vostra scelta, si dedicò dapprima a studi classici, approfondendo soprattutto i nebulosi rapporti tra Sparta e Pontinia, poi, all’insaputa di tutti, lui stesso incluso, iniziò l’attività di scrittore.
Nel 2017, infilatoci da una muscolosa raccomandazione di uno zio piduista, entrò nella redazione del Fogliaccio Quotidiano, rimanendo però sempre pericolanti i suoi rapporti di lavoro e personali col Direttore, Ognissanti Frangiflutti.
Vinte mille difficoltà, è riuscito infine a conquistare Consuelo, una donna tanto bella da rischiarare il mondo, e a mettersi definitivamente calmo sul piano sentimentale.
Ha frequentazioni con soggetti migranti o bizzarri, o entrambe le cose, e da quando era feto è in cura con l’illustre Psicologo e clinico Samuel Cervellenstein.

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